GenAI: a quota 61% le Risorse Umane che la utilizzano 

Secondo la ricerca “Processi di AI e impatti HR”, realizzata dall’Osservatorio Luiss Business School in collaborazione con Hrc: nel 2025 la quota di leader Hr che ha avviato o pianificato progetti di Intelligenza artificiale generativa (GenAI) è salita al 61%. Nel 2023 non toccava il 20%, fermandosi al 19%.

Questo è il segnale di “una svolta nella maturità digitale delle direzioni risorse umane delle aziende”, come si legge nel report. L’Italia, seconda potenza manifatturiera europea, oggi si trova infatti davanti a una transizione decisiva. Ovvero, integrare Intelligenza artificiale e digitalizzazione per valorizzare il proprio capitale umano, e diffondere innovazione anche oltre le ‘superstar city’.

Non una minaccia ma un alleato per migliorare efficienza e produttività

Lo studio è stato presentato nel corso del convegno Future @Work ‘Non dire domani’, l’appuntamento organizzato da Hrc Community, in collaborazione con Luiss Business School.
Secondo il prorettore Giuseppe F. Italiano e il professore Stefano Za, che hanno illustrato la ricerca, persistono però forti gap culturali e generazionali nell’approccio all’Intelligenza artificiale.

I millennial sono la fascia più predisposta al suo utilizzo. Il 90% di chi ha un’età tra 35 e 44 anni la utilizza e il 76% ne condivide suggerimenti o feedback. Al contrario, la fiducia nelle nuove tecnologie scende tra le generazioni più anziane.
In ogni caso, nel rapporto tra AI e lavoro, lo studio sottolinea come “l’Intelligenza artificiale, spesso percepita come una minaccia per l’occupazione, debba invece essere considerata un alleato strategico per migliorare efficienza, accuratezza e produttività”.

Funzioni HR: più benefici per Recruiting, Learning, Career&Development 

Quanto alle funzioni Hr che stanno beneficiando maggiormente della GenAI, sono recruiting & talent acquisition (per ridurre bias e ampliare i canali di selezione), learning & development (per creare percorsi formativi personalizzati e aggiornabili in tempo reale), performance & career development (con valutazioni più oggettive e coerenti con la strategia), people analytics (per anticipare rischi come turnover o assenteismo grazie a modelli predittivi),  ed employee engagement, per monitorare il clima organizzativo e rafforzare la componente umana della relazione lavorativa.

Necessario estendere la formazione a tutti i livelli. Non solo ai leader

“Le prime sperimentazioni – conferma lo studio -, pur concentrate in ambiti verticali, mostrano già benefici tangibili nella riduzione degli errori e nella rapidità decisionale”.

L’indagine afferma, inoltre, la necessità di “estendere la formazione a tutti i livelli, non solo ai leader, ma anche ai collaboratori, promuovendo una cultura della fiducia verso la tecnologia e la sua integrazione nei processi. L’adozione dell’AI – si legge nello studio – non può essere un esercizio tecnologico, ma una risposta a bisogni reali . Solo partendo dagli obiettivi strategici e dal valore per le persone è possibile costruire un modello di Intelligenza artificiale sostenibile e responsabile”, riporta ANSAcom in collaborazione con HRC GROUP.

Industria e sicurezza digitale: troppe falle mettono a rischio le aziende

Un’indagine evidenzia gravi ritardi nella protezione dei sistemi industriali: tra aggiornamenti rari e test sporadici, cresce la vulnerabilità agli attacchi informatici

Cyber minacce in crescita, ma la prevenzione resta indietro

L’infrastruttura industriale è sempre più interconnessa, ma connettività e innovazione portano con sé un’altra faccia della medaglia: una superficie di attacco in costante espansione. È quanto emerge da uno studio congiunto di Kaspersky e VDC Research, intitolato “Securing OT with Purpose-built Solutions”, che mette in luce il divario tra l’evoluzione tecnologica e la maturità nella difesa informatica.

La ricerca ha coinvolto oltre 250 responsabili IT e OT nei settori dell’energia, dei trasporti, delle utility e della produzione industriale, con l’obiettivo di analizzare come le aziende stanno affrontando – o trascurando – la protezione dei sistemi operativi industriali.

