Inflazione globale: come la nuova mappa dei prezzi ridisegna catene del valore e potere d’acquisto

Negli ultimi due anni l’inflazione ha smesso di essere un fenomeno transitorio per diventare un driver strutturale che riallinea economie, catene del valore e decisioni politiche. Se all’inizio era vista soprattutto come conseguenza degli shock di offerta post-pandemia e degli aumenti energetici legati al conflitto in Ucraina, oggi l’inflazione si manifesta con caratteristiche diverse tra aree geografiche e settori, con impatti che vanno oltre il semplice aumento dei prezzi al consumo.

Il contesto internazionale mostra una grande eterogeneità. Paesi avanzati come gli Stati Uniti e l’Area euro hanno visto una graduale discesa dei tassi d’inflazione dopo i picchi del 2022, ma restano livelli superiori alle medie pre-pandemiche. Al contrario, molte economie emergenti continuano a registrare tassi elevati a causa di valute più deboli, perdita di potere d’acquisto e fragilità fiscali. Questa divergenza ha implicazioni importanti per investimenti, flussi commerciali e strategie delle imprese che operano globalmente.

Analizzando i dati più recenti relativi all’inflazione su base annua, si evidenzia come la composizione dell’aumento dei prezzi sia cambiata. Nei paesi avanzati l’incremento è ora più diffuso su servizi (affitti, trasporti, ristorazione) rispetto ai beni durevoli, dove la pressione si è attenuata per effetto del calo della domanda e dell’adeguamento delle catene di approvvigionamento. Nei mercati emergenti, invece, i beni alimentari e l’energia restano determinanti e più volatili, amplificando le tensioni sociali e politiche. Per le aziende, questo significa rivedere i modelli di pricing e approvvigionamento: aumenti dei costi persistenti sui servizi hanno spinto molte imprese a investire in digitalizzazione e automazione per contenere i costi del lavoro.

Un altro elemento cruciale è la risposta delle banche centrali. Dopo una fase di restringimento monetario aggressivo, con rialzi dei tassi che nel 2022-2023 hanno superato i livelli storici, le autorità monetarie stanno adottando strategie più calibrate. La Federal Reserve e la BCE mantengono politiche più restrittive rispetto al passato recente, ma il linguaggio è cambiato: si privilegia la flessibilità in funzione dei segnali sull’occupazione e sulla crescita. Nei paesi emergenti, dove l’inflazione è più alta, i tassi reali restano spesso negativi a causa dell’erosione della moneta, costringendo governi a misure fiscali straordinarie e a riforme che però richiedono tempo per avere effetti.

Le imprese che operano a livello internazionale stanno rispondendo con strategie molto concrete. Primo, la diversificazione geografica delle forniture: la delocalizzazione pura lascia spazio a approcci più resilienti, con scorte locali e fornitori multipli per ridurre la vulnerabilità degli input critici. Secondo, l’adeguamento dei prezzi e la segmentazione dei clienti: brand premium trasferiscono parte dei rincari mentre le aziende orientate al mass market ricercano efficienze operative. Terzo, la revisione dei contratti di lungo periodo: clausole di indicizzazione ai prezzi e meccanismi di condivisione del rischio diventano comuni nei settori energia, trasporti e materie prime.

Per i consumatori l’effetto è eterogeneo. In termini reali, il potere d’acquisto delle famiglie più vulnerabili si è eroso maggiormente, soprattutto nei paesi dove i salari non hanno seguito l’inflazione. Di conseguenza, cambiamenti nei comportamenti d’acquisto — come la riduzione di spese discrezionali e la ricerca di alternative più economiche — stanno rimodellando interi settori retail e servizi. Al contrario, segmenti ad alto reddito mostrano una maggiore resilienza, sostenendo la domanda per servizi e beni di lusso.

Le implicazioni future richiedono di guardare oltre l’orizzonte di breve periodo. Primo, la possibilità che l’inflazione si stabilizzi su livelli più alti rispetto al passato recente impone una normalizzazione dei tassi d’interesse che potrebbe rendere più costoso il capitale per imprese e Stati, con implicazioni su investimenti e debito pubblico. Secondo, la ristrutturazione delle catene del valore verso maggiore resilienza potrebbe aumentare i costi unitari e portare a una nuova fase di “onshoring” o “nearshoring”, con benefici per l’occupazione locale ma effetti sui prezzi finali. Terzo, il differenziale inflazionistico tra aree geografiche influenzerà i flussi di capitale: rendimenti reali più alti nei paesi meglio gestiti attireranno investimenti, mentre economie con inflazione persistente rischiano l’esodo di capitali.

