La multicanalità è diventata un fenomeno di massa?

Il connubio tra mondo digitale e mondo fisico è ormai un fenomeno di massa, e le barriere dell’omnicanalità sono definitivamente crollate, grazie anche all’accelerazione causata dalla pandemia. Lo testimonia la penetrazione di internet: oggi, l’88% degli italiani si connette alla rete. La ricerca NielsenIQ condotta in occasione dell’Osservatorio Multicanalità 2020 evidenzia come dal 2007 al 2020, in 13 anni, sempre più consumatori italiani esprimano un atteggiamento favorevole ai contesti digitali. Insomma, ciò che prima costituiva una barriera all’adozione di strumenti digitali, oggi lo è sempre di meno. Non tutti i consumatori, però, adottano gli stessi comportamenti in un contesto omnicanale.

I 5 cluster di comportamento in ambito digitale

Per comprendere i trend e quali decisioni strategiche adottare, NielsenIQ ha segmentato la popolazione italiana in base al comportamento in ambito digitale, ottenendo 5 cluster, dai meno ai più digital: Digital Unplugged, Digital Rookie, Digital Bouncer, Digital Engaged e Digital Native. Considerato l’approccio omnicanale eterogeneo dei consumatori è quindi fondamentale comprendere le differenze di comportamento in base alle categorie merceologiche di acquisto. La stessa persona, infatti, può avere un profilo digitalmente ‘base’ per il Largo Consumo, ma evoluto per la categoria dei viaggi. Ciò dipende da numerosi fattori, tra i quali la propensione al digitale, il vissuto della categoria e il livello di maturità dell’offerta, che deve adeguarsi alle nuove esigenze dei consumatori se vuole cogliere tutte le opportunità di crescita. 

L’effetto spillover dell’omnichannel

Guardando ai dati, in Italia nel Largo Consumo i cluster che vivono appieno o frequentemente l’omnicanalità sono sottorappresentati rispetto alla media (41% vs 50%), mentre in settori come le ITC o i Travel sono tra il 60 e il 70%.  Ma cosa succederebbe se i settori con pratiche digitali più diffuse riuscissero a far beneficiare quelli meno sviluppati nel contesto omnichannel? Prendendo a prestito la terminologia dell’attuale situazione sanitaria, l’effetto ‘spillover’ sarebbe la misura di quanto la diffusione di pratiche digitali su determinate industry potrebbe influenzare le aspettative e le abitudini nelle restanti categorie.
In altre parole, sarebbe una sorta di ‘contagio digitale’. 

L’offerta deve essere in grado di rispondere alle esigenze del consumatore

Se il contesto italiano guarda spesso a Cina, Stati Uniti o Francia per cercare di capire quali trend potrebbero manifestarsi nell’immediato futuro, anche il settore del Largo Consumo dovrebbero guardare alle industry che già riescono a sfruttare l’omnicanalità in maniera ottimale. Questo, per migliorare velocemente la propria offerta, rispondendo alle esigenze dei consumatori. È proprio questo il punto sul quale manufacturer e retailer dovrebbero concentrarsi per ripensare e riadattare le loro strategie: se un individuo si comporta da Digital Engaged o Digital Native in alcune categorie di determinate industry, ciò significa che potrebbe essere pronto a farlo anche nel largo consumo, nel Pharma o nel Beauty. Ed è più probabile che lo faccia se l’offerta sarà in grado di rispondere alle sue esigenze, mettendolo in condizione di preferire un approccio omnicanale a quello puramente fisico.

Tornare in ufficio sì o no? Metà degli italiani vuole il “modello ibrido”

È meglio tornare a lavorare in ufficio o continuare con lo smart working? Da una ricerca di LinkedIn, dal titolo FUture of Work: Italia, emerge che il 47% dei professionisti italiani preferisce un modello ibrido tra il lavoro in ufficio e quello da casa. Il 30% preferirebbe invece lavorare a tempo pieno in ufficio, e quasi il 23% lavorare a tempo pieno da casa. Sia per le donne sia per gli uomini il modello di lavoro ibrido rimane il favorito, anche se le prime (52,9%) mostrano una maggiore preferenza per questo tipo di modello rispetto agli uomini (41,9%).  Quanto alla fascia d’età, è la categoria dei professionisti più giovani, fino a 24 anni, a essere l’unica a preferire lavorare in ufficio rispetto a una modalità ibrida.