Valutazioni di sicurezza troppo sporadiche

Uno degli aspetti più critici riguarda la mancanza di controlli sistematici. In Europa, Medio Oriente e Africa (EMEA), meno di un’azienda su tre effettua verifiche mensili per identificare vulnerabilità nei propri sistemi. Una quota rilevante – quasi il 20% – lo fa appena una o due volte all’anno, mentre il 4% interviene solo quando si presenta un problema concreto.

L’assenza di test periodici espone le aziende a intrusioni informatiche che possono causare danni estesi: interruzioni delle attività produttive, furti di dati, costi elevati e, non da ultimo, perdita di fiducia da parte dei clienti.

Patch applicate con lentezza: una minaccia concreta

Anche l’aggiornamento dei software critici segue una frequenza insufficiente. Solo il 34% circa delle aziende installa aggiornamenti su base mensile, mentre quasi la metà lo fa solo ogni pochi mesi. Ancora peggio, il 17% aggiorna una o due volte l’anno, lasciando aperte potenziali falle sfruttabili dai cybercriminali.

Negli ambienti OT, aggiornare richiede pianificazione e competenze specifiche: molti dispositivi sono obsoleti, altri non supportano patch regolari e spesso mancano risorse per fermare la produzione senza impatto economico.

L’espansione dell’IoT industriale complica il quadro

Il crescente impiego di sensori intelligenti, videocamere e dispositivi connessi all’interno degli impianti ha ampliato la superficie di attacco. La convergenza tra tecnologie IT e OT richiede nuove strategie di difesa che tengano conto della natura ibrida e interconnessa di questi ambienti.

Sicurezza integrata e progettata fin dall’inizio

Per affrontare queste criticità, Kaspersky propone una soluzione pensata per le esigenze industriali: Kaspersky Industrial CyberSecurity (KICS). Si tratta di una piattaforma unificata che consente di mappare i dispositivi OT, gestire i rischi in tempo reale e mantenere un controllo centralizzato anche su infrastrutture complesse.

“La nostra visione si basa sul principio di Cyber Immunity, ovvero sistemi progettati per resistere agli attacchi fin dall’architettura di base”, afferma Dmitry Lukiyan, responsabile della Business Unit KasperskyOS. “A differenza dei modelli tradizionali, non serve intervenire continuamente con aggiornamenti: la sicurezza è integrata nel design stesso”.

Verso una nuova cultura della protezione OT

Il futuro della sicurezza industriale passa dalla capacità di adattarsi a un mondo sempre più digitale.
Dalla mappatura completa degli asset alla definizione di una strategia di difesa “by design”, ogni passo è cruciale per ridurre l’esposizione ai rischi informatici e garantire continuità, efficienza e affidabilità agli impianti industriali del domani.

Costruzioni: aumenta il fatturato per 1 impresa lombarda su 3, ma pesa carenza di manodopera

L’Osservatorio SAIE, realizzato in collaborazione con Nomisma, rivela l’andamento del settore delle costruzioni in Lombardia nel 2024 e raccoglie le opinioni delle imprese di produzione, distribuzione e servizi di edilizia e impianti.
L’anno passato il settore ha attraversato una fase nel complesso positiva. In particolare, nell’ultimo trimestre del 2024, il 33% delle imprese ha registrato una crescita del fatturato, mentre un ulteriore 43% ha mantenuto stabili i ricavi.

Consolidano la fiducia, il portafoglio ordini, giudicato adeguato dal 62% delle imprese lombarde (contro il 55% a livello nazionale) e l’aumento dei salari in circa 1 impresa su 4.
Le aspettative per fine 2025 sono altrettanto ottimistiche: il 45% delle aziende lombarde, in linea con la media nazionale, stima un ulteriore incremento,.

La metà delle aziende prevede assunzioni ma non trova i profili

Tuttavia, a fronte di questa vitalità economica, emerge il fattore della carenza di forza lavoro qualificata. Una impresa su 2, infatti, prevede nuove assunzioni nel prossimo trimestre, ma fatica a reperire profili adeguati.
Le figure più richieste risultano impiegati e operai non specializzati (entrambi al 42%), seguiti dagli addetti altamente specializzati (26%).