In sintesi, l’inflazione globale non è un problema monolitico ma un mosaico dalle tinte diverse a seconda di paese e settore. Governare questa fase richiede politiche monetarie credibili, riforme strutturali nei paesi emergenti e strategie aziendali che puntino su resilienza e innovazione. Per famiglie e imprese, l’adattamento diventa una priorità: non solo per sopravvivere all’aumento dei prezzi, ma per cogliere opportunità in un mondo economico dove la capacità di anticipare e gestire il rischio diventa un vantaggio competitivo permanente.

Satispay: come una fintech italiana ha trasformato i pagamenti quotidiani

Negli ultimi dieci anni il panorama dei pagamenti in Italia si è trasformato molto più rapidamente di quanto molti osservatori avessero previsto. Al centro di questa evoluzione c’è un gruppo di startup fintech che hanno saputo interpretare le esigenze dei consumatori e dei commercianti locali. Tra queste, Satispay rappresenta un caso emblematico: nata con l’obiettivo di rendere i pagamenti digitali semplici, economici e diffusi anche tra le piccole attività, la sua traiettoria offre lezioni utili su modello di business, adozione di massa e sostenibilità economica.

Contestualizzazione: Satispay è stata fondata alcuni anni fa da un team italiano con esperienza nel digitale e nella consulenza. L’idea di fondo era chiara fin dall’inizio: creare una rete di pagamento alternativa alle carte tradizionali, immediata per l’utente e meno costosa per il commerciante. Il timing si è rivelato favorevole: la crescente penetrazione degli smartphone, la domanda di soluzioni contactless e lo spostamento verso il digitale accelerato dalla pandemia hanno fornito la spinta propulsiva necessaria.

Analisi: modello di business e vantaggi competitivi
Satispay ha puntato su un modello semplice e riconoscibile. Per l’utente l’esperienza è quella di un wallet mobile che permette trasferimenti P2P e pagamenti nei negozi senza costi diretti. Per il commerciante, il vantaggio consiste in commissioni più basse rispetto agli schemi tradizionali con carta, procedure d’installazione snelle e integrazione con sistemi di cassa. Questo doppio binario—user experience semplificata e proposizione di valore chiara per i merchant—ha favorito la diffusione nelle micro e piccole imprese, segmento spesso trascurato dalle grandi soluzioni internazionali.

Dal punto di vista operativo, la startup ha lavorato su tre leve fondamentali: scaling della base utenti, incentivi per l’adozione commerciale e partnership strategiche. Le campagne di referral e le promozioni mirate hanno aumentato l’attivazione degli account; parallelamente, proposte commerciali dedicate ai piccoli commercianti (ad esempio canoni annui o tariffe fisse contenute) hanno spezzato le barriere di prezzo che tradizionalmente frenano l’adozione. Infine, accordi con operatori locali e integrazioni tecniche con POS e software per la gestione del punto vendita hanno ridotto la frizione tecnologica all’ingresso.

Esempi e risultati tangibili
Sul piano pratico, l’impatto si misura in termini di penetrazione nelle categorie tradizionalmente più lente all’innovazione: bar, ristoranti, negozi di quartiere e servizi locali. Numerosi esercenti hanno segnalato un aumento della rapidità delle transazioni, una riduzione delle spese operative legate alla gestione del contante e una maggiore attrattività verso una clientela giovane e digitale. Per gli utenti finali, la possibilità di pagare con grande semplicità e di scambiarsi denaro tra amici ha cambiato abitudini consolidate, promuovendo micro-transazioni che prima non venivano effettuate con strumenti digitali.

Rischi, limiti e considerazioni regolamentari
Nessun caso di successo è senza sfide. Il primo tema è l’economia di lungo periodo: la sostenibilità del modello dipende dalla capacità di monetizzare senza erodere la base utenti. Questo porta a esplorare nuove fonti di ricavo come servizi finanziari accessori, prestiti e soluzioni per la gestione della tesoreria dei merchant. Il secondo tema è la concorrenza: banche tradizionali, operatori di carte e nuovi attori internazionali stanno aumentando gli investimenti nel mobile payment, elevando la necessità di differenziazione. Infine, l’ambito regolamentare e la compliance con normative anti-riciclaggio e di tutela dei consumatori richiedono investimenti costanti in governance e tecnologia.

