Costruzioni: aumenta il fatturato per 1 impresa lombarda su 3, ma pesa carenza di manodopera

L’Osservatorio SAIE, realizzato in collaborazione con Nomisma, rivela l’andamento del settore delle costruzioni in Lombardia nel 2024 e raccoglie le opinioni delle imprese di produzione, distribuzione e servizi di edilizia e impianti.
L’anno passato il settore ha attraversato una fase nel complesso positiva. In particolare, nell’ultimo trimestre del 2024, il 33% delle imprese ha registrato una crescita del fatturato, mentre un ulteriore 43% ha mantenuto stabili i ricavi.

Consolidano la fiducia, il portafoglio ordini, giudicato adeguato dal 62% delle imprese lombarde (contro il 55% a livello nazionale) e l’aumento dei salari in circa 1 impresa su 4.
Le aspettative per fine 2025 sono altrettanto ottimistiche: il 45% delle aziende lombarde, in linea con la media nazionale, stima un ulteriore incremento,.

La metà delle aziende prevede assunzioni ma non trova i profili

Tuttavia, a fronte di questa vitalità economica, emerge il fattore della carenza di forza lavoro qualificata. Una impresa su 2, infatti, prevede nuove assunzioni nel prossimo trimestre, ma fatica a reperire profili adeguati.
Le figure più richieste risultano impiegati e operai non specializzati (entrambi al 42%), seguiti dagli addetti altamente specializzati (26%).

Meno rilevanti, le richieste di manager (5%) e specialisti digitali/BIM (11%), a conferma della polarizzazione tra mansioni operative e competenze ad alto contenuto tecnico.
Il tema della mancanza di personale qualificato non è solo un ostacolo, ma una delle principali sfide percepite dal comparto. Il 54% delle imprese lombarde lo indica come un fattore critico, pari alla forte concorrenza (54%) e alla burocrazia (50%).

Fattori critici: incertezza normativa, costo materie prime e manodopera

A ciò si aggiungono le problematiche derivanti dall’incertezza normativa, dal costo delle materie prime e della manodopera.
Mentre il 57% delle imprese mostra un buon livello di fiducia nel proprio business, la prospettiva si fa più cauta sul fronte internazionale, con il 79% che esprime scarsa fiducia nella situazione geopolitica. 
In questo scenario, gli incentivi statali restano un elemento di sostegno importante. 

Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio, tra i più apprezzati dalle imprese figurano il Bonus ristrutturazione (33%), il Superbonus 65% (31%) e l’Ecobonus (24%).
Marginale l’impatto del Decreto Salva Casa (2%).

PNRR: le misure considerate più efficaci

Per quanto riguarda il PNRR, le misure ritenute più efficaci dalla filiera sono gli interventi sull’efficientamento e la messa in sicurezza del patrimonio edilizio pubblico (62%), seguiti dagli incentivi per il patrimonio edilizio privato (57%).
Anche i progetti per la rigenerazione urbana e l’edilizia scolastica/universitaria raccolgono riscontri positivi, con il 41% e il 40% delle imprese che ne valutano l’impatto in modo favorevole.

Un’altra iniziativa che genera apprezzamento è quella della nuova direttiva europea Casa Green, che punta ad azzerare le emissioni del patrimonio edilizio entro il 2050. Sei imprese su 10 si dichiarano fiduciose sulla sua efficacia.
Ma quali sono i benefici attesi? Espansione del mercato, valorizzazione del patrimonio immobiliare e sensibile riduzione di consumi energetici ed emissioni di CO₂.

Case: ad aprile i prezzi crescono dello 0,8%. Record a Milano

Secondo l’ultima rilevazione dell’Ufficio Studi di idealista, portale immobiliare per sviluppo tecnologico in Italia, nel mese di aprile 2025 i prezzi delle abitazioni usate in Italia sono cresciuti dello 0,8% su base mensile, portando la media nazionale a 1.815 euro al metro quadro.
Il mercato residenziale italiano prosegue quindi lungo un sentiero di consolidamento dei valori. E l’andamento congiunturale conferma una dinamica positiva in ampia parte del territorio.