Meno rilevanti, le richieste di manager (5%) e specialisti digitali/BIM (11%), a conferma della polarizzazione tra mansioni operative e competenze ad alto contenuto tecnico.
Il tema della mancanza di personale qualificato non è solo un ostacolo, ma una delle principali sfide percepite dal comparto. Il 54% delle imprese lombarde lo indica come un fattore critico, pari alla forte concorrenza (54%) e alla burocrazia (50%).

Fattori critici: incertezza normativa, costo materie prime e manodopera

A ciò si aggiungono le problematiche derivanti dall’incertezza normativa, dal costo delle materie prime e della manodopera.
Mentre il 57% delle imprese mostra un buon livello di fiducia nel proprio business, la prospettiva si fa più cauta sul fronte internazionale, con il 79% che esprime scarsa fiducia nella situazione geopolitica. 
In questo scenario, gli incentivi statali restano un elemento di sostegno importante. 

Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio, tra i più apprezzati dalle imprese figurano il Bonus ristrutturazione (33%), il Superbonus 65% (31%) e l’Ecobonus (24%).
Marginale l’impatto del Decreto Salva Casa (2%).

PNRR: le misure considerate più efficaci

Per quanto riguarda il PNRR, le misure ritenute più efficaci dalla filiera sono gli interventi sull’efficientamento e la messa in sicurezza del patrimonio edilizio pubblico (62%), seguiti dagli incentivi per il patrimonio edilizio privato (57%).
Anche i progetti per la rigenerazione urbana e l’edilizia scolastica/universitaria raccolgono riscontri positivi, con il 41% e il 40% delle imprese che ne valutano l’impatto in modo favorevole.

Un’altra iniziativa che genera apprezzamento è quella della nuova direttiva europea Casa Green, che punta ad azzerare le emissioni del patrimonio edilizio entro il 2050. Sei imprese su 10 si dichiarano fiduciose sulla sua efficacia.
Ma quali sono i benefici attesi? Espansione del mercato, valorizzazione del patrimonio immobiliare e sensibile riduzione di consumi energetici ed emissioni di CO₂.

Supply Chain Finance: il mercato potenziale tocca 599 miliardi

È quanto rileva  l’Osservatorio Supply Chain Finance del Politecnico di Milano: nel 2024 il 22% del mercato potenziale italiano del credito di filiera è stato servito da soluzioni di Supply Chain Finance, per un valore complessivo di 131 miliardi di euro.
Nel 2023 il mercato italiano Supply Chain Finance  ha toccato 596 miliardi di euro, per una crescita del 6,3%. Nel 2024 il mercato potenziale del credito di filiera è cresciuto tra lo 0,5 e il 3%, raggiungendo un valore compreso tra 594 e 599 miliardi di euro di crediti commerciali.

I valori del Supply Chain Finance in Italia mostrano quindi una sostanziale stabilità, dovuta a uno scenario macroeconomico anch’esso più stabile e caratterizzato dall’aumento dei tassi di interesse.
Ma nonostante la ‘stagnazione’, a movimentare il settore sono arrivate importanti evoluzioni normative e tecnologiche, come l’AI.

Stabili Factoring, Anticipo Fattura, Reverse Factoring, Confirming

Quanto alle soluzioni, si mantengono sostanzialmente invariati rispetto all’anno precedente i valori del Factoring (60,4 miliardi di euro), dell’Anticipo Fattura (54 miliardi), del Reverse Factoring (9 miliardi) e del Confirming (1,6 miliardi).

Crescono, invece, in modo rilevante le soluzioni più innovative, come il Purchase Order Finance, che ha registrato un aumento del 35%, raggiungendo 1,4 miliardi, ma anche il Dynamic Discounting, che cresce del 17% (0,8 miliardi), la Carta di Credito B2B, che cresce dell’11% (3,8 miliardi), e l’Invoice Trading, che segna un +5% (0,6 miliardi).

“L’AI si può considerare ormai realtà nel SCF”

“In questo contesto, l’Intelligenza artificiale sta emergendo come una tecnologia di supporto nei processi di SCF, anche se la sua adozione presenta sfide significative, tra cui innanzitutto la necessità di dati di alta qualità – spiega Antonella Moretto, Direttrice dell’Osservatorio -. L’utilizzo dell’AI varia dalla previsione dei flussi di cassa futuri per comprendere le necessità di liquidità e di uso delle soluzioni di SCF, fino all’automazione di attività operative, come la riconciliazione dei documenti che semplificano l’uso del Supply Chain Finance. Se l’AI si può considerare ormai realtà nel SCF, la GenAI ha ancora un po’ di strada davanti: dall’analisi dei servizi offerti da startup innovative non emergono ancora casi di utilizzo rilevanti, ma la capacità generativa sarà certamente importante nel prossimo futuro”.