I benefici di poter alternare casa e ufficio

Tra chi ha espresso la preferenza per lavorare da casa la percentuale più alta (37%) dichiara di preferire il lavoro da remoto per mantenere un migliore equilibrio tra vita personale e lavoro, mentre il 32% vuole evitare le difficoltà legate al pendolarismo e il 21% pensa di essere più produttivo a casa.
Tra chi invece preferisce lavorare in ufficio, il motivo principale è il poter essere circondati dai colleghi (44%), mentre il 36% pensa di essere più produttivo. Il 33% poi trova che la possibilità di alternare casa e ufficio porti benefici, mentre quasi il 28,5% dichiara di essere più sedentario a lavorare da casa, e il 13% di spendere più soldi quando lavora da casa, quindi, preferisce il lavoro in ufficio.

Le preoccupazioni per un ritorno in ufficio full time

Ma non sono solo la routine e l’attività fisica a preoccupare. Il 38% degli intervistati teme che chi sceglie di tornare in ufficio possa essere avvantaggiato dai superiori rispetto a chi lavora da remoto, il 31% pensa che lavorare da casa possa influire negativamente sul proprio percorso professionale, e il 34% teme che la qualità delle interazioni con i colleghi in ufficio possa peggiorare nel tempo. Esiste anche un 27,5% convinto che lavorando da casa si ‘perderebbe il divertimento’ del lavoro in ufficio.

C’è chi ha lasciato il lavoro per non dover tornare in ufficio a tempo pieno

Tra i lavoratori a cui le aziende hanno chiesto di tornare a lavorare in ufficio in maniera continuativa, riporta Ansa, il 44,5% ha accettato ed è tornato o tornerà nel posto di lavoro, mentre il 26% ha chiesto di rientrare con un orario flessibile. Ma un 6,7% dichiara di aver lasciato il lavoro proprio perché gli è stato chiesto di tornare in ufficio a tempo pieno. Quanto alla richiesta da parte dei datori di lavoro del certificato vaccinale ai dipendenti prima del rientro in ufficio, il 75% degli intervisti pensa che sia molto o abbastanza importante richiedere che i dipendenti siano vaccinati per il ritorno in ufficio.

Moda, Milano esporta il 15% del totale nazionale

Secondo i dati della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi la moda è il settore che meglio connota Milano, e che più rappresenta il Made in Italy nel mondo. Nel primo trimestre del 2021 Milano ha esportato solo nel settore moda 3,8 miliardi di euro, pari al 15% del totale nazionale. Solo a Milano si contano 10.410 imprese del settore, sulle 26.876 della Lombardia e le 191.148 in Italia, e 73.625 addetti, rispetto ai 156.139 della Lombardia e ai 717.948 dell’intero territorio nazionale.  Secondo l’ultimo Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano, nel 2020 il settore dell’abbigliamento è valso 3,9 miliardi di euro (+22% rispetto all’anno precedente). In valore assoluto, la moda è stato uno dei tre comparti che lo scorso anno ha contribuito maggiormente alla crescita economica del Paese, con 700 milioni di euro sui 5,5 miliardi di euro di incremento totale.

Il commercio al dettaglio e all’ingrosso vale quasi 13 miliardi di euro

“Nel 2019, a Milano, il fatturato della moda, industria e commercio. ha sfiorato i 21 miliardi di euro, pari al 17% del totale nazionale, un valore cresciuto del 34% rispetto al 2010 – spiega Elena Vasco, Segretario generale della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi -. All’interno del comparto, la voce più rilevante è costituita dal commercio al dettaglio e all’ingrosso, che vale infatti quasi 13 miliardi di euro, ed è anche quella che è cresciuta maggiormente (+45%). La produzione di tessile-abbigliamento e pelletteria – continua Vasco – con un fatturato di 7,6 miliardi, ha riportato ugualmente un risultato positivo negli anni considerati (+17,5%)”. 