Implicazioni future
Cosa può imparare l’ecosistema italiano da questa storia? Primo, che l’adattamento ai bisogni locali è un asset competitivo: soluzioni costruite sulle caratteristiche della domanda e dell’offerta nazionale trovano terreno fertile. Secondo, che la sostenibilità richiede diversificazione dei ricavi e discipline di costo rigorose. Terzo, che la partnership con attori esistenti (banche, associazioni di categoria, fornitori di POS) è spesso più efficace dell’isolamento tecnologico.

Per il sistema paese, la crescita di realtà come Satispay ha effetti moltiplicatori: digitalizzazione dei pagamenti, riduzione dell’economia in nero e migliore tracciabilità dei flussi commerciali sono benefici che toccano produttività e gettito fiscale. Guardando avanti, la vera sfida sarà trasformare la diffusione commerciale in servizi finanziari a valore aggiunto senza ridurre l’accessibilità che ha reso il modello vincente. In un contesto europeo sempre più competitivo, le startup fintech italiane dovranno bilanciare rapidità di espansione e rigore operativo per consolidare il ruolo che oggi ricoprono nel quotidiano degli italiani.

Il mercato del lavoro italiano dopo il PNRR: opportunità, squilibri e la sfida della produttività

L’economia italiana sta attraversando una fase di trasformazione che mescola opportunità provenienti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) con sfide strutturali di lungo periodo: bassa produttività, divario Nord-Sud e un mercato del lavoro che fatica a modernizzarsi. Questo articolo analizza lo stato attuale dell’occupazione in Italia, mette in luce dati ed esempi concreti e valuta le implicazioni future per imprese e policy maker.

Negli ultimi due anni la ripresa post-pandemia ha ridotto il tasso di disoccupazione complessivo, seppure a velocità differenti tra fasce d’età e territori. L’occupazione è aumentata soprattutto nelle regioni del Nord e in alcuni settori a maggior contenuto tecnologico, mentre il Centro-Sud continua a scontare ritardi strutturali. Particolarmente critica rimane la condizione dei giovani: il tasso di disoccupazione giovanile resta superiore alla media UE e un’ampia percentuale di under35 è ancora NEET (not in education, employment or training). Allo stesso tempo, imprese manifatturiere e del terziario avanzato segnalano difficoltà a reperire figure specializzate, un paradosso che evidenzia mismatch tra domanda e offerta di competenze.

Analisi con dati ed esempi
L’investimento pubblico legato al PNRR ha accelerato progetti di digitalizzazione, transizione verde e infrastrutture, generando domanda di professionisti ICT, tecnici per l’efficienza energetica e project manager per opere pubbliche. Alcune regioni hanno saputo attrarre maggiori flussi d’investimento pubblico-privato: esempi virtuosi includono distretti industriali del Nord che hanno riconvertito catene produttive verso l’economia circolare e poli universitari che potenziano corsi STEM con tirocini mirati. Dall’altra parte, molte piccole imprese del Sud restano ancorate a modelli tradizionali con scarsa propensione all’innovazione, limitando così la diffusione degli effetti positivi del PNRR.

Sul fronte occupazionale, il settore dei servizi continua a creare posti di lavoro, ma spesso si tratta di impieghi a bassa produttività o con contratti flessibili di breve durata. Il manifatturiero, seppure in ripresa in termini di ordini, rischia di subire pressioni dall’automazione: robotica e digitalizzazione aumentano la produttività ma riducono la domanda di lavori manuali non specializzati. Aziende come imprese produttrici di macchinari ad alto valore aggiunto mostrano come l’upgrade tecnologico possa creare nuove professionalità tecniche e manageriali, ma richiede forti investimenti in formazione continua.

Un altro elemento cruciale è la demografia: l’Italia invecchia rapidamente, con impatti diretti su spesa pensionistica, domanda di servizi sanitari e disponibilità di forza lavoro. Questo trend accentua la necessità di politiche che favoriscano maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, forme di conciliazione efficaci e percorsi di riqualificazione per i lavoratori over50.