“Nuove direttive rimarcano la centralità del settore”

“Anche nel 2024 il Supply Chain Finance si conferma una leva strategica per affrontare le sfide dello scenario macroeconomico, caratterizzato da incertezze e pressioni sul capitale circolante – afferma Federico Caniato, Direttore dell’Osservatorio -. Le nuove regole sulla rendicontazione delle soluzioni di supplier financing, basate sulle linee guida introdotte dallo IASB, infatti, sembrano rallentare l’adozione di soluzioni di supplier financing, per l’incertezza e le complicazioni tecniche nella rendicontazione”.

Al contrario, le nuove direttive UE CSRD e CS3D sulla sostenibilità rimarcano la centralità del settore. In particolare, gli ESG information provider possono ricoprire un ruolo centrale per abilitare la sostenibilità nelle soluzioni SCF.

Agricoltura 4.0: rallenta per la prima volta e scende a 2,3 miliardi

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano e del Laboratorio RISE (Research & Innovation for Smart Enterprises) dell’Università degli Studi di Brescia: nel 2024 il mercato italiano dell’Agricoltura 4.0 segna per la prima volta un rallentamento. In particolare, scende del -8% rispetto al 2023 assestandosi a 2,3 miliardi di euro.

Il calo è particolarmente evidente negli investimenti in macchinari (29% del totale del mercato) e attrezzature (26,5% del totale). Al contrario, continua la crescita delle soluzioni software come FMIS (Farm Management Information System, 13,5 %), Decision Support System (DSS, 9,5%), sistemi di monitoraggio e mappatura dei suoli (9%) e delle colture (9%), che tuttavia non compensano il calo degli investimenti legati all’hardware.
Le cause della flessione? Tra i diversi fattori che l’anno scorso hanno messo a dura prova il settore agricolo il cambiamento climatico è quello che ha maggiormente impattato su prezzi e produzioni. 

Flessione dei redditi e riduzione degli incentivi pubblici

Il rallentamento del mercato di Agricoltura 4.0 è causato dalla flessione dei redditi agricoli ottenuti dagli investimenti già realizzati negli scorsi anni, ma anche della riduzione degli incentivi pubblici.

In Italia, infatti, l’84% delle aziende agricole utilizzatrici di soluzioni 4.0 ha già usufruito di almeno un incentivo, e gli stessi provider tecnologici (81%) ritengono che le agevolazioni pubbliche negli ultimi anni siano state un fattore chiave per la crescita.
A fronte del rallentamento della spesa complessiva, nel 2024 la superficie italiana coltivata con soluzioni 4.0 è risultata quasi stazionaria, passando dall’9% del 2023 al 9,5% del 2024.

Si investe meno? La soluzione è il consorzio

L’adozione delle tecnologie, inoltre, si è intensificata tra le aziende che ne erano già utilizzatrici, mentre è cresciuta poco la quota di nuovi investimenti.
Il 41% delle aziende agricole italiane adotta oggi almeno una soluzione di Agricoltura 4.0, ma considerando i software gestionali, la percentuale sarebbe ben più alta, mentre il 29% delle aziende agricole ne adotta due o più.

Ovviamente, il livello di digitalizzazione aumenta con le dimensioni aziendali, oppure quando le aziende fanno parte di gruppi di produttori, consorzi o cooperative. Tanto che ‘solo’ il 38% delle aziende agricole ‘semplici’ utilizza soluzioni di Agricoltura 4.0, contro il 44% di quelle che fanno parte di cooperative e il 55% delle organizzazioni di produttori.