La dinamica rialzista investe il 68% dei comuni capoluogo, con rincari più marcati a Rovigo (4,5%), Lodi (3,1%) e Como (2,7%). Tra i grandi mercati si segnalano, sempre in terreno positivo, Venezia (2%), Milano (1,8%), Firenze (1,7%), Roma e Palermo, entrambe con il +1,2%).

Milano regina del mercato

Sul fronte dei prezzi unitari, Milano si conferma regina del mercato immobiliare, raggiungendo un nuovo massimo storico di 5.073 euro al metro quadro, seguita da Venezia, con 4.651 euro al metro quadro e Bolzano (4.612 euro al metro quadro). Nella top ten anche Firenze (4.460 euro/mq), Roma (3.163 euro/mq) e Napoli (2.712 euro/mq).

In coda alla classifica, si posizionano Caltanissetta (692 euro al metro quadro), Ragusa (721 euro/mq) e Biella (779 euro/mq), che rappresentano i mercati più accessibili per chi intende acquistare un immobile.

Tredici Regioni registrano rialzi

Sono 13 le regioni che registrano rialzi, 3 in flessione, e 4 (Calabria, Umbria, Sicilia e Calabria) mostrano valori stabili.
Le performance migliori sono in Lombardia (2,1%), Valle d’Aosta (1,4%), Trentino-Alto Adige (1,2%) e Toscana (1%).

Altri incrementi, ma sotto la media nazionale (0,8%), vanno dallo 0,7% del Lazio allo 0,1% dell’Abruzzo.
Dal lato opposto, si rilevano ribassi limitati in Basilicata (-0,7%), Molise (-0,4%) e Puglia (-0,1%).
Il Trentino-Alto Adige si conferma la regione con il valore unitario più elevato (3.117 euro/mq), seguita da Valle d’Aosta (2.576 euro/mq, Liguria (2.467 euro/mq) e Toscana (2.361 euro/mq).
Anche Lombardia (2.212 euro/mq), Lazio (2.115 euro/mq) ed Emilia-Romagna (1.831 euro/mq) registrano valori superiori alla media nazionale. Con i suoi 910 euro di media la Calabria è la regione più economica.

Si consolida il trend positivo anche a livello provinciale

Su scala provinciale, si consolida il trend positivo: 69 province registrano aumenti nei valori al metro quadro.
Spiccano le performance di Sondrio (3,4%), Milano (2,4%) e Vercelli (2,2%). 
Tra le province in crescita figurano anche le aree dei principali mercati metropolitani italiani, con aumenti a Firenze (1,9%), Roma (1%), Venezia (0,7%), Napoli (0,6%), Bari (0,2%), Palermo (0,1%).
Tra le province in calo, le flessioni più significative si osservano a Isernia (-2,5%), Nuoro (-2%) e Salerno (-1,4%).

Valori stabili in dieci aree, tra cui Torino.
Bolzano resta la provincia con la quotazione unitaria più alta d’Italia (4.522 euro/mq), seguita da Milano (3.547 euro/mq) e Lucca (3.179 euro/mq).
Valori unitari superiori alla media nazionale si estendono a 29 province, con Savona (3.104 euro/mq) e Verbano-Cusio-Ossola (1.822 euro/mq) a delimitare l’intervallo.

Profili green: le imprese ne richiedono 8 su 10, ma il 49,4% non è reperibile

Nel 2024, le competenze green sono ritenute necessarie con un grado elevato per il 42,9% dei profili ricercati dalle imprese. E oggi le competenze green interessano 8 assunzioni su 10, ma Il 49,4% è di difficile reperimento.
Nel 2024 la domanda di lavoratori con attitudine al risparmio energetico e formati alla sostenibilità ambientale è aumentata di 1,2 punti percentuali rispetto all’anno precedente, arrivando a oltre 4,4 milioni di assunzioni. L’80,6% del totale delle entrate programmate.

Lo evidenzia l’ultima edizione del volume ‘Le competenze green’, a cura del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, realizzato in collaborazione con il Centro Studi delle Camere di commercio G. Tagliacarne. Lo studio fa parte del Programma nazionale Giovani, donne e lavoro, cofinanziato dall’Unione europea.