Implicazioni future
Le scelte politiche e imprenditoriali nei prossimi anni determineranno se il PNRR sarà un punto di svolta per il mercato del lavoro o un impulso temporaneo. Tre linee di intervento appaiono decisive: 1) formazione e riqualificazione mirata: programmi che allineino l’offerta formativa alle esigenze del mercato locale e digitale; 2) rafforzamento delle filiere produttive del Sud: incentivi a investimenti privati e hub tecnologici che possano ridurre il divario territoriale; 3) promozione della partecipazione femminile e delle soluzioni per conciliare lavoro e famiglia, fondamentali per aumentare il tasso di occupazione.

Per le imprese, la priorità sarà gestire la transizione tecnologica come opportunità di crescita: investire in formazione interna, collaborare con centri di ricerca e adottare modelli di lavoro più flessibili. Per i policy maker, invece, l’urgenza è assicurare che gli investimenti pubblici siano accompagnati da percorsi certi di formazione e governance territoriale efficace, misurando risultati oltre la mera spesa finanziata.

Nel complesso, il mercato del lavoro italiano si trova a un bivio: può sfruttare gli investimenti in infrastrutture digitali e green per rilanciare la produttività e ridurre gli squilibri regionali, oppure rischia di accentuare disuguaglianze interne se le azioni non saranno coordinate e orientate alle competenze. Il successo dipenderà dalla capacità di trasformare risorse pubbliche in capitale umano e capacità produttive sostenibili.

Giovani: aumentano i contratti di lavoro, ma la stabilità resta un miraggio

Le statistiche sono sicuramente positive per quanto riguarda i dati del lavoro giovanile.  L’occupazione è ai massimi storici e i numeri, presi così come sono, farebbero pensare a un mercato finalmente in salute. Poi però si passa dai grafici alla vita vera e la situazione cambia, e anche di molto.

Il focus dedicato agli under 35 dell’Osservatorio Generationship 2025, promosso da Changes Unipol e realizzato da Kkienn connecting people and companies, racconta proprio questa distanza tra percezione e realtà.

Contratti brevi, poche certezze

Il punto non è tanto quanti giovani lavorano, ma come lavorano. Tra i dipendenti sotto i 35 anni, più di uno su tre ha un contratto non standard. È una quota più che doppia rispetto agli adulti, dove la percentuale si ferma al 15%.

Tradotto in parole semplici: molti ragazzi entrano nel mercato, ma ci restano con il fiato corto, sospesi tra scadenze, rinnovi e formule contrattuali che non permettono di programmare il futuro con tranquillità.

La questione aperta del divario di genere 

La situazione diventa ancora più delicata quando si guarda alle giovani lavoratrici. Il 56% guadagna meno di 1.500 euro netti al mese, mentre tra i coetanei uomini la stessa condizione riguarda il 35%.

Non solo stipendi più bassi, ma anche contesti lavorativi diversi: quasi la metà delle ragazze lavora in piccole imprese, contro un terzo degli uomini. Ambienti spesso dinamici, certo, ma anche meno strutturati sul piano delle tutele e delle prospettive di carriera.

Quanto guadagnano davvero gli under 35?

Nel complesso, il 44% dei giovani occupati percepisce meno di 1.500 euro netti al mese e solo poco più di uno su quattro supera i 2.000. Numeri che spiegano perché l’autonomia economica resti un traguardo difficile: un giovane su quattro non riesce a mantenersi da solo e continua a fare affidamento sulla famiglia. Non è mancanza di voglia, è matematica.

La ricerca di lavoro non finisce con un’assunzione

C’è poi un dato che dice molto sul clima generale: il 46% dei giovani lavoratori sta cercando un altro impiego. Tra gli adulti la quota scende al 36%. Non si tratta solo di ambizione o di voglia di cambiare aria. Spesso è il segnale di un rapporto con il lavoro meno solido, più incerto, dove anche chi è occupato non si sente davvero arrivato.

