Tutti i numeri dell’App economy in Europa

L’App economy, ovvero l’economia iOS, quella legata al sistema operativo di Apple per smartphone, tablet e alle relative app, in Europa vale 20 miliardi di euro.

Attiva da 35 anni nel Vecchio Continente, nell’arco di questo periodo Apple ha supportato oltre 1,7 milioni di posti di lavoro, e dal lancio dell’App Store, avvenuto nel 2008, a oggi, gli sviluppatori europei hanno guadagnato più di 20 miliardi di euro vendendo le loro app in tutto il mondo.

Il 92% dei guadagni degli sviluppatori europei è generato dalle vendite all’estero

Sono alcuni numeri diffusi dalla società di Cupertino, che afferma di essere “orgogliosa di avere solidi rapporti con decine di migliaia di sviluppatori in tutta la regione”. E aggiunge che il 92% dei guadagni degli sviluppatori europei è generato dalle vendite all’estero, poiché in Europa si realizzano app che raggiungono i clienti di 155 paesi.

Molti sviluppatori europei, poi, hanno dato vita a microaziende di una o due persone, “e sono stati in grado di crescere grazie agli investimenti di Apple sulla piattaforma iOS, sugli strumenti di sviluppo e sull’App Store”, sottolinea la società.

Il numero di posti di lavoro dell’app economy europea è cresciuto del 28%

Dei circa 1,7 milioni di posti di lavoro in Europa, circa 1,5 milioni sono attribuibili all’ecosistema dell’App Store, il negozio di applicazioni per i dispositivi mobili, 170.000 posti si individuano tra i fornitori, e 22.000 sono i dipendenti Apple in 19 paesi dell’Unione.

Negli ultimi due anni il numero di posti di lavoro dell’app economy europea è cresciuto del 28%, e i paesi con i risultati più importanti sono Regno Unito (291.000 posti di lavoro), Germania (262.000 posti) e Francia (220.000), e le tre principali città dove si concentra il maggior numero di posti di lavoro sono Londra, Parigi e Amsterdam.

In Germania, Berlino e Monaco rappresentano gli hub più forti, riferisce Ansa.

L’Academy italiana per diventare sviluppatori Apple

Per quanto riguarda la formazione, in Europa Apple collabora con oltre 100 istituti e università nell’ambito dell’iniziativa Everyone Can Code, per permettere a tutti di imparare a costruire app. E nel 2016 ha aperto la sua prima iOS Developer Academy in partnership con l’Università Federico II di Napoli, per offrire agli studenti, sia italiani che internazionali, l’opportunità di apprendere competenze pratiche e ottenere formazione specifica nello sviluppo di app. Tanto che 44 studenti dell’attuale corso hanno vinto la borsa di studio per partecipare alla Conferenza Annuale degli Sviluppatori Apple (Worldwide Developers Conference) che si è svolta recentemente a San Jose in California.

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Furti in albergo, gli italiani sono “ladri” di asciugamani

Italiani popolo di navigatori, santi, eroi e… amanti dei souvenir. Una recente ricerca, condotta dal portale di viaggi Jetcost, rivela infatti che i nostri connazionali, quando soggiornano in un albergo, non disdegnano di portarsi a casa qualche ricordo. Insomma, siamo sì il paese più ospitale, ma anche tra quelli con le mani più lunghe. Dalle camere, e soprattutto dai bagni degli hotel, spariscono gli oggetti più bizzarri.

La hit degli oggetti sottratti

Shampoo, saponi, cuffie per la doccia, i clienti degli hotel amano portarsi via come souvenir la maggior parte degli accessori dai bagni delle camere. In base ai risultati dello studio, il 79% degli italiani ha ammesso di aver infilato in valigia qualche gadget presente nella stanza d’albergo. E, tra gli oggetti più ambiti, sembrano esserci gli asciugamani. Solo per fornire un dato, nel 2008 la catena Holiday Inn ha denunciato la mancanza di oltre mezzo milione di salviette. Per gli albergatori non si tratta di perdite di poco conto: facendo una stima in generale, ogni struttura alberghiera ha una spesa media annua superiore ai 200mila euro per gli accessori e i servizi offerti, che confluiscono sul costo della camera. Ecco perché diventa fondamentale utilizzare strategie per contrastare i furti e le manomissioni.