Dall’edilizia alla meccanica alle scienze economiche

L’attitudine green è necessaria per gran parte dei mestieri legati al comparto dell’edilizia, quali, ad esempio i tecnici delle costruzioni civili (competenze richieste con elevata importanza al 66,6% delle entrate) e i tecnici della gestione dei cantieri edili (65,7%).
Ma non solo: questa competenza è decisiva ai fini dell’assunzione anche di tecnici meccanici (67,1%), specialisti in scienze economiche (66,4%), ingegneri energetici e meccanici (65,6%).

I risultati del Sistema Informativo Excelsior mostrano però che le difficoltà di reperimento delle imprese sono in costante aumento, e nel 2024 hanno riguardato il 47,8% del totale delle assunzioni programmate.
Inoltre, crescono all’intensificarsi dell’importanza con cui sono richieste le competenze green.

Risparmio energetico e sostenibilità ambientale: un’attitudine difficile da trovare

Quando è richiesta l’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale si rileva una difficoltà di reperimento pari al 49,4% delle entrate, quota che arriva al 51,5% nel caso siano necessarie con elevato grado di importanza.

In particolare, il possesso dell’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale è considerata fondamentale per l’assunzione a prescindere dal livello di istruzione. Le richieste maggiori si osservano per il personale con una formazione tecnologica superiore, dove è necessaria per il 90,2% delle entrate con un titolo ITS Academy, ma la domanda rimane elevata anche per chi è in possesso di qualifica o diploma professionale (85,3%), laurea (84,3%) o diploma di livello secondario (82,7%).

I titoli di studio associati all’ambiente

Tra gli indirizzi di laurea cui è associata una più elevata domanda di attitudine green si evidenziano gli altri indirizzi di ingegneria, scienze biologiche e biotecnologie, ingegneria industriale, ingegneria civile e architettura, agrario, agroalimentare e zootecnico e scienze della terra.

Tra gli ITS sono più richieste le competenze green negli ambiti dell’energia, sistema casa e ambiente costruito, sistema moda, chimica e nuove tecnologie della vita.

Giovani sempre più soli: il doppio volto della rete 

In un’epoca in cui siamo costantemente connessi, la solitudine sembra paradossalmente colpire sempre più persone. Tra i Millennial europei, oltre la metà – il 57% – dichiara di sentirsi sola, in modo più o meno marcato.

Le tradizionali occasioni di socialità, come l’ambiente lavorativo o gli incontri dal vivo, si sono ridotte, lasciando spazio a forme di relazione mediate dalla tecnologia.

Le community virtuali come rifugio emotivo

Molti giovani adulti cercano sollievo nelle piattaforme online, che diventano spazi di condivisione e confronto. Una ricerca condotta da Kaspersky, azienda specializzata nella sicurezza informatica, ha rivelato che in Italia circa un quarto dei Millennial considera positiva l’influenza delle community digitali sulla propria salute mentale.

Partecipare a gruppi virtuali può aiutare a sentirsi parte di una rete, offrendo ascolto, supporto e stimoli creativi.

Tra benefici e pericoli nascosti

Nonostante i risvolti positivi, l’ambiente online può anche rivelarsi insidioso. Il 42% dei giovani italiani trascorre almeno tre ore al giorno attivamente coinvolto in piattaforme come forum, social network o giochi online. Se da un lato ciò alimenta la possibilità di creare legami, dall’altro aumenta l’esposizione a dinamiche poco autentiche e potenzialmente dannose.

Il 66% degli intervistati afferma di aver incontrato persone che hanno fornito informazioni false su se stesse, un dato che solleva preoccupazioni in merito alla fiducia e alla trasparenza delle relazioni digitali.

Un uso consapevole per evitare effetti collaterali

Non mancano gli effetti negativi: l’8% degli intervistati ha riconosciuto un peggioramento del proprio benessere emotivo a causa della partecipazione alle community online.

Inoltre, un numero crescente di utenti ammette di aver modificato la propria identità o di aver assunto una falsa personalità sui social media, alimentando così un ciclo di relazioni basate su inganni o illusioni.

Equilibrio e protezione: le parole chiave per relazioni sane

Secondo Marc Rivero, esperto di sicurezza informatica per Kaspersky, l’accesso a queste piattaforme dovrebbe essere accompagnato da attenzione e senso critico.

È essenziale prestare cura a ciò che si condivide, evitare l’esposizione di informazioni troppo personali e mantenere un atteggiamento vigile nei confronti di possibili truffe, manipolazioni e comportamenti dannosi.