La sfida della sostenibilità

La moda però sta vivendo un momento complesso, dovendo fare i conti con 5 forze che la stanno portando a una profonda e radicale trasformazione, accelerata ulteriormente dalla pandemia. Tra queste sfide spicca quella sulla sostenibilità, parametro richiesto sempre più dai consumatori stessi, come si evince dal proliferare di piattaforme di vendita di usato.
“La moda è uno dei settori che, negli ultimi anni, ha subito le maggiori trasformazioni, già prima della pandemia – commenta Giuseppe Stigliano, esperto di marketing, di trasformazione digitale e innovazione aziendale -. L’onlife fashion è la rappresentazione di come il mondo della moda ha dovuto fare i conti con le 5 forze: accelerazione, ibridazione, disintermediazione, sostenibilità e democratizzazione.

Il Covid-19 ha contribuito a riscrivere le regole del settore

“A queste, nel 2020, si è aggiunta una sesta forza, il Covid-19, che ha contribuito a riscriverne le regole – continua Stigliano -. Soprattutto entrando nel merito della quarta forza, la sostenibilità appunto, la moda è il settore più inquinante dopo quello del petrolio, ed è vissuta per anni di azioni di compensazione, ma oggi non basta più. Il mercato chiede alle aziende di essere coerenti – sottolinea Stigliano – e fare scelte realmente sostenibili, ed è per questo che il comparto della moda è oggi costretto a ripensarsi”.

Cancro al seno: quali sono i campanelli d’allarme?

Oggi le donne sono molto più propense, rispetto il passato, ad effettuare dei controlli periodici e adottare tutte le precauzioni che possono aiutare a diagnosticare in anticipo un cancro al seno.

In particolar modo esistono alcuni sintomi che possono essere considerati dei campanelli d’allarme anche se, è bene sottolinearlo adeguatamente, riscontrare sul proprio corpo uno dei sintomi di seguito elencati non significa per forza che vi sia un cancro al seno ma può tranquillamente trattarsi di altro.

Ad ogni modo, è bene sempre contattare il proprio medico di fiducia o specialista per sciogliere ogni dubbio. Ecco di seguito alcuni di quelli che possono essere considerati dei campanelli d’allarme per il cancro al seno e che dunque necessitano di tutta la nostra attenzione.

Modifiche nell’aspetto del seno

Se dovessi riscontrare, anche tramite l’autopalpazione, un eccessivo numero di noduli o comunque la presenza al tatto di altro tipo di formazioni solide, fai bene ad effettuare un controllo presso il tuo senologo di fiducia.

Il controllo va fatto ancora di più se si presenta anche un certo arrossamento della pelle ed un ispessimento, i quali potrebbero essere il segnale di una neoplasia. Il medico andrà inoltre a verificare anche eventuali variazioni presenti sul capezzolo effettuando al tempo stesso alla paziente alcune domande inerenti la sua salute.

Perdita di sangue al di fuori del ciclo

Soprattutto in giovane età, avere delle perdite al di fuori del ciclo è considerato normale e non rappresenta un qualcosa che lascia perplessi. Spesso infatti, si tratta semplicemente di alcune variazioni ormonali che sono anche fisiologiche.

In altri casi è invece possibile che questo sia il segnale di una endometriosi o di un cancro dell’endometrio.

Per questo motivo la perdita di sangue al di fuori del ciclo non va sottovalutata ma è bene comunque effettuare una visita così da dissipare eventuali dubbi.

Fastidi in bocca

Delle volte è possibile avvertire in bocca la presenza di piccole piaghe o brufoli sulla lingua, così come escoriazioni sulla gengiva. È possibile chiaramente che si tratti di fenomeni passeggeri legati alla digestione o a ciò che si è mangiato, ma nel caso in cui il fenomeno non dovesse scomparire con i rimedi casalinghi, diventa necessario andare ad effettuare una visita presso uno specialista.