Cliente con cacciavite

La ricerca indica poi che non sono stati rari i casi in cui i clienti hanno utilizzato dei cacciaviti o altri strumenti per staccare maniglie, asciugacapelli, portasciugamani, specchi, elettrodomestici, stereo. Se non tutti i complementi e gli accessori in camera si possono mettere in sicurezza, molto si può fare invece in bagno. Ad esempio, scegliendo prodotti (e fornitori) di altissima qualità e con precise caratteristiche: come le soluzioni offerte da Mediclinics, azienda che produce asciugamani elettrici da oltre 40 anni. Oggi il catalogo comprende  una vasta gamma di articoli: oltre ad asciugamani elettrici di nuovissima generazione, belli ed efficienti, vengono commercializzati in tutto il mondo anche asciugacapelli, dispenser e accessori in acciaio per l’hotellerie, barre disabili, specchi e molti altri elementi. Tutti prodotti garantiti, con le più alte certificazioni internazionali e soprattutto a prova di furto e ti vandalici. Con un netto risparmio, nel tempo, di investimenti per nuove forniture.

Italiani manolesta? C’è chi fa peggio di noi

Peggio degli italiani sarebbero gli spagnoli: l’81% ha ammesso di essersi preso qualcosa in albergo, poi i portoghesi (76%), i britannici (69%) e i francesi (62%). I più onesti sarebbero, invece, i danesi: l’88% ha detto di non aver mai rubato nulla durante un soggiorno.

Dalla frutta alla Bibbia

Gli oggetti sottratti sono veramente di ogni foggia. Ad esempio, vassoi e cestini in cui c’erano frutta e dolci omaggio, batterie del telecomando, lampadine, la Bibbia. Qualcuno si è portato via anche cuscini e coperte dall’armadio. Per non farsi mancare niente, dai business center degli hotel sono sparite stampanti, computer e risme di carta. Tra i pezzi più gettonati al ristorante o nella sala colazioni, spiccano saliere e portauovo. I clienti si dimostrano poi particolarmente creativi nel coprire i misfatti: ad esempio consumando le bottigliette del minibar per poi riempirle con liquidi dal colore simile.

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Più sicurezza per i messaggi scambiati su Twitter?

I messaggi scambiati fra gli utenti di Twitter potrebbero diventare più sicuri. Se fino ad ora era possibile da parte di Twitter stesso, o un suo dipendente, o un governo che ne avesse fatto richiesta, ma anche da parte degli haker, leggere le chat private scambiate fra gli utenti, ora anche il social network dei cinguettii sembra avere deciso di utilizzare un sistema di protezione. Proprio come WhatsApp, Signal, Telegram e iMessage di Apple, che già adottano la modalità di cifratura end-to-end, con cui solo mittente e destinatario possano cifrare e decifrare i messaggi.

 

“Scoperta” la funzione Conversazione Segreta

È la conclusione cui sono giunti alcuni osservatori dopo essersi accorti di una novità nella piattaforma. L’app per Android di Twitter, riporta Agi, contiene infatti una funzione (non ancora attiva), chiamata Conversazione Segreta, che permetterebbe agli utenti di scambiarsi messaggi cifrati end-to-end. La funzione è stata notata da una studentessa di informatica nell’ultima versione dell’Android application package (APK) per Twitter, cioè il kit usato per distribuire software su sistemi Android, che spesso può contenere codice per funzioni di una app ancora in fase di test. E dopo la sua segnalazione in un tweet, la notizia è stata ripresa dalla testata specializzata TechCrunch.

Sarà però l’utente stesso a decidere di iniziare una conversazione segreta

Diversamente da iMessage, Whatsapp o Signal, i messaggi diretti non saranno però cifrati end-to-end in modo automatico, cioè di default, ma l’utente stesso dovrà decidere di iniziare una conversazione segreta con qualcuno, un po’ come succede con le Conversazioni Segrete su Facebook Messenger (o Telegram). Inoltre allo stato attuale, rileva Hacker News, dovrebbero essere utilizzabili solo attraverso la app (da mobile).