Il valore delle connessioni autentiche

Le interazioni digitali fanno ormai parte integrante della vita quotidiana dei Millennial. Tuttavia, per mantenere un rapporto sano con la rete, è importante riconoscere i limiti delle relazioni virtuali e promuovere un uso equilibrato delle piattaforme.

La connessione può essere una risorsa preziosa, ma solo se utilizzata con consapevolezza, attenzione e rispetto di sé e degli altri.

Per le tasse ambientali le imprese versano 21 miliardi all’anno 

Sebbene ogni anno le imprese italiane paghino allo Stato e alle sue articolazioni periferiche 21 miliardi di euro di imposte ambientali, dall’inizio del prossimo anno dovranno stipulare anche la cosiddetta polizza catastrofale.
Si tratta di un provvedimento introdotto dal regolamento attuativo pubblicato in Gazzetta Ufficiale verso la fine di febbraio.

Nonostante la destinazione di queste risorse non sia vincolata, parte di esse potrebbe essere utilizzata per la pulizia dell’alveo dei fiumi, per la manutenzione degli argini e delle rive, per la realizzazione dei bacini di laminazione o le casse di espansione. Ovvero, interventi che dovrebbero prevenire o mitigare molti eventi calamitosi che non si è in grado evitare.
In realtà, sostiene l’Ufficio studi della CGIA, queste opere non si fanno da almeno qualche decennio, oppure vengono realizzate solo dopo che il disastro si è verificato.

L’obbligo della polizza anti catastrofe

In buona sostanza, al netto della confusione e dell’incertezze, tra qualche mese le imprese si troveranno a pagare due volte la protezione ambientale: una con le imposte allo Stato centrale e agli enti locali, e un’altra sottoscrivendo una polizza con le compagnie assicurative private. 
Una delle motivazioni che sta a monte dell’introduzione di questa misura è legata ai ritardi ‘biblici’ dei rimborsi statali.

È vero, spesso questi ultimi vengono erogati quando le attività colpite hanno già chiuso definitivamente perché piegate dai danni subiti. Con l’intervento delle assicurazioni, invece, gli aiuti dovrebbero arrivare nel giro di poche settimane, permettendo così alle aziende danneggiate di riprendere rapidamente l’attività.

Lo Stato si allontana da welfare e ambiente

La misura dovrebbe però essere accompagnata da una corrispondente riduzione delle tasse ambientali, altrimenti le aziende saranno costrette a sostenere un doppio onere. 
Si teme, invece, che le imposte ambientali siano destinate ad aumentare, specialmente quelle degli enti locali, che negli ultimi due anni sono tornate a crescere per mantenere i bilanci in equilibrio. 

Inoltre, è necessario riflettere su un altro aspetto. Negli ultimi 25 anni è avvenuto un progressivo allontanamento dello Stato dal settore sociale (previdenza, sicurezza, sanità), e ora anche da quello della protezione ambientale, lasciando così sempre più spazio ai privati.

Cittadini e aziende pagano due volte

Se è questa la direzione intrapresa dallo Stato, non si può far gravare sulle famiglie e sulle imprese due volte il costo dell’ambiente.
In sostanza, se i privati stanno acquisendo sempre più quote di ‘mercato’, le tasse pagate dagli italiani al fine di garantire questi servizi devono essere ridotte. Cosa che finora non si è verificata. 

Dei 21 miliardi di euro di imposte ambientali versati dalle imprese private nel 2022, i settori più ‘tartassati’ sono quelli energivori (fornitura energia elettrica, gas, vapore…) con 5,3 miliardi di euro, seguiti dalle imprese manifatturiere, con 5 miliardi, e i trasporti, con 3 miliardi. Il gettito ascrivibile a questi tre settori incide sull’importo totale per il 63,7%. 

Supply Chain Finance: il mercato potenziale tocca 599 miliardi

È quanto rileva  l’Osservatorio Supply Chain Finance del Politecnico di Milano: nel 2024 il 22% del mercato potenziale italiano del credito di filiera è stato servito da soluzioni di Supply Chain Finance, per un valore complessivo di 131 miliardi di euro.
Nel 2023 il mercato italiano Supply Chain Finance  ha toccato 596 miliardi di euro, per una crescita del 6,3%. Nel 2024 il mercato potenziale del credito di filiera è cresciuto tra lo 0,5 e il 3%, raggiungendo un valore compreso tra 594 e 599 miliardi di euro di crediti commerciali.