Meno macchinari agricoli, più soluzioni software

“Nel 2024, abbiamo assistito per la prima volta a un rallentamento del mercato dovuto, per lo più, a un calo negli investimenti in macchinari agricoli, anche se è significativo osservare una crescita delle soluzioni software – spiega Andrea Bacchetti, Direttore dell’Osservatorio Smart AgriFood -. È ormai evidente che la sfida della digitalizzazione delle filiere agroalimentari passa in primis dal settore primario, con un ruolo importante di consorzi, cooperative e aziende della trasformazione. Queste potranno guidare le varie realtà della produzione agricola nell’adozione di soluzioni digitali, attraverso una maggiore valorizzazione economica, ed enfasi sulla qualità, delle produzioni realizzate da tali attori”.  

Imprese, come cambia l’approccio alla responsabilità sociale?

Negli ultimi anni, l’atteggiamento nei confronti della solidarietà e delle donazioni è in continua trasformazione, coinvolgendo sia i singoli cittadini che il mondo imprenditoriale. Sempre più aziende stanno integrando iniziative di responsabilità sociale nelle proprie strategie, riconoscendo l’importanza di collaborare con organizzazioni non profit per creare un impatto positivo sul territorio.

Questa tendenza emerge con chiarezza dai dati dell’Osservatorio sulle Donazioni, un’indagine annuale condotta da Eumetra in collaborazione con WaldenLab. Lo studio analizza il modo in cui privati e imprese contribuiscono alla solidarietà e come queste pratiche si stiano evolvendo nel tempo.

Sostenibilità e responsabilità sociale nelle imprese

La sostenibilità sta diventando un principio guida per le aziende italiane, con un numero crescente di realtà che la considerano una priorità strategica. L’81% delle imprese riconosce l’importanza di adottare politiche sostenibili, con un 36% che la reputa un elemento essenziale per il proprio sviluppo.

Questa crescente consapevolezza si traduce in azioni concrete, che spaziano dal miglioramento delle condizioni di lavoro al supporto delle comunità locali, fino alla riduzione dell’impatto ambientale. Non si tratta più di iniziative occasionali, ma di programmi strutturati che mirano a creare benefici duraturi.

Collaborazioni tra aziende e organizzazioni non profit

Le partnership tra imprese e associazioni non profit sono ormai una realtà consolidata, con molte aziende che collaborano stabilmente da oltre cinque anni. Il legame con il territorio è un elemento chiave, con il 52% delle iniziative rivolto a progetti locali.

Le principali aree di intervento riguardano la ricerca scientifica, il contrasto alle disuguaglianze sociali e la tutela ambientale. Seguono la promozione culturale e la salvaguardia del patrimonio artistico, a testimonianza di una crescente diversificazione degli ambiti di sostegno.

Cosa spinge le imprese a sostenere il non profit

Le imprese scelgono le organizzazioni con cui collaborare in base a criteri ben definiti. La coerenza con la mission aziendale è il principale fattore di selezione, indicato dal 73% delle aziende. Seguono la reputazione dell’ente e il legame con il contesto locale.

I benefici di queste collaborazioni sono molteplici: migliorano l’immagine aziendale, rafforzano le relazioni con la comunità e contribuiscono a creare un ambiente di lavoro più positivo. Tuttavia, il ritorno diretto in termini di performance economica appare meno evidente.

Cosa funziona e cosa no

 Nonostante la soddisfazione generale per queste iniziative, esistono ancora alcuni ostacoli da superare. Uno dei principali è la difficoltà di misurare l’effettivo impatto sociale delle attività realizzate. Molte aziende non dispongono di strumenti adeguati per valutare i risultati delle proprie azioni, limitandone l’efficacia.

Un altro aspetto critico riguarda la comunicazione: mentre l’85% delle imprese promuove le proprie iniziative a livello interno, solo il 44% investe nella comunicazione esterna, riducendo la visibilità e il coinvolgimento del pubblico.
Migliorare la capacità di misurazione dell’impatto e rafforzare la comunicazione potrebbero rendere queste collaborazioni ancora più incisive, contribuendo a un cambiamento culturale in cui il dono diventi parte integrante del fare impresa.

Imprese: aumenta il budget dedicato all’integrazione dell’AI nelle strategie OCX

Il processo di implementazione dell’Omnichannel Customer Experience (OCX) nelle aziende italiane nell’ultimo anno ha registrato un avanzamento medio superiore rispetto agli anni precedenti. La maturità omnicanale monitorata dallo OCX Index, l’indicatore che monitora il livello di maturità delle imprese, ha raggiunto un valore di 4,8 su 10 (+11% vs 2023).