Individuare per tempo infatti una problematica di questo tipo consente di poter accedere a cure che sono certamente meno invasive con possibilità di successo più alte.

Ingrossamento dei linfonodi

Nel caso in cui si dovesse riscontrare l’ingrossamento dei linfonodi, ad esempio quelli che stanno sotto le ascelle, nel torace o nel collo, è bene rivolgersi senza indugi al proprio medico.

Ad ogni modo, solitamente questo tipo di fenomeno è legato a problemi infettivi e per questo si tratta di una evenienza alquanto comune. Chiaramente tutto rientra nella normalità se i linfonodi scompaiono nell’arco di 10 giorni circa.

Se così non dovesse essere, ed il linfonodo dovesse continuare ad aumentare di volume, lo specialista potrebbe richiedere di effettuare una ecografia accompagnata da una biopsia.

Febbre che non sembra passare

Di norma la febbre non è una sintomatologia legata a problemi oncologici. Ad ogni modo vi sono dei tipi di tumore che vanno ad alterare la capacità del nostro corpo di regolare la sua temperatura. Per questo motivo una febbre anomala, apparentemente immotivata e persistente, diventa un campanello d’allarme e per questo motivo è bene rivolgersi al proprio medico di fiducia.

Conclusioni

Tenere a mente queste semplici informazioni ti aiuterà nel caso in cui dovessi avere un dubbio, o possono rivelarsi utili nel caso in cui dovessi riscontrare una di queste sintomatologie. In quell’evenienza non esitare a contattare il tuo medico di fiducia per sciogliere ogni dubbio.

Con il mercato libero si risparmia il 16% sull’elettricità e il 13% sul gas

Nel 2020 la bolletta media della luce ha raggiunto i 505,40 euro, vale a dire il 7,5% in più rispetto al 2019. È andata meglio sul fronte del gas, dove nonostante i lockdown i consumi sono rimasti stabili, e secondo il bilancio di Facile.it, gli italiani hanno potuto beneficiare del calo delle tariffe spendendo, in media, 734,30 euro. In ogni caso, le bollette di luce e gas sono tra le spese che più pesano sul budget delle famiglie italiane. Per mettersi al riparo dalle variazioni che scatteranno in automatico per chi è nel mercato tutelato, conviene valutare il passaggio al mercato libero approfittando delle offerte a prezzo fisso proposte dagli operatori. Secondo le simulazioni di Facile.it, a parità di consumi e guardando alla miglior tariffa del mercato libero, una famiglia potrebbe risparmiare fino al 16% per la bolletta elettrica e fino al 13% per quella del gas.

Nei prossimi mesi i prezzi potrebbero lievitare

Sempre secondo Facile.it, tra luce e gas, complessivamente, nel 2020 gli italiani hanno messo a budget 1.239,71 euro a famiglia, rispetto ai 1.378,38 euro del 2019, ma il timore è che per il 2021 la cifra sia più salata. Le tariffe sono infatti aumentate nella prima parte dell’anno, i consumi, e i prezzi potrebbero lievitare ulteriormente nei prossimi mesi.
“Il primo ottobre le tariffe energetiche verranno aggiornate e il rischio di un maxi aumento è concreto, se si considera che ormai da mesi stiamo assistendo a una crescita importante del costo delle principali materie prime energetiche”, spiega Mario Rasimelli, Managing Director Utilities di Facile.it. 

L’andamento regionale della bolletta elettrica

Se si guarda ai dati su base regionale emergono significative differenze territoriali. Considerato che il prezzo dell’energia sotto regime di tutela è uguale in tutte le aree del Paese, la differenza del peso della bolletta è legata unicamente ai consumi. 
Al primo posto per consumi e spesa si posiziona la Sardegna, dove nel 2020 il consumo medio a famiglia sotto regime di tutela corrisponde a un costo totale di 584 euro (+15,6% rispetto alla media nazionale), mentre al secondo posto si posiziona il Veneto (542 euro). Le regioni dove invece i consumi sono stati più contenuti, sono la Valle d’Aosta (399 euro), e la Liguria (430 euro).