I valori del Supply Chain Finance in Italia mostrano quindi una sostanziale stabilità, dovuta a uno scenario macroeconomico anch’esso più stabile e caratterizzato dall’aumento dei tassi di interesse.
Ma nonostante la ‘stagnazione’, a movimentare il settore sono arrivate importanti evoluzioni normative e tecnologiche, come l’AI.

Stabili Factoring, Anticipo Fattura, Reverse Factoring, Confirming

Quanto alle soluzioni, si mantengono sostanzialmente invariati rispetto all’anno precedente i valori del Factoring (60,4 miliardi di euro), dell’Anticipo Fattura (54 miliardi), del Reverse Factoring (9 miliardi) e del Confirming (1,6 miliardi).

Crescono, invece, in modo rilevante le soluzioni più innovative, come il Purchase Order Finance, che ha registrato un aumento del 35%, raggiungendo 1,4 miliardi, ma anche il Dynamic Discounting, che cresce del 17% (0,8 miliardi), la Carta di Credito B2B, che cresce dell’11% (3,8 miliardi), e l’Invoice Trading, che segna un +5% (0,6 miliardi).

“L’AI si può considerare ormai realtà nel SCF”

“In questo contesto, l’Intelligenza artificiale sta emergendo come una tecnologia di supporto nei processi di SCF, anche se la sua adozione presenta sfide significative, tra cui innanzitutto la necessità di dati di alta qualità – spiega Antonella Moretto, Direttrice dell’Osservatorio -. L’utilizzo dell’AI varia dalla previsione dei flussi di cassa futuri per comprendere le necessità di liquidità e di uso delle soluzioni di SCF, fino all’automazione di attività operative, come la riconciliazione dei documenti che semplificano l’uso del Supply Chain Finance. Se l’AI si può considerare ormai realtà nel SCF, la GenAI ha ancora un po’ di strada davanti: dall’analisi dei servizi offerti da startup innovative non emergono ancora casi di utilizzo rilevanti, ma la capacità generativa sarà certamente importante nel prossimo futuro”.

“Nuove direttive rimarcano la centralità del settore”

“Anche nel 2024 il Supply Chain Finance si conferma una leva strategica per affrontare le sfide dello scenario macroeconomico, caratterizzato da incertezze e pressioni sul capitale circolante – afferma Federico Caniato, Direttore dell’Osservatorio -. Le nuove regole sulla rendicontazione delle soluzioni di supplier financing, basate sulle linee guida introdotte dallo IASB, infatti, sembrano rallentare l’adozione di soluzioni di supplier financing, per l’incertezza e le complicazioni tecniche nella rendicontazione”.

Al contrario, le nuove direttive UE CSRD e CS3D sulla sostenibilità rimarcano la centralità del settore. In particolare, gli ESG information provider possono ricoprire un ruolo centrale per abilitare la sostenibilità nelle soluzioni SCF.

Gender Equality, quali sono le differenze tra percezione e realtà?

Come ogni anno, il WIN – Worldwide Independent Network of Market Research, in collaborazione con BVA Doxa per l’Italia, ha condotto un’indagine sulla parità di genere, coinvolgendo quasi 35.000 persone in 39 paesi.

I risultati delineano un panorama complesso e spesso contraddittorio: anche se il 65% delle donne a livello globale ritiene che oggi sia stata raggiunta la parità, il 75% continua ad occuparsi prevalentemente delle faccende domestiche.

Percezione vs realtà

Dal 2019, questa ricerca monitora i progressi compiuti in diversi ambiti: familiare, politico e lavorativo. La percezione della parità appare stabile tra le diverse fasce d’età, con variazioni minime per la sfera domestica (1%) e quella politica (2%). Tuttavia, emerge una differenza significativa in ambito lavorativo: mentre il 63% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ritiene che la parità sia stata raggiunta, la percentuale scende al 50% tra gli over 65.