Nel 2024, due terzi delle grandi aziende italiane (69%) ha incrementato il budget destinato a iniziative di Intelligenza artificiale nei processi di gestione del cliente. Con una diffusione del 49%, il Customer Care risulta l’ambito più rilevante di applicazione.
Sono alcuni risultati emersi dalla ricerca dell’Osservatorio Omnichannel Customer Experience del Politecnico di Milano.

“Il cammino verso una piena maturità è costellato da sfide complesse”

Quanto al livello di maturità omnicanale, è l’area Dati e Tecnologia ad avere registrato l’incremento più significativo, favorito dall’adozione di soluzioni di AI (o dalla volontà di adottarle), che ha accresciuto la consapevolezza sull’importanza di un approccio avanzato alla gestione dei dati.

“Negli ultimi dieci anni, l’Omnichannel Customer Experience si è affermata come una leva strategica e fondamentale per numerose aziende. Tuttavia, il cammino verso una piena maturità omnicanale rimane costellato da sfide complesse, organizzative e tecnologiche”, afferma Giuliano Noci, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio.

L’AI generativa rappresenta un potenziale impulso alla trasformazione

Di fatto, però, oggi solo l’11% delle grandi aziende italiane si può considerare a uno stadio di maturità omnicanale avanzata. In questo scenario, l’AI, in particolare, l’AI generativa, rappresenta un potenziale impulso alla trasformazione, “offrendo da un lato un miglioramento dell’efficienza operativa e dall’altro facilitando esperienze personalizzate, che grazie a contenuti dinamici basati sulle preferenze individuali, accrescono la propensione all’acquisto e promuovono la fidelizzazione”, aggiunge Noci.

Tra le applicazioni più diffuse di Intelligenza artificiale all’interno dei processi di gestione del cliente, “si annoverano chatbot basati su AI, sia in forma discriminativa sia generativa, l’ottimizzazione delle campagne di marketing e il lead scoring”, spiega Marta Valsecchi, direttrice dell’Osservatorio.

I pilastri dell’omnicanalità: processi chiari, dati strutturati, infrastrutture tecnologiche adeguate, competenze specializzate

Guardando al futuro, emergono grandi opportunità in ambiti come il content management, per traduzioni di descrizioni prodotto o la generazione dinamica di immagini, nonché in ambito customer care, in cui il supporto agli operatori della gestione dei clienti è sempre più importante.

Tuttavia, per cogliere appieno il valore dell’AI è fondamentale aver costruito solidi pilastri dell’omnicanalità. Ovvero, processi chiari, dati strutturati, infrastrutture tecnologiche adeguate e competenze specializzate.
“Senza questi elementi – puntualizza Valsecchi -, il potenziale dell’AI e le possibilità di offrire un’esperienza realmente omnicanale, personalizzata e fidelizzante rischiano di rimanere inespressi”.

Imprese: nel 2023 saldo positivo, +42mila

In uno scenario economico caratterizzato da inflazione, tensioni geopolitiche e cambiamenti tecnologici, il saldo 2023 per le imprese italiane resta positivo, ma non per tutti gli ambiti di attività.
Oltre il 70% delle 42mila imprese registrate in più negli ultimi dodici mesi opera in soli tre macro-settori, costruzioni, turismo e attività professionali.
Insomma, nel 2023 più imprese edili, consulenti aziendali, B&B, meno imprese nel commercio, agricoltura e manifattura.

Dai dati Movimprese, elaborati da Unioncamere e InfoCamere sulla base del Registro delle imprese delle Camere di commercio, emerge che il settore più dinamico, in termini di crescita imprenditoriale, è il comparto delle costruzioni.
Nonostante l’incertezza sulle prospettive dei bonus legati all’edilizia alla fine del 2023 il comparto conta 13.541 imprese in più rispetto al 2022 (+1,62%).

Boom per consulenza, hospitality e immobiliare  

Bene anche le attività professionali, scientifiche e tecniche, che a fine 2023 presentano un aumento significativo di 11mila imprese, trainate dal ‘boom’ della consulenza aziendale e amministrativo-gestionale. Il saldo positivo è di oltre 6.000 attività, per una variazione relativa dell’8%.
Anno positivo anche per il comparto della vacanza, in cui si contano 3.380 attività di alloggio aggiuntive (+5,13%) e 3.015 bar e ristoranti in più rispetto al 2022 (+0,77%).