Trentino-Alto Adige al primo posto per spesa del gas

Il prezzo del gas sotto regime tutelato varia a seconda delle aree del Paese. Il peso della bolletta, quindi, è frutto sia dei consumi sia delle tariffe previste dall’area di residenza. Dall’analisi dei contratti emerge che i cittadini che nel 2020 hanno pagato il conto più alto sono quelli del Trentino-Alto Adige (935 euro l’anno a famiglia), e di Emilia-Romagna e Piemonte (931 euro). Guardando la graduatoria in senso opposto, invece, si trovano la Campania, regione dove una famiglia media ha speso, nel 2020, “solo” 631 euro, la Puglia, (641 euro) e il Lazio (678 euro).

Con lo smart working il lavoro è cambiato per sempre

Dopo più di un anno di smart working i lavoratori vogliono lavorare dove e quando preferiscono. L’obiettivo per gli imprenditori non è più gestire un team che lavora da remoto, ma costruire un’esperienza lavorativa con al centro la persona. È questo il nuovo status quo: una nuova definizione dello spazio lavorativo, in cui “si lavora ovunque ci si trovi”.  Che si voglia chiamare remoto, ibrido, flessibile o dinamico, le aziende che vogliono essere competitive e attrarre talenti devono ripensare il classico posto di lavoro. È quanto emerge dalla ricerca rilasciata da Okta, dal titolo Il futuro dello smart working, condotta da Censuswide negli ultimi 14 mesi, tramite interviste a oltre 1000 dipendenti e manager italiani.

La produttività rimane la sfida principale

La produttività però rimane la sfida principale, così come la collaborazione e gli aspetti di sicurezza informatica. Le aziende devono affrontare aspetti critici inerenti infrastrutture tecniche e di sicurezza per supportare una forza lavoro distribuita geograficamente, oltre ad allestire gli uffici fisici in modo nuovo. Dalla ricerca Okta emerge una chiara certezza: nessun posto di lavoro va bene per tutti, non più. Le aziende, quindi, devono adeguarsi. Ne risulta un quadro in cui la pandemia ha rivoluzionato le dinamiche del lavoro, lontane ormai dalle otto ore lavorative trascorse in ufficio, che continueranno a evolvere anche dopo lo stato d’emergenza.

La modalità preferita dagli italiani è il lavoro ibrido

Secondo il sondaggio, solo il 22% degli intervistati italiani preferirebbe tornare in ufficio a tempo pieno, ovvero 5 giorni a settimana. La modalità preferita è il lavoro ibrido, un mix tra smart working e lavoro in presenza, scelto dal 42% (di cui il 46% uomini e il 36% donne).
Solo il 20% degli uomini italiani sarebbe felice di lavorare da casa per sempre, rispetto al 14% delle donne. Avendone la possibilità grazie allo smart working, ben il 53% dei più giovani, nella fascia 16-34 anni, si trasferirebbe altrove, percentuale che crolla al 18% sopra il 55 anni. In generale, il 62% degli impiegati italiani sceglierebbe di rimanere esattamente dov’è, di cui il 44% per rimanere vicino alla famiglia.

Una sfida considerevole in termini di sicurezza informatica

Analogamente, gli orari di lavoro tradizionali sembrano essere più apprezzati dai senior. Il 52% degli over 55 vorrebbe infatti lavorare negli orari canonici, mentre il 66% dei giovani, tra i 25 e 34 anni, preferirebbe non avere orari di lavoro fissi e la possibilità di decidere quando lavorare. Permettere alle persone di lavorare ovunque e a qualsiasi orario, tuttavia, comporta una sfida considerevole in termini di sicurezza informatica. Oggi, infatti, molte imprese italiane sono impreparate. Il 39% utilizza le sole password, e solo il 28% si affida ad altre soluzioni di sicurezza sicure, come l’autenticazione multi-fattore, e solo il 13% usa i dati biometrici. Insomma, dopo aver acceso i fari sullo smart working, la pandemia ne sta mostrando le debolezze. Ma nel rientro al lavoro post Covid ci saranno anche numerose opportunità di miglioramento. 