Nonostante queste percezioni, l’analisi statistica mostra una correlazione quasi nulla tra la convinzione di uguaglianza e la reale suddivisione delle responsabilità domestiche. In altre parole, ritenere che la parità sia stata raggiunta non significa che nella quotidianità uomini e donne si dividano equamente i compiti.

Cosa cambia fra Paese e Paese 

A livello internazionale ci sono situazioni molto diverse. In Giappone, dove la percezione di uguaglianza è tra le più basse, vi è una coerenza con la reale distribuzione delle faccende domestiche. Al contrario, in paesi come Pakistan, Indonesia e Vietnam, nonostante un’alta percezione di uguaglianza, nei lavori domestici resistono forti squilibri.

Caso opposto quello della Polonia, dove si registra una minore fiducia nella parità di genere, ma una distribuzione più equa delle responsabilità domestiche. Questi dati sottolineano l’importanza di considerare fattori culturali, economici e storici nella valutazione della parità.

La situazione in Italia

Anche in Italia si evidenzia un contrasto tra percezione e realtà. Il 59% degli italiani crede che la parità sia stata raggiunta in famiglia, senza differenze significative tra uomini e donne. Però, l’analisi mostra uno squilibrio più marcato nella distribuzione dei compiti domestici: il 63% delle donne si occupa del bucato contro il 30% degli uomini, il 79% rifà il letto rispetto al 52% dei partner maschi, e il 61% si occupa di riordinare la casa contro il 34% degli uomini. L’unico ambito in cui si registra una parità effettiva è la spesa, gestita equamente al 50%.

Sul fronte lavorativo e politico, solo il 38% degli italiani ritiene che sia stata raggiunta la parità. In questo caso emerge una netta differenza di genere: il 66% delle donne percepisce una decisa disparità, contro una percentuale più bassa tra gli uomini (50-51%).

Per avere un quadro generale, è bene sapere che in Italiail 17% delle donne intervistate dichiara di aver subito violenza fisica o psicologica nell’ultimo anno. Questo dato colloca il paese al quattordicesimo posto su 39 per numero di casi. Una posizione preoccupante, che evidenzia la necessità di misure più incisive per la tutela delle donne e la promozione della parità di genere in ogni ambito della società.

Migliorano i dati su molestie e violenza

A livello globale, la percentuale di donne che ha subito violenza fisica o psicologica nell’ultimo anno è scesa dal 20% del 2024 al 14% del 2025. Anche le molestie sessuali sono diminuite, passando dal 10% al 7%. Ma questi dati sono influenzati dalla partecipazione nella ricerca di paesi con tassi di violenza disomogenei. In Turchia, ad esempio, le segnalazioni di violenza sono aumentate dal 13% al 18%, mentre in Brasile la riapertura del Ministero per le Donne ha contribuito a una significativa riduzione dei casi.

In questo ambito, l’America Latina si conferma una delle aree più problematiche: l’Argentina registra il tasso più alto di violenza (39%), mentre il Messico totalizza il podio per numero di molestie sessuali (28%).

Bilanciare lavoro e vita privata: cos’è la ‘sindrome da corridoio’?

I confini tra ufficio e casa si assottigliano sempre di più, generando un effetto osmotico tra tensioni professionali e problemi personali. Questo fenomeno, definito “sindrome da corridoio” dall’8° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, colpisce tre milioni di lavoratori italiani, con ripercussioni su benessere mentale e produttività.

Quando il lavoro entra nel privato (e viceversa)

Il 36,1% dei lavoratori si porta a casa le preoccupazioni dell’ufficio, con effetti negativi su famiglia e amicizie. Al contrario, il 25,7% fatica a concentrarsi a causa di problemi personali. I giovani sono i più esposti: il 41% non riesce a “spegnere” il lavoro, mentre il 22,7% si lascia condizionare dalla vita privata anche in azienda.

Questa continua sovrapposizione tra le due sfere ha conseguenze pesanti: il 31,8% dei lavoratori ha sperimentato burnout, con picchi del 47,7% tra gli under 35. L’ansia da lavoro colpisce il 73% degli occupati, mentre il 75,9% si sente sopraffatto dalle responsabilità quotidiane.