Twitter ha sempre puntato su privacy e libertà di espressione

Non è chiaro se e quando le Conversazioni Segrete saranno effettivamente aggiunte a Twitter, ma potrebbero essere un modo per rilanciare i suoi messaggi diretti. D’altronde fin dai suoi inizi Twitter ha sempre puntato molto su concetti come privacy e libertà di espressione rispetto ad altre piattaforme rivali. L’introduzione dei messaggi cifrati potrebbe dunque rilanciare Twitter anche sul tema della privacy e della sicurezza. Di cui per altro il social avrebbe molto bisogno dopo il pasticcio di qualche giorno fa, quando ha chiesto ai propri utenti di cambiare le password dopo essersi accorto di averle salvate in chiaro per errore.

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Record per l’export del vino italiano in Francia

Nel 2017 il vino italiano esportato in Francia sfiora i 170 milioni di euro. E in 10 anni raddoppia, segnando il record del +92,3%. Al contrario, nello stesso periodo, gli arrivi nella Penisola dai cugini d’oltralpe sono crollati del 14% in valore. È quanto emerge da un’analisi di Coldiretti su dati Istat, che in occasione del Vinitaly (la principale kermesse enologica italiana) spiega come le bottiglie tricolori stiano vincendo la tradizionale sfida con i francesi.

Vince l’ottimo rapporto prezzo/qualità della produzione italiana di bollicine

A spingere il successo del Made in Italy è soprattutto la riscossa delle bollicine nazionali sullo champagne, con le esportazioni in Francia letteralmente esplose nel decennio del 276% in valore, per un importo attuale di oltre 45 milioni di euro. Di fatto vince l’ottimo rapporto prezzo/qualità della produzione italiana, e si sgonfia sul suolo nazionale la moda di bere francese, anche nelle occasioni di festa.

“Il risultato – precisa la Coldiretti – è che la bilancia commerciale nel vino tra i due Paesi è sostanzialmente in pareggio nel 2017 (appena 11 milioni a favore della Francia), dopo che solo dieci anni fa aveva fatto registrare un passivo per l’Italia di ben 134 milioni di euro”.

Oltre il 70% della produzione italiana è DOCG, DOC e IGT

“Si tratta – continua la Coldiretti – dei risultati di un importante processo di qualificazione del vino italiano che anche nell’ultimo anno oltralpe è cresciuto del 9%, tanto che la Francia è salita al terzo posto fra i principali clienti dell’Unione, dopo Germania e Gran Bretagna”. Si sta realizzando perciò un riposizionamento globale della produzione tricolore, che se diminuisce in quantità aumenta in qualità, con oltre il 70% dedicata a vini DOCG, DOC e IGT: 332 vini a Denominazione di origine controllata, 73 vini a Denominazione di origine controllata e garantita, e 118 vini a indicazione geografica tipica.

Il futuro del Made in Italy dipende dalla capacità di promuovere e tutelare le specificità territoriali

“Sul territorio nazionale – spiega la Coldiretti – ci sono 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi, a dimostrazione del ricco patrimonio di biodiversità su cui può contare l’Italia, e che vanta lungo tutta la Penisola la possibilità di offrire vini locali di altissima qualità grazie a una tradizione millenaria”.

Il futuro del Made in Italy dipende quindi dalla capacità di promuovere e tutelare le specificità territoriali, che rappresentano la vera ricchezza del Paese

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L’Italia è al terzo posto per consumi energetici da fonti rinnovabili

L’Italia sale sul podio europeo per l’utilizzo di energia proveniente da fonti rinnovabili. E rappresenta circa l’11% di tutta l’energia da fonte rinnovabile consumata nell’Unione. Secondo lo studio Fonti Rinnovabili in Italia e in Europa, verso gli obiettivi al 2020, redatto dal Gse, rispetto a una media dell’Europa del 17,04% il nostro Paese ha una quota complessiva di consumi energetici da rinnovabili pari al 17,41%. Nel settore elettrico tale quota ammonta al 34,01%, quasi 5 punti percentuali in più rispetto al 29,60% della media europea, mentre negli altri settori i risultati conseguiti sono allineati con la Ue: 18,88% nel settore termico (Ue 19,06%) e 7,24% in quello dei trasporti (Ue 7,13%).