Alla fine la fotografia che emerge è quella di una generazione presente nel mercato, ma ancora in cerca di equilibrio. I posti ci sono, è vero. Quello che manca, per molti, è la sensazione che quel posto possa durare abbastanza da costruirci sopra qualcosa

Contratti collettivi: la fotografia del lavoro a fine 2025

Dagli ultimi dati Istat è possibile tracciare una fotografia dei contratti collettivi italiani, quelli danno un po’ il polso dell’intro sistema Paese. A fine dicembre 2025, questo spaccato parla di situazioni molto diverse fra loro. I contratti in vigore per la parte economica sono 48 e coprono circa 7,6 milioni di lavoratori, poco meno del 58% dei dipendenti complessivi. Ciò significa che quattro lavoratori su dieci attendono ancora un rinnovo.

È una media che nasce da realtà diversificate: nel settore privato la copertura sale al 73,8%, con l’agricoltura che risulta tutelata, i servizi seguono e l’industria più indietro. Nel pubblico, invece, il contatore è fermo a zero: tutti i contratti risultano scaduti.

Un trimestre senza scosse

Negli ultimi tre mesi del 2025 sono stati recepiti nove contratti, senza che nessuno arrivasse a scadenza. Un dato che segnala una certa stabilità, ma che non basta a smuovere l’arretrato maturato.

A fine anno i contratti in attesa di rinnovo sono 27 e coinvolgono circa 5,5 milioni di lavoratori. Di questi, 2,7 milioni operano nel settore privato, mentre 2,8 milioni appartengono alla pubblica amministrazione, dove la trattativa resta il nodo più difficile da sciogliere.

Attese ancora lunghe, ma in lieve miglioramento

C’è però un segnale incoraggiante. Il tempo medio di attesa per il rinnovo di un contratto scaduto scende sotto i 19 mesi. Per essere più precisi: a dicembre 2025 era di 18,9 mesi, decisamente meno rispetto a gennaio dello stesso anno ( 19,7).

Non è una svolta, ma è un passo nella direzione giusta, soprattutto per chi vive il rinnovo come una questione concreta, che pesa sul bilancio familiare mese dopo mese.

Retribuzioni: crescita moderata, ma sopra l’inflazione

Ci sono notizie positive anche per quanto riguarda le retribuzioni. Il 2025 chiude con un aumento medio del 3,1% delle retribuzioni orarie contrattuali, in linea con l’anno precedente. Nel settore privato la crescita è leggermente più alta (+3,2%), spinta dall’agricoltura e dall’industria, mentre i servizi avanzano più lentamente. La pubblica amministrazione si ferma al +2,7%, grazie ai rinnovi riferiti al triennio 2022-2024.

A dicembre l’indice mensile segna un +0,2% rispetto a novembre e un +2,9% su base annua. Spiccano gli aumenti nei ministeri, nelle forze armate e nei vigili del fuoco. Altri comparti, come farmacie private e telecomunicazioni, sono invece fermi.

Quantum: perché il 2025 segna un prima e un dopo

Il 2025 verrà ricordato come l’anno in cui il mondo ha smesso di considerare le tecnologie quantistiche come qualcosa di futuristico e lontano. Le Nazioni Unite le hanno celebrate con l’“Anno Internazionale delle Scienze e Tecnologie Quantistiche”, e non è stato un gesto simbolico: è il segno di un cambiamento reale.

Secondo l’Osservatorio Quantum Computing & Communication del Politecnico di Milano, che ha presentato i suoi dati durante l’evento “Quantum Shift: the future starts now”, siamo di fronte a una fase nuova. Una fase in cui ricerca, industria e governi iniziano davvero a muoversi nella stessa direzione.

Gli Stati Uniti viaggiano a velocità doppia

In dieci anni, i governi di mezzo mondo hanno stanziato oltre 50 miliardi di dollari per iniziative legate al quantum. Una cifra enorme, che però impallidisce davanti ai numeri del settore privato: solo nel 2025 le aziende specializzate hanno raccolto più di 9 miliardi, superando tutto ciò che avevano ottenuto nei cinque anni precedenti messi insieme.

Il punto è che la fetta più grande di questi investimenti finisce negli Stati Uniti. E non sorprende: giganti come Google, Amazon, Microsoft e IBM stanno lavorando sul quantum con una determinazione quasi silenziosa, ma capace di spostare l’ago della bilancia come pochi altri settori oggi.