Alla crescita hanno contribuito significativamente anche le attività immobiliari, che a fine 2023 contano 5.197 imprese in più dell’anno precedente (+1,72%).
A fronte di questi risultati positivi, i settori più tradizionali continuano a segnalare un restringimento della platea delle imprese.

Generale riduzione per commercio, agricoltura, manifattura

Il 2023 per il commercio si è chiuso con una riduzione complessiva di 8.653 attività (-0,6%), anche se il ‘processo di selezione’ ha riguardato essenzialmente il commercio al dettaglio, che nel 2023 ha perso quasi 7.700 unità. Nell’agricoltura, il bilancio di fine anno evidenzia una riduzione complessiva di 7.546 imprese (-1,05%) mentre la manifattura presenta una perdita complessiva di 2.962 imprese (-0,56%). 

Una performance per quest’ultimo settore che tocca tutti comparti, con la sola eccezione delle imprese di riparazione, manutenzione e installazione di macchine e apparecchiature (+1.137 unità), accompagnata da una sostanziale stabilità delle industrie di cantieristica navale, aerospaziale e ferro-tramviaria (+56), e delle bevande (+37).

Al Sud oltre un terzo del saldo annuale

Guardando al territorio, i dati indicano in crescita il tessuto imprenditoriale di tutte le quattro aree geografiche.
Con le sue 14.948 imprese in più, il Mezzogiorno ha determinato più di un terzo dell’intero saldo annuale, staccando il Nord-Ovest (+11.210) e il Centro (+10.626).

In termini assoluti, meglio di tutte hanno fatto Lombardia (+10.562), Lazio (+9.710) e Campania (+6.351). Il Lazio (+1,59%) registra invece la crescita più sostenuta in termini relativi; seguono la Lombardia (+1,12%) e la Campania (+1,04%).
L’intero saldo positivo è spiegato dalla crescita delle società di capitale: +57.846 (+3,1%), in linea con il 2022. Le imprese individuali continuano a rappresentare la metà dello stock di imprese esistenti (50,6%), ma sono in flessione di quasi 2mila unità (-0,1%).

Noleggio auto: se a lungo termine il trend è ancora più positivo

Secondo i dati di Aniasa, l’Associazione nazionale industria dell’autonoleggio, della sharing mobility e dell’automotive digital, il noleggio auto in Italia nel 2022 ha immatricolato circa 365mila vetture, con una quota complessiva di quasi il 28%. E nel primo semestre 2023 ha raggiunto una quota del 33% del totale dei veicoli nuovi messi su strada, immatricolando oltre 308mila vetture da gennaio a giugno (+47%). La crescita del settore sembra inarrestabile, ed è sostenuta dall’apprezzamento non solo da parte di aziende e professionisti, ma anche dei privati.

Un’alternativa all’acquisto dell’auto

A trainare il mercato è il noleggio auto a lungo termine (oltre 302mila vetture immatricolate nel 2022, +19%), una formula sempre più gettonata come alternativa all’acquisto dell’auto, e che ha raggiunto a livello nazionale una flotta di 1 milione e 197 mila veicoli. Con quasi 1 veicolo su 3 immatricolato per il noleggio a lungo termine, la locazione è una modalità sempre più gradita non solo dalle imprese ma anche dai privati, che oggi usano 163mila veicoli noleggiati con questa modalità (circa il 14% del totale dei mezzi a nolo circolanti in Italia).

La formula tutto compreso conviene

I motivi di questo trend sono molteplici. Oltre alla possibilità di pagare un canone mensile a prezzo fisso per tutta la durata del contratto (da 12 o 24 mesi a 60 o 72 mesi a seconda della compagnia), c’è la convenienza della formula tutto compreso. Nel canone sono infatti incluse le principali spese da sostenere, come immatricolazione del veicolo, assicurazione e manutenzione ordinaria e straordinaria.
Nella maggior parte dei contratti sono compresi anche altri servizi utili, come l’assistenza stradale 24/7 in Italia e in Europa e la telematica. Inoltre è possibile personalizzare il noleggio, ad esempio aggiungendo nel canone un veicolo sostitutivo, pneumatici a plafond o la polizza assicurativa per la tutela legale.