In undici anni il nostro Paese ha raddoppiato i propri consumi di energia green

Se si guarda all’evoluzione registrata nel periodo 2005-2016, la Germania è in termini assoluti il Paese che ha aumentato di più i consumi da fonti rinnovabili. L’Italia, riferisce Adnkronos che con un incremento di 10,4 Mtep è al secondo posto della classifica a pari merito con la Gran Bretagna, ha raddoppiato in undici anni i propri consumi di energia green, portandoli dai 10,7 Mtep del 2005 ai 21,1 Mtep del 2016.

I centri urbani sono decisivi per il perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile

Il secondo studio pubblicato dal Gse, Città sostenibili: buone pratiche nel mondo, parte dal presupposto che i centri urbani debbano giocare un ruolo da protagonisti per il perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Nei centri urbani si concentra l’80% delle attività economiche globali e, di conseguenza, la maggior parte delle emissioni climalteranti. Lo studio Gse individua alcune buone pratiche ed esperienze virtuose sperimentate in città del mondo di differenti dimensioni, condizioni e localizzazioni, potenzialmente applicabili anche ad altri centri urbani.

Milano, Zurigo, Anversa e Parigi le capitali green d’Europa

Tra le città analizzate figurano ad esempio: Milano, vincitrice dell’Eurocities Award nel 2015, grazie a progetti come l’Area C, una nuova linea della metropolitana e il Pass Mobility, che hanno consentito di ridurre l’uso dell’auto privata del 30%. Ma anche Zurigo, al primo posto nel 2016 per il Sustainable Cities Index relativo alle buone pratiche di sostenibilità urbana, Anversa, che ha avviato il Market Place Mobility, per decongestionare il traffico attorno a quello che è il secondo porto più grande d’Europa. E Parigi, che sta puntando sulla mobilità elettrica, anche attraverso fondi di garanzia per sostenere progetti nel comparto dello sviluppo sostenibile.

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Italia in crescita economica: lo dicono le previsioni UE 

Secondo l’Ue l’Italia si muove, e in positivo. La Commissione europea migliora le sue previsioni di crescita per l’Italia, e rispetto allo scorso novembre rivede al rialzo le percentuali di 0,2 punti. Nelle previsioni economiche d’inverno, la Commissione conferma per il 2017 una stima della crescita reale del Pil dell’1,5%, come in autunno, ma per il 2018 porta la previsione dall’1,3% stimato nel novembre scorso all’1,5%.

Ritoccata anche la stima relativa all’anno prossimo, quando il Pil dovrebbe crescere dell’1,2% contro il +1 previsto tre mesi fa.

L’Italia però resta indietro rispetto agli Paesi europei

Nel confronto con gli altri Paesi, tuttavia, l’Italia resta la lumaca dell’Eurozona e dell’intera Unione europea (la crescita media nel 2018 è del 2,3% nell’area euro e nell’Ue a 28, del 2,5% nell’Ue a 27). L’unico Paese che fa peggio del nostro è il Regno Unito, alle prese con il rallentamento dell’economia provocato anche dalla Brexit. Tutti gli altri Paesi crescono di più (+2,3% la Germania, +2% la Francia, +2,6% la Spagna).

Una domanda interna più robusta, ma un limitato potenziale di crescita

L’economia italiana, osserva la Commissione, “continua a beneficiare del ciclo economico globale in ripresa e della domanda interna più robusta”. Dopo una crescita media dello 0,4% in termini reali nei primi tre trimestri del 2017, diversi indicatori e statistiche “suggeriscono che l’economia ha mantenuto la sua spinta a fine anno”. Le condizioni economiche favorevoli continueranno nel 2018, prima di indebolirsi “in linea con il graduale ritiro degli stimoli”. Sebbene la ripresa economica italiana sia destinata ad autosostenersi, le prospettive “rimangono moderate”, alla luce del “limitato potenziale di crescita dell’economia italiana”. I rischi al ribasso sono tuttora connessi con “lo stato ancora fragile del settore bancario italiano”, mentre c’è un “upside risk”, o meglio la possibilità, che la ripresa “possa rafforzarsi più del previsto, almeno nel breve termine”

Crescita solo con le riforme

Le proiezioni sono basate sull’assunto che l’Italia continui ad attuare le riforme già adottate per favorire la crescita e persegua politiche di bilancio prudenti. La crescita nel 2017 nel nostro Paese si è fondata anzitutto sulla domanda interna, con i consumi aumentati grazie alla ripresa dell’occupazione e della fiducia dei consumatori. Inoltre, gli investimenti sono cresciuti grazie alle condizioni favorevoli di finanziamento e agli sgravi fiscali, nonché alla ripresa delle esportazioni di beni e servizi. Il contesto dovrebbe restare favorevole anche nel 2018, trainato da export e investimenti, ma la crescita nel 2019 si stima si ridurrà all’1,2% a mano a mano che si chiude l’output gap, cioè quando l’economia raggiunge le sue piene potenzialità.