L’Europa prova a rimettersi in carreggiata

Dopo anni di tentennamenti, anche Bruxelles ha deciso di fare sul serio. Nel 2025 ha messo nero su bianco la sua prima strategia condivisa sul quantum, e nel 2026 arriverà il Quantum Act, un passo atteso da tempo.

L’obiettivo è chiaro: evitare di ripetere gli errori commessi con il cloud e con l’intelligenza artificiale, dove l’Europa è arrivata a rincorrere troppo tardi. Questa volta, l’ambizione è di giocarsi un ruolo da protagonista entro il 2030.
E non si parla più solo di innovazione: le tecnologie quantistiche hanno implicazioni fortissime anche sulla sicurezza, sulla difesa e sulla protezione dei dati. Non è più solo una questione “tecnica”.

L’Italia si muove, ma servono i fondi

Anche l’Italia ha definito una strategia nazionale, pensata insieme a ministeri, università e imprese. Sulla carta è un buon punto di partenza; nella pratica, manca ancora l’elemento più concreto: i finanziamenti.

I 200 milioni annui previsti non sono stati ancora stanziati, e questo rischia di mettere in difficoltà un ecosistema che sta finalmente iniziando a prendere forma, tra centri di ricerca fotonica, nuovi corsi universitari e qualche startup che ha cominciato a farsi notare.

Il domani si costruisce oggi

Gli esperti dell’Osservatorio ricordano che il quantum è un po’ come l’informatica degli anni ’50: pieno di potenziale, ma senza garanzie.

Una cosa però è certa: chi investirà adesso – con idee chiare e strategie coerenti – avrà in mano un pezzo importante della tecnologia dei prossimi decenni. Il resto rischia di diventare spettatore.

Imprese: aumentano quelle guidate da stranieri, +1,7% in un anno

Nei primi sei mesi dell’anno le iscrizioni di imprese guidate da stranieri hanno sfiorato 37mila unità (-267 rispetto al 2024), mentre 20.754 (-804) sono state le cessazioni, per un saldo positivo che supera le 16mila imprese. In totale, a fine giugno 2025 erano 678mila, l’1,7% in più rispetto giugno 2024. 

Secondo il report curato da InfoCamere, parte dello studio semestrale realizzato nell’ambito del progetto Futurae – Programma Imprese Migranti, a trainare l’imprenditoria straniera nel primo semestre 2025 sono state le costruzioni e l’agricoltura (+3,2% e +3,7% su base annua), che rappresentano rispettivamente il 25% e il 3% del totale.
Il commercio resta il settore più rappresentativo (275mila imprese) e segna un lieve recupero (+0,1%).
In crescita anche l’industria manifatturiera (+1,1%), dove operano oltre 50mila imprese straniere.

Le società di capitale crescono dell’11,4%

Quella straniera è una imprenditoria che in Italia si rafforza anche strutturalmente. Infatti, la crescita è generata soprattutto dalle società di capitale, che nell’ultimo anno sono aumentate dell’11,4%, superando quota 147mila, a fronte di una tenuta delle imprese individuali, che tuttavia rappresentano il 72% del totale.

Gli imprenditori stranieri scelgono soprattutto il Nord Ovest, dove si concentra il 32% delle imprese straniere in Italia. Le regioni nord-occidentali mostrano infatti la crescita più sostenuta su base annua (+3,6%), superiore a quella del Nord Est (+2,8%).
Lieve calo invece nel Mezzogiorno (-0,5%) e stabilità al Centro (+0,3%), che detengono rispettivamente la maggiore e la minore incidenza della componente straniera sul totale delle imprese.

Marocco, Romania, Cina i principali Paesi di provenienza

Prato si conferma la provincia con la maggior incidenza di imprese straniere (32,7%), seguita da Trieste (20%) e Imperia (18,2%), che sale al terzo posto al posto di Firenze (18,1%).
All’estremo opposto, è quella di Barletta-Andria-Trani la provincia con la minore incidenza.

Analizzando le sole imprese individuali, le uniche per le quali è possibile stabilire una coincidenza con il Paese di origine del titolare, emerge che Marocco, Romania e Cina sono i principali Paesi di provenienza dell’imprenditoria straniera in Italia (34% del totale), seguiti da Albania, Bangladesh e Pakistan (19%), Egitto, Nigeria e Senegal (11%).