La ricerca di un benessere sostenibile

Lavorare non significa solo guadagnarsi da vivere: per l’83,4% degli italiani, il proprio impiego dovrebbe contribuire al benessere generale. Il bisogno di equilibrio è particolarmente sentito tra gli over 55 (88,4%), ma coinvolge anche i più giovani (75%).

Cosa serve per migliorare la qualità della vita lavorativa? Il 94,6% degli intervistati indica l’importanza di un clima aziendale positivo, seguito dalla possibilità di gestire il proprio lavoro in autonomia (93,1%). Flessibilità oraria e bilanciamento vita-lavoro sono altrettanto cruciali, rispettivamente per il 91,6% e il 92,2% dei lavoratori.

Più tempo, meno stress

Se c’è una cosa che i lavoratori chiedono a gran voce, è il tempo. L’89,4% vorrebbe averne di più per sé, l’86,2% per la famiglia e il 78,9% per fare sport. Persino il riposo è diventato un lusso: il 79% sente il bisogno di più momenti per ricaricare le energie.

Eppure, molte aziende faticano a recepire queste esigenze. Il 67,3% dei lavoratori si sente poco supportato dal datore di lavoro, mentre il 68,5% denuncia un ambiente aziendale insensibile alla salute mentale.

Le imprese sono pronte al cambiamento?

Le aziende sono a un bivio: continuare a spingere sulla produttività o investire in un modello più sostenibile? Offrire un ambiente lavorativo più sano non è solo una scelta etica, ma anche strategica.

Come sottolinea Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, i lavoratori di oggi non sono più disposti a sacrificare il proprio benessere per la carriera. Il welfare aziendale non è più un extra, ma una necessità. Ora tocca alle imprese decidere se raccogliere la sfida.

Agricoltura 4.0: rallenta per la prima volta e scende a 2,3 miliardi

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano e del Laboratorio RISE (Research & Innovation for Smart Enterprises) dell’Università degli Studi di Brescia: nel 2024 il mercato italiano dell’Agricoltura 4.0 segna per la prima volta un rallentamento. In particolare, scende del -8% rispetto al 2023 assestandosi a 2,3 miliardi di euro.

Il calo è particolarmente evidente negli investimenti in macchinari (29% del totale del mercato) e attrezzature (26,5% del totale). Al contrario, continua la crescita delle soluzioni software come FMIS (Farm Management Information System, 13,5 %), Decision Support System (DSS, 9,5%), sistemi di monitoraggio e mappatura dei suoli (9%) e delle colture (9%), che tuttavia non compensano il calo degli investimenti legati all’hardware.
Le cause della flessione? Tra i diversi fattori che l’anno scorso hanno messo a dura prova il settore agricolo il cambiamento climatico è quello che ha maggiormente impattato su prezzi e produzioni. 

Flessione dei redditi e riduzione degli incentivi pubblici

Il rallentamento del mercato di Agricoltura 4.0 è causato dalla flessione dei redditi agricoli ottenuti dagli investimenti già realizzati negli scorsi anni, ma anche della riduzione degli incentivi pubblici.

In Italia, infatti, l’84% delle aziende agricole utilizzatrici di soluzioni 4.0 ha già usufruito di almeno un incentivo, e gli stessi provider tecnologici (81%) ritengono che le agevolazioni pubbliche negli ultimi anni siano state un fattore chiave per la crescita.
A fronte del rallentamento della spesa complessiva, nel 2024 la superficie italiana coltivata con soluzioni 4.0 è risultata quasi stazionaria, passando dall’9% del 2023 al 9,5% del 2024.

Si investe meno? La soluzione è il consorzio

L’adozione delle tecnologie, inoltre, si è intensificata tra le aziende che ne erano già utilizzatrici, mentre è cresciuta poco la quota di nuovi investimenti.
Il 41% delle aziende agricole italiane adotta oggi almeno una soluzione di Agricoltura 4.0, ma considerando i software gestionali, la percentuale sarebbe ben più alta, mentre il 29% delle aziende agricole ne adotta due o più.

Ovviamente, il livello di digitalizzazione aumenta con le dimensioni aziendali, oppure quando le aziende fanno parte di gruppi di produttori, consorzi o cooperative. Tanto che ‘solo’ il 38% delle aziende agricole ‘semplici’ utilizza soluzioni di Agricoltura 4.0, contro il 44% di quelle che fanno parte di cooperative e il 55% delle organizzazioni di produttori.