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WordPress “attaccata”: la colpa è di una campagna di malvertising

Diversi siti attaccati in pochi giorni, con potenziali gravi danni per gli utenti più sprovveduti o distratti, anche nel nostro Paese. Ecco il primo bilancio degli effetti della campagna di ‘malvertising’, una pubblicità cattiva e malevola che ha intaccato ben 18.000 siti su WordPress, una delle piattaforme più diffuse per creare e pubblicare sistemi editoriali e blog. Chiamata “Operation Evil Traffic”, la campagna ha raggiunto il suo picco fra Natale 2017 e i primi giorni del 2018; appartiene al malvertising, ovvero un tipo di advertising online usata per diffondere contenuti dannosi o fraudolenti.

La scoperta in Italia

L’ultima minaccia è stata individuata dai ricercatori di Cse Cybesec, attraverso gli esperti del laboratorio di analisi malware Zlab. “Ci troviamo di fronte ad una rete di grandi dimensioni. Durante le nostre prime analisi, i siti web compromessi erano circa 35.000, attualmente invece ne contiamo poco più di 18.000. Questo perché molti amministratori di siti hanno scoperto la falla e sono corsi ai ripari. Molti dei siti compromessi sono recentissimi. La campagna sembra essere iniziata ad ottobre 2017 raggiungendo il picco tra dicembre e gennaio”, spiega Antonio Pirozzi, direttore del laboratorio di analisi malware Zlab.

Il funzionamento della frode

Come spesso accade in questi casi, la logica di funzionamento messa in atto dai cyberciminali è abbastanza semplice e sfrutta la vulnerabilità dei siti basati su WordPress per ridirigere gli utenti verso siti con contenuti pubblicitari e fraudolenti all’insaputa degli utenti stessi. In sostanza, quando un utente si collega a un sito compromesso può incappare in un pagina ‘infettata’; se la clicca, magari senza darvi neppure peso, viene dirottato su siti pubblicitari che invitano ad installare software che tramite il ‘phishing’ rubano i dati personali, compresi quelli bancari.

Un business illegale ma ricchissimo

Gli esperti hanno fornito anche qualche dato relativo al ricco “giro d’affari” dei malfattori del web. Tutti i siti coinvolti nella campagna di malvertising sono basati su versioni di WordPress vulnerabili. Ovviamente, più sale il numero di ignari utenti che accede a queste pagine, più aumentano gli introiti dei criminali, che in questo modo riescono a disporre di decine di migliaia di siti per veicolare traffico verso domini con contenuti pubblicitari. “Uno solo dei siti che funge da rendez-vous dell’operazione, hitcpm.com, registra 1.183.500 visitatori unici al giorno con un guadagno giornaliero di 4.284,28 dollari, ma i siti compromessi sono stimati essere almeno 18.000, anche italiani” affermano gli analisti di Zlab.

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Aziende italiane, 9 su 10 sono ottimiste sul futuro. E prevedono crescite nel 2018

Le aziende italiane sono decisamente ottimiste e prevedono un futuro rosa. Lo rivela una ricerca recentemente condotta e presentata da Interoute, l’operatore proprietario di una piattaforma di servizi cloud globale.

Il 94% delle imprese vede rosa

La survey afferma che il 94% delle aziende italiane si aspetta di crescere nel 2018. Tra queste, addirittura il 62% conta di avere obiettivi di crescita importanti e ambiziosi per l’anno nuovo. La ricerca è sicuramente uno spaccato corretto del panorama imprenditoriale nazionale: è stata infatti condotta su più di 800 decisori It europei di nove diversi paesi, ovviamente Italia inclusa. Tra i dati più significativi riferiti al nostro paese, spicca il fatto che il 58% degli intervistati italiani ha dichiarato che sta investendo in iniziative legate alla digital transformation per prepararsi a uno scenario ogni giorno più competitivo.