Preferenze marcate per localizzazione e settori

Se i nati in Marocco vantano la massima incidenza nelle province dello Stretto (Catanzaro, Reggio Calabria e Messina) e operano in prevalenza nel commercio (21,6%) i romeni, molto presenti nelle costruzioni (22%), raggiungono la massima incidenza a Viterbo, Torino, Cremona.

I cinesi invece mostrano un’elevata incidenza e concentrazione in Toscana, soprattutto a Prato, con il primato assoluto del 68% e Firenze con il 27%, ma anche nelle Marche (Fermo, con 29%), con una forte concentrazione nel manifatturiero e nei servizi ricreativi e di intrattenimento. 

Operai specializzati cercasi: la domanda c’è, l’offerta no

Nel 2024, su 5,5 milioni di nuovi ingressi previsti nel mercato del lavoro italiano, quasi 840 mila hanno riguardato operai specializzati, pari al 15% del totale.
È quanto emerge dalle analisi dell’Ufficio studi della CGIA, basate sui report di Unioncamere-Ministero del Lavoro e del Sistema Informativo Excelsior.

Una ricerca lunga e complessa

Per le imprese, trovare queste figure è diventato un percorso a ostacoli: nel 63,8 per cento dei casi i datori di lavoro hanno segnalato difficoltà di reperimento e, quando l’assunzione è andata a buon fine, il processo ha richiesto in media quasi cinque mesi. Nessun’altra categoria professionale ha mostrato ostacoli così marcati. A complicare le cose, quattro volte su dieci la selezione non è nemmeno partita per mancanza di candidati.

Le realtà più colpite sono le piccole e microimprese, per cui individuare carpentieri, fresatori, saldatori o operatori di macchine a controllo numerico resta un’impresa quasi impossibile.

Giovani e lavoro: nuove priorità

Alla base di questo squilibrio tra domanda e offerta ci sono diversi fattori. Il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione riducono la disponibilità di forza lavoro. Inoltre, molti candidati non possiedono le competenze richieste, soprattutto nei comparti manifatturieri, evidenziando il divario tra formazione scolastica e bisogni del sistema produttivo.

Rispetto al periodo pre-Covid, i giovani mostrano nuove priorità: cercano flessibilità, autonomia e più tempo libero, e sono meno propensi ad accettare incarichi con turni pesanti o nei fine settimana. Una tendenza che sembra destinata a consolidarsi.

Le competenze più difficili da trovare

Edilizia e manifattura sono i settori che soffrono di più. Nel primo caso mancano carpentieri, ponteggiatori, cartongessisti e gruisti; nel secondo, la scarsità riguarda filiere come il legno (ebanisti, restauratori), il tessile-abbigliamento (modellisti, confezionisti), il calzaturiero (tagliatori, cucitori) e la metalmeccanica (tornitori, saldatori, operatori CNC).

Nordest in affanno, Sud più “facile”

Il Nordest si conferma l’area più critica: nel 2024 il Trentino Alto Adige ha registrato un tasso di difficoltà del 56,5 per cento, seguito dal Friuli Venezia Giulia con il 55,3 e dall’Umbria con il 55. Pordenone è la provincia con i problemi maggiori (56,8 per cento), seguita da Bolzano, Trento e Gorizia.

Al contrario, il Mezzogiorno ha mostrato dati meno pesanti: in Sicilia la difficoltà si è fermata al 42 per cento, in Puglia al 41,9 e in Campania al 41.

A Milano e Roma la maggior parte delle assunzioni

Guardando al futuro, tra agosto e ottobre 2025 le imprese prevedono 1,4 milioni di nuove entrate. Milano e Roma guidano la classifica con oltre 115 mila assunzioni ciascuna, seguite da Napoli, Torino, Bari e Brescia.

Giochi da tavolo: boom di popolarità tra i Millennial

I giochi da tavolo tornano alla ribalta come attività di svago di primo piano, in grado di competere con podcast e videogiochi. A trainare questa riscoperta sono i Millennial, che dichiarano di dedicare ai giochi da tavolo un tempo simile a quello che dedicano alla lettura o alla visione dei telegiornali. Più di ogni altra generazione, il 41% di loro afferma di provare gioia nel giocare.

I dati di uno studio globale condotto da Asmodee mostrano che quasi un quarto delle persone (26%) gioca almeno una volta alla settimana, con i giochi da tavolo posizionati come seconda attività di svago più popolare dopo i videogiochi (32%) e alla pari con i podcast (29%).