Meno macchinari agricoli, più soluzioni software

“Nel 2024, abbiamo assistito per la prima volta a un rallentamento del mercato dovuto, per lo più, a un calo negli investimenti in macchinari agricoli, anche se è significativo osservare una crescita delle soluzioni software – spiega Andrea Bacchetti, Direttore dell’Osservatorio Smart AgriFood -. È ormai evidente che la sfida della digitalizzazione delle filiere agroalimentari passa in primis dal settore primario, con un ruolo importante di consorzi, cooperative e aziende della trasformazione. Queste potranno guidare le varie realtà della produzione agricola nell’adozione di soluzioni digitali, attraverso una maggiore valorizzazione economica, ed enfasi sulla qualità, delle produzioni realizzate da tali attori”.  

Imprese, come cambia l’approccio alla responsabilità sociale?

Negli ultimi anni, l’atteggiamento nei confronti della solidarietà e delle donazioni è in continua trasformazione, coinvolgendo sia i singoli cittadini che il mondo imprenditoriale. Sempre più aziende stanno integrando iniziative di responsabilità sociale nelle proprie strategie, riconoscendo l’importanza di collaborare con organizzazioni non profit per creare un impatto positivo sul territorio.

Questa tendenza emerge con chiarezza dai dati dell’Osservatorio sulle Donazioni, un’indagine annuale condotta da Eumetra in collaborazione con WaldenLab. Lo studio analizza il modo in cui privati e imprese contribuiscono alla solidarietà e come queste pratiche si stiano evolvendo nel tempo.

Sostenibilità e responsabilità sociale nelle imprese

La sostenibilità sta diventando un principio guida per le aziende italiane, con un numero crescente di realtà che la considerano una priorità strategica. L’81% delle imprese riconosce l’importanza di adottare politiche sostenibili, con un 36% che la reputa un elemento essenziale per il proprio sviluppo.

Questa crescente consapevolezza si traduce in azioni concrete, che spaziano dal miglioramento delle condizioni di lavoro al supporto delle comunità locali, fino alla riduzione dell’impatto ambientale. Non si tratta più di iniziative occasionali, ma di programmi strutturati che mirano a creare benefici duraturi.

Collaborazioni tra aziende e organizzazioni non profit

Le partnership tra imprese e associazioni non profit sono ormai una realtà consolidata, con molte aziende che collaborano stabilmente da oltre cinque anni. Il legame con il territorio è un elemento chiave, con il 52% delle iniziative rivolto a progetti locali.

Le principali aree di intervento riguardano la ricerca scientifica, il contrasto alle disuguaglianze sociali e la tutela ambientale. Seguono la promozione culturale e la salvaguardia del patrimonio artistico, a testimonianza di una crescente diversificazione degli ambiti di sostegno.

Cosa spinge le imprese a sostenere il non profit

Le imprese scelgono le organizzazioni con cui collaborare in base a criteri ben definiti. La coerenza con la mission aziendale è il principale fattore di selezione, indicato dal 73% delle aziende. Seguono la reputazione dell’ente e il legame con il contesto locale.

I benefici di queste collaborazioni sono molteplici: migliorano l’immagine aziendale, rafforzano le relazioni con la comunità e contribuiscono a creare un ambiente di lavoro più positivo. Tuttavia, il ritorno diretto in termini di performance economica appare meno evidente.

Cosa funziona e cosa no

 Nonostante la soddisfazione generale per queste iniziative, esistono ancora alcuni ostacoli da superare. Uno dei principali è la difficoltà di misurare l’effettivo impatto sociale delle attività realizzate. Molte aziende non dispongono di strumenti adeguati per valutare i risultati delle proprie azioni, limitandone l’efficacia.

Un altro aspetto critico riguarda la comunicazione: mentre l’85% delle imprese promuove le proprie iniziative a livello interno, solo il 44% investe nella comunicazione esterna, riducendo la visibilità e il coinvolgimento del pubblico.
Migliorare la capacità di misurazione dell’impatto e rafforzare la comunicazione potrebbero rendere queste collaborazioni ancora più incisive, contribuendo a un cambiamento culturale in cui il dono diventi parte integrante del fare impresa.