Brexit, che ansia

Per il 16% delle aziende intervistate, invece, la Brexit ha comportato un atteggiamento più “ansioso” verso progetti It a lungo termine. Come dire, i cambiamenti in corso fanno un po’ paura, anche in un clima tendenzialmente positivo e di ripresa.

Digital transformation, chi la fa e perché

Ma perché le aziende investono in digitalizzazione? La ricerca riporta la risposte date dalle aziende. Il 51% afferma di voler innovare per aumentare e orientare nuove fonti di reddito per massimizzare la propria competitività; il 41% dichiara come obiettivo la modernizzazione delle attività It aziendali e l’abbattimento dei costi; il 34% vuole migliorare l’experience dei dipendenti, consentendo una migliore collaborazione come nel caso di mobile e social working; il 38% punta a valorizzare la customer experience; il 23% investirà in un’infrastruttura più globalizzata, che faciliti la fruizione di skill anche dall’estero.

Imprese italiane pronte a combattere l’incertezza

Il 71% degli intervistati italiani ha evidenziato alcune criticità, soprattutto nell’integrare le tecnologie legacy con le applicazioni compatibili con il cloud. Per il 35% degli intervistati, inoltre, la situazione politico-economica a livello mondiale crea inevitabilmente un clima di incertezza. “Nessuno conosce con sicurezza quali saranno i risvolti della Brexit o come si evolveranno i rapporti tra Uk e il resto d’Europa in futuro. La nostra ricerca svela, però, che le aziende italiane stanno adottando la strategia più adatta per far fronte a questa incertezza, cogliendo l’opportunità per modernizzare la propria infrastruttura tecnologica” spiega all’Adnkronos Cristina Crucini, Marketing Manager Italy, Cee, Spain Interoute. Che aggiunge: “Lo scenario competitivo è in continua evoluzione, e non soltanto a causa della Brexit. Le aziende italiane dimostrano un’ambizione encomiabile con l’impegno a sviluppare progetti che le rendano più agili e pronte ad affrontare ciò che il futuro avrà in serbo per loro. La nostra ricerca dimostra che le aziende italiane sono pronte a prendere il controllo del proprio futuro, affrontando sfide come, ad esempio, la produttività dei dipendenti e l’accesso alle skill. E’ chiara, dunque, la ragione per la quale molti guardano in modo fiducioso, e non con ansia, al 2018”.

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Regali di Natale hi-tech? Occhio all’hacker

Si avvicina Natale e con le feste arriva anche la necessità di trovare i regali più giusti per amici, figli, collaboratori e parenti. Regali che nella nostra epoca sono sempre più tecnologici, a partire dalle fasce di età più giovani. Già i piccolissimi, infatti, sono dei veri e propri appassionati di hi-tech, e con aspettative costantemente più alte. Ma, come in tutti i dispositivi tecnologici, il rischio di attacchi da parte di hacker è sempre dietro l’angolo.

Gli oggetti a rischio attacco

Come ogni anno McAfee, la società specializzata in software antivirus e protezione per dispositivi informatici, ha condotto la ricerca Most Hackable Holiday Gifts per “aiutare gli utenti ad identificare i potenziali rischi per la sicurezza associati ai regali più popolari delle festività natalizie”. Già, perché giocattoli connessi, elettrodomestici intelligenti, droni – per non parlare poi di smartphone e tablet – sono tutti possibili regali natalizi. Ma, oltre che cadeau, sono oggetti in cima alla lista di pericolosità per gli attacchi hacker.

Portatili e smartphone i più pericolosi

In base alla classifica stilata dalla società di sicurezza, non sorprende che nei primi tre posti della lista degli oggetti maggiormente a rischio di attacchi informatici si piazzino computer portatili, tablet e smartphone. Spiegano da McAfee che questi “sono obiettivi tradizionali dei criminali informatici e, se non adeguatamente protetti, possono essere infettati da applicazioni dannose”.

Più in basso, nella hit, si collocano droni, palmari, giochi e dispositivi connessi.