Web, quali sono le piattaforme e i servizi che preoccupano di più per la privacy?

I milioni di utenti del web si preoccupano per la propria privacy, come è giusto che sia. Per questa ragione, è utile scoprire quali sono le piattaforme e i servizi on line che, secondo gli utilizzatori, sono meno “sicuri” sotto questo profilo. Come sappiamo, tutte le volte che si naviga si lasciano delle impronte digitali: ecco perché configurare correttamente le impostazioni della privacy nei servizi digitali può aiutare a ridurre il numero delle proprie tracce digitali, nonché a mantenere il controllo delle proprie informazioni personali. Per rispondere a questa esigenza, Kaspersky ha analizzato i dati anonimi forniti volontariamente da Privacy Checker, un sito web che offre consigli utili sulle impostazioni della privacy per vari servizi e piattaforme Internet. Kaspersky ha controllato per quali servizi e piattaforme gli utenti hanno aperto le istruzioni per le impostazioni di sicurezza il maggior numero di volte.

Da Google ai social network

Non sorprende che gli utenti abbiamo fatto richieste di privacy in merito alle impostazioni di Google su Android (11,1%), così come per il sistema operativo Android (7,3%) o le impostazioni di WhatsApp su Android (5,9%), tra i sistemi più diffusi e utilizzati. Per quanto concerne i social, invece, gli utenti hanno visualizzato più frequentemente le pagine di sicurezza di Facebook su varie piattaforme (15,7%). Instagram è stato il secondo social network più recensito in termini di numero di richieste per le impostazioni sulla privacy: la sua quota totale è stata del 9,9%. TikTok ha ottenuto il terzo posto con una quota dell’8,1% di richieste per le impostazioni di sicurezza. Considerando che il suo pubblico attivo mensile è quattro volte inferiore a quello di Facebook i dati evidenziano che anche la privacy di TikTok è fonte di preoccupazione per gli utenti. Anche il social network russo VK è entrato nelle principali ricerche globali, con il 7,7%.

Obiettivo: ridurre l’impronta digitale

“La maggior parte delle azioni che svolgiamo quotidianamente sul web crea la nostra ‘impronta digitale’. Queste tracce possono includere l’indirizzo IP, commenti, foto e geotag, o dati biometrici ricavati da tali foto” ha spiegato Sergey Malenkovich, head of social media di Kaspersky. “Le statistiche del progetto Privacy Checker mostrano che gli utenti hanno iniziato a interessarsi attivamente alla privacy e alla sicurezza dei loro account e stanno cercando di ridurre la loro impronta ove possibile. L’elevata percentuale di richieste relative a TikTok indica sia l’interesse per la piattaforma stessa sia la preoccupazione degli utenti per alcune delle pratiche di raccolta dati della piattaforma, che sono state recentemente oggetto di discussione sui media”.

Olimpiadi di Tokyo, cosa ne pensa l’opinione pubblica mondiale?

Mentre si stanno svolgendo le Olimpiadi di Tokyo, iniziate con un anno di ritardo a causa della pandemia, Ipsos ha condotto un sondaggio fra i cittadini di 28 paesi del mondo per esplorare quale sia il sentiment rispetto all’evento ai tempi del Covid. Sono state analizzate tre aree in articolare: supporto, interesse e impatto nella società dei Giochi Olimpici. La ricerca, svolta subito prima dell’avvio dei Giochi, ha rivelato che secondo il 57% dei cittadini l’evento non avrebbe dovuto svolgersi, contro un 43% a favore. Tra i più dubbiosi spiccano i giapponesi che ospitano le Olimpiadi, infatti, il 78% è contrario rispetto al 22% a favore. Tuttavia, il 62% in tutto il mondo è d’accordo che i Giochi saranno un’importante opportunità per il mondo di riunirsi, insieme, dopo la pandemia. E gli italiani? Il 58% è a favore dello svolgimento della competizione, mentre, il 42% è in disaccordo. Le Olimpiadi possono essere considerate un momento per ritornare a essere tutti più uniti? Il 78% degli italiani non ha dubbi ed è convinto di sì, a differenza del 22% che rimane scettico.