Un ruolo chiave nella mobilità sostenibile

I privati che optano per questa formula possono avere a disposizione una vettura sempre nuova e aggiornata nella dotazione tecnologica e nei dispositivi di sicurezza, tutelandosi da una serie di inconvenienti come la svalutazione commerciale, l’obsolescenza del mezzo o l’introduzione di nuove normative antinquinamento. Il noleggio auto a lungo termine sta poi trainando le immatricolazioni di vetture elettriche e ibride plug-in, affermandosi come una soluzione molto apprezzata per chi desidera scegliere un veicolo alimentato a batteria. In base ai dati Aniasa, nel primo semestre 2023 il noleggio ha immatricolato il 34% delle vetture elettriche e il 63% delle plug-in. Quest’ultime sono dotate sia di un motore termico a benzina (più raramente diesel) sia di un propulsore elettrico, per percorrere fino a 60-70 km senza produrre emissioni di CO2.

Intelligenza artificiale: una rivoluzione anche per il settore assicurativo?

Il potenziale riconosciuto alle nuove tecnologie all’interno del settore assicurativo viene confermato dallo studio Digital Disruption: l’impatto delle tecnologie emergenti sul settore assicurativo, realizzato da EY con il supporto IIA – Italian Insurtech Association e il sostegno di Liferay.
Tecnologie come l’intelligenza artificiale stanno trasformando radicalmente l’industria assicurativa, con implicazioni senza precedenti in termini di aumento della competizione tra gli operatori di mercato. In particolare, per il 44% delle Compagnie assicurative intervistate la tecnologia emergente con maggiore capacità di applicazione è l’Intelligenza Artificiale Generativa. Ma sebbene il potenziale del suo utilizzo sia ampiamente riconosciuto dai player assicurativi, quasi la metà delle Compagnie intervistate non l’ha ancora adottata all’interno del proprio business.

La barriera delle scarse competenze

Solo il 7% delle Compagnie assicurative riferisce un grado di maturità avanzata nell’implementazione dell’Intelligenza Artificiale Generativa, principalmente per la gestione dei sinistri.
Di fatto, la principale barriera nell’adozione di tecnologie emergenti nel settore rimane il gap di competenze tecniche, per il quale si rende funzionale un processo di formazione del personale (70%). 
Un gap dovuto alla difficoltà nel reperire le giuste risorse e al disallineamento fra linee IT e di business (69%), fattore che ostacola la trasformazione digitale nel settore. Per la maggior parte degli intervistati, quindi, emerge la necessità di creare una mentalità aziendale innovativa e accrescere le competenze all’interno dell’organizzazione, intervenendo su processi e metodologie di lavoro per cogliere efficacemente il contesto di cambiamento in corso.

Le più utilizzate sono Robotica e Intelligent Automation

Tra i vantaggi connessi all’utilizzo di AI Generativa gli intervistati sono concordi nell’individuare l’efficientamento dei processi esistenti (89%) e il miglioramento della relazione con la clientela (78%) 
In ogni caso, a oggi le tecnologie emergenti maggiormente utilizzate sono Robotica e Intelligent Automation (96%), di cui le principali applicazioni riguardano la gestione dei sinistri (70%) e la sottoscrizione ed emissione delle polizze (54%). 

I benefici di IoT e sensoristica avanzata

Inoltre, il 74% degli intervistati ha già implementato, a diversi livelli di maturità anche IoT e sensoristica avanzata per una più accurata quotazione del rischio (70%) e per lo sviluppo di prodotti parametrici (70%).
I benefici riscontrati dall’utilizzo di queste tecnologie, riporta Adnkronos, riguardano principalmente l’estensione dell’offerta e il miglioramento della relazione con i clienti (67%). Scarse applicazioni emergono, invece, per blockchain e metaverso. Nonostante si ritenga che l’impiego di queste tecnologie possa rafforzare il brand e migliorare la relazione con la clientela, la quasi totalità del campione fatica a vedere vantaggi e casi d’uso concreti.
“La sfida cruciale ora è adattare un mercato ancora ancorato a dettami analogici per sfruttare appieno il potenziale rivoluzionario dell’AI – commenta Gerardo di Francesco, Segretario Generale di IIA -, riprogettando processi e operatività”.