Quasi tutti sanno del rischio, solo la metà adotta precauzioni

Dalla ricerca emerge che quasi tutti gli intervistati (91%) afferma di sapere che è importante mantenere la propria identità e i propri dispositivi connessi al sicuro, ma solo il 53% adotta le misure necessarie per la protezione. Il 16% è convinto che il produttore abbia integrato la sicurezza nel prodotto, e un altro 22% sa di dover adottare precauzioni di sicurezza, ma non sa come farlo.

Le mosse per non farsi hackerare

Ovviamente, la società americana ha anche una serie di indicazioni da suggerire agli utenti perché il regalo di Natale non si trasformi da dono desiderato a un vero e proprio incubo. Innanzitutto, la prima regola è: “pensare prima di cliccare”, una norma che dovrebbe essere seguita quando si utilizza un qualsiasi dispositivo specie se connesso alla rete. A seguire, gli altri consigli sono: aggiornare i software; fare attenzione al Wi-Fi pubblico e non fare acquisti o banking online da questo genere di connessione; proteggere la propria rete domestica; informarsi su come i produttori prendono sul serio la sicurezza, specialmente quando si tratta di giocattoli connessi.

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Dieselgate, un killer silenzioso: in Italia causerebbe 1.250 morti l’anno

L’eccesso di emissioni del cosiddetto Dieselgate sarebbe il colpevole di migliaia di morti all’anno. A dichiararlo è uno studio condotto dall’Istituto meteorologico norvegese e l’istituto internazionale Iiasa, pubblicato recentemente sulla rivista Environmental Research Letters. E l’Italia sarebbe tra i paesi più colpiti.

Le origini del Dieselgate

Dieselgate è il nome dello scandalo “esploso” nel corso del 2015: in estrema sintesi, una nota casa automobilistica dovette ammettere di aver modificato i risultati dei test relativi alle emissioni nocive prodotte dai propri modelli di vetture. Da lì, l’allarme si è diffuso a macchia d’olio, coinvolgendo e gettando il sospetto sulla veridicità dei test condotti anche altre case automobilistiche.

I dati da bollettino di guerra

In base allo studio, condotto su 28 paesi dell’Unione Europea più la Norvegia e la Svizzera, gli effetti di queste procedure avrebbero avuto conseguenze devastanti. Le emissioni nocive causate dai motori diesel “alterati” dai costruttori per farli apparire rispettosi dell’ambiente, potrebbero aver causato decine di migliaia di morti.  Stando agli esperti, sono 425mila le morti annue riconducibili all’inquinamento dell’aria nei 28 Paesi dell’Unione europea più Norvegia e Svizzera. Poco meno di 10mila decessi sono attribuibili alle emissioni di ossidi di azoto dei motori diesel e, di questi, 4.560 sono collegabili alle emissioni in eccesso rispetto ai limiti dichiarati dai produttori di veicoli.

Italia maglia nera per emissioni

Sempre stando alle conclusioni dello studio, l’Italia è il Paese con il più alto numero di morti premature riconducibili alle polveri sottili generate dai veicoli diesel. Si tratta di 2.810 morti all’anno: di queste, addirittura 1.250 sono strettamente connesse al surplus di emissioni rispetto a quanto certificato dalle case automobilistiche nei test di laboratorio. In questo triste primato seguono la Germania, con 960 decessi annui correlati agli ossidi di azoto in eccesso, e la Francia con 680. Le ragioni risiedono nella “loro significativa popolazione e dell’alto numero di vetture diesel circolanti”. Dall’altra parte della classifica, con il numero più basso di mortalità legate alle emissioni, si piazzano Norvegia, Finlandia e Cipro.

Italia, peggio al Nord

Questa vera e propria emergenza ambientale in Italia, spiega l’autore della ricerca, “riflette la situazione molto negativa dell’inquinamento specialmente nel Nord Italia, densamente popolato”.

Una tragedia evitabile

Eppure questo prezzo così alto in termini di vite umane si sarebbe potuto controllare. “Se i veicoli diesel avessero avuto emissioni basse come quelli a benzina, si sarebbero potuti evitare i tre quarti dei decessi prematuri, pari a circa 7.500 all’anno in Europa e a 1.920 in Italia” conclude la ricerca.

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