Chi sono i fan dei Giochi e per quali discipline?

Anche se le Olimpiadi sono un grande appuntamento a livello mondale, non tutti i Paesi ne sono interessati allo stesso modo. India, Sud Africa e Cina sono le nazioni che mostrano il maggior coinvolgimento, mentre il Belgio, la Corea del Sud e il Giappone sono i meno interessati. In merito, invece, alle discipline dei Giochi quelle che conquistano le più ampie fette di fan a livello internazionale sono: il calcio con il 30%, l’atletica con il 27% e gli sport acquatici con il 22%. In Italia, cambia leggermente l’ordine delle preferenze: i nostri connazionali hanno detto l’atletica con il 32%, gli sport acquatici con il 30% e il calcio con il 26%.

Una fonte di ispirazione

Un’altra riflessione è stata fatta sull’impatto delle Olimpiadi sulla società in generale. In media, l’80% del mondo ritiene che i Giochi Olimpici ispirino le giovani generazioni a partecipare allo sport e il 65% che riuniscano il proprio Paese, ma l’opinione è divisa riguardo al fatto che ci sia troppo nazionalismo in mostra alle Olimpiadi (55% è d’accordo, il 45% non è d’accordo). Inoltre, il 67% sostiene che i fondi governativi dovrebbero essere usati a supporto degli atleti e per il 71% gli atleti dovrebbero avere la priorità nella vaccinazione contro il Covid-19.

La pandemia cambiato i business digitali, volano le app per la salute mentale

Secondo l’ultima indagine realizzata dalla piattaforma danese di recensioni Trustpilot, e anticipata dall’Adnkronos, il settore Sanità mentale & Benessere sul web registra una crescita a 3 cifre, e le richieste di terapia virtuale sono cresciute del 309%. Al contrario, il comparto online di Viaggi & Turismo è quello maggiormente penalizzato, e nel 2020 sono 900 milioni i turisti in meno. 
Insomma, la pandemia ha cambiato i business digitali, e nell’era Covid volano le app del settore salute mentale, mentre i consumatori digitali iniziano a girare le spalle al settore turismo.

Le parole più menzionate? Salute mentale, benessere o wellness

A rilevare un vero boom è Ginger, app per recuperare la salute mentale, che nel settembre 2020 registra il picco nel tasso di utilizzo, con un incremento di uso del 159% rispetto alla media pre-Covid. Secondo Trustpilot, anche l’app Doctor On Demand ha visto un aumento massiccio di pazienti che necessitavano di tele-terapia, con oltre il 50% di crescita per tutto il mese di ottobre. Trustpilot ha analizzato anche le proprie recensioni, per verificare quanto spesso venissero menzionate parole come salute mentale, benessere o wellness. E se tra agosto e novembre 2020 sono state menzionate 2.780 volte, tra novembre 2020 e febbraio 2021 sono arrivate a 4.787. Un dato ancora più esplicito nel confronto anno su anno: le stesse parole tra febbraio 2019 e febbraio 2020 erano state menzionate 3219 volte, mentre tra febbraio 2020 e febbraio 2021 il valore è più che triplicato (10.811 volte).

Crollano le recensioni di viaggio raccolte durante la pandemia

Quanto a viaggi e turismo, l’Organizzazione Mondiale del Turismo (Unwto) rileva che tra gennaio e ottobre 2020 le destinazioni di viaggio più popolari hanno accolto 900 milioni di turisti internazionali in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Nello stesso periodo di tempo, anche gli arrivi internazionali sono calati di oltre il 74%. Nel marzo del 2021, la piattaforma danese di recensioni ha esaminato l’attività dei consumatori relativamente al settore del turismo. E il numero medio di recensioni di viaggio raccolte durante la pandemia, è stato inferiore del 39,7% rispetto all’anno precedente. Allo stesso modo, il numero medio di recensioni relative a prodotti di viaggio rilasciate durante la pandemia è stato inferiore dell’81,8% rispetto al 2019.

C’è speranza per il futuro del turismo

“I dati raccolti da Trustpilot suggeriscono che il settore Salute & Benessere continuerà a crescere rapidamente nei prossimi mesi e che c’è speranza anche per il futuro del turismo”, commenta Claudio Ciccarelli, Country Manager di Trustpilot in Italia. 
Nella seconda estate segnata dal Covid, infatti, Ciccarelli segnala che “stiamo assistendo a un aumento della domanda nei confronti delle agenzie di viaggio a causa della confusione relativa alle regole e alle misure restrittive diverse di Paese in Paese -. Risulta, quindi, essenziale farsi trovare preparati e ricordare che, per puntare alla ripresa, bisogna assecondare i trend e le richieste dei consumatori, essendo pronti a rinnovarsi con loro”.

Startup agrifood, nel 2020 + 56% in tutto il mondo

In tutto il mondo le startup dell’agrifood crescono del 56%, e in totale raggiungono quota 1.808, un numero di imprese in netta crescita rispetto alle 1.158 giovani imprese attive tra il 2016 e il 2019. Si tratta delle aziende censite a fine 2020 dall’osservatorio Food Sustainability della School of Management del Politecnico di Milano. Secondo l’osservatorio nel quinquennio il 40% delle startup ha ottenuto almeno un finanziamento, per un totale di 5,6 miliardi di dollari raccolti, pari a una media di 7,7 milioni per round. Ovvero, 2,5 milioni in più rispetto al 2019.

Norvegia, Israle e Uganda guidano la classifica delle imprese sostenibili

A guidare l’innovazione delle startup agrifood sostenibili è la Norvegia, con 24 startup agrifood e il 58% sostenibile, poi Israele (139 startup, 46% sostenibile) e Uganda (24 startup, 46% sostenibile). L’Italia si colloca solo in dodicesima posizione, con 22 startup sostenibili sulle 76 nuove imprese agrifood censite dall’osservatorio (29%).
Nonostante non si trovi ai “piani alti” della classifica, l’Italia presenta un mercato in evidente crescita rispetto allo scorso anno, contando su 15 startup sostenibili in più (erano 7 nel 2019, il 13% del totale) e 23 milioni di dollari di investimenti raccolti, contro i 300mila dollari di un anno fa, pari a un finanziamento medio di un milione di dollari.

Dal 2016 al 2020 aumentano le soluzioni orientate agli OSS dell’ONU

“La pandemia ha avuto un forte impatto sui sistemi alimentari urbani ed è emersa l’importanza di tracciare e condividere le informazioni”, commenta Raffaella Cagliano, responsabile scientifico dell’osservatorio. “L’emergenza – evidenzia Paola Garrone, responsabile scientifico – non ha arrestato il fermento innovativo del settore, che nel quinquennio dal 2016 al 2020 ha visto una crescita di startup agrifood che propongono nuove soluzioni orientate agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” dell’Onu.

In Europa sono il 95% le ‘family farms’

A livello globale, rileva ancora la ricerca ripresa da Askanews, il 90% delle aziende di produzione agricola rientra tra le ‘family farms’, ovvero piccole realtà a conduzione familiare, mentre in Europa questo tipo di aziende è al 95%. L’osservatorio poi ha identificato tre iniziative in grado di accorciare la distanza fra produttori e consumatori lungo la filiera. La prima è la formazione dei produttori, che implica interazioni dirette fra le imprese di trasformazione e i produttori. La seconda è la condivisione dei benefici e dei rischi a monte e a valle della filiera. E la terza è la determinazione congiunta di un prezzo equo attraverso accordi specifici.