Un’alternativa tangibile all’intrattenimento digitale

Il successo dei giochi da tavolo si spiega con una profonda esigenza di connessione e di evasione. Secondo lo studio, il 64% delle persone ricorre al gioco per riunire la famiglia, con un picco del 71% in Francia. Inoltre, in un’epoca caratterizzata da un senso di oppressione causato dal flusso costante di notizie negative, oltre la metà dei partecipanti (53%) cerca esperienze che favoriscano l’evasione dalla realtà.

Il gioco da tavolo risponde a questo bisogno, fungendo da ponte per le relazioni umane. Il 40% degli intervistati afferma, infatti, di trovare nei giochi un modo più semplice per aprirsi rispetto alle normali conversazioni.

Il fenomeno globale dei Board Game Café

“So per esperienza che i giochi da tavolo non sono solo un passatempo, ma anche una preziosa fonte di immaginazione, benessere, divertimento e. e convivialità tra i giocatori”, afferma Thomas Koegler, ceo di Asmodee
La riscoperta dei giochi da tavolo si manifesta in modo tangibile nella diffusione dei board game café, che stanno nascendo in tutto il mondo. Questi luoghi offrono spazi dedicati dove persone di ogni età e background possono incontrarsi, imparare e giocare insieme.

Negli Stati Uniti, Greg May, proprietario di The Uncommons a New York, descrive come il suo locale ospiti un pubblico eterogeneo e da riunioni aziendali a feste di compleanno per bambini. “È proprio questo mix che rende vivace il locale”, spiega Greg May.

Nuovo riferimento per relazionarsi e trascorrere tempo di qualità

Da Dubai a Oxford questi café dimostrano che titoli classici come Dobble o Dixit possono superare le barriere linguistiche e culturali, diventando strumenti per favorire la comunicazione e la collaborazione.

“Siamo orgogliosi di far parte di questo settore da 30 anni – dichiara Jean-Sébastien De Barros, cpo di Asmodee – È stato entusiasmante contribuire a democratizzare i giochi da tavolo come nuovo spazio di riferimento per relazionarsi e trascorrere del tempo di qualità con gli amici, creando legami ancora più forti e rendendo questo hobby divertente e accogliente”.

Milano, turismo e quotidianità: l’overtourism non è un problema

Di turismo si parla spesso in termini negativi: troppi visitatori, città invivibili, prezzi alle stelle. Ma a Milano la realtà è meno scontata.

Una ricerca di Doxa e The Data Appeal Company (Gruppo Almawave), che unisce analisi di big data e sondaggi tra i residenti, scatta la fotografia di una città multisfaccettata, dove il turismo non sempre pesa sulla vita dei cittadini. Anzi, in alcuni quartieri diventa persino un alleato della qualità urbana.

Uno studio per capire il legame tra città e visitatori

Lo studio ha messo insieme oltre 130 fonti digitali e le opinioni di più di 500 milanesi. L’obiettivo: capire come il turismo venga percepito nei diversi municipi e quali effetti porti sulla vita di chi abita la città.

Ne emerge una mappa fatta di sfumature: ci sono zone dove il numero eccessivo di visitatori crea qualche problema, ma anche quartieri in cui la presenza turistica viene vissuta come una risorsa.

I Navigli e il Centro: dove la convivenza funziona

Prendiamo i Navigli, cuore pulsante della movida cittadina. Qui la pressione turistica non manca di certo, ma i residenti dichiarano comunque una qualità della vita tra le migliori di Milano. Merito del verde urbano, delle aree pedonali, dell’offerta culturale e degli interventi di riqualificazione che hanno reso la zona più vivibile.

Simile il discorso per il Centro Storico: nonostante sia il quartiere più visitato in assoluto, il livello di soddisfazione dei residenti resta molto elevato. Il prestigio della zona, i servizi di qualità e un reddito medio tra i più alti d’Italia contribuiscono a mantenere un equilibrio positivo.

Cosa pensano i milanesi

Il sondaggio registra opinioni contrastanti tra i milanesi, anche se la gran parte riconosce al turismo la capacità di arricchire la città. Nel dettaglio, il 75% promuove i servizi essenziali, il 74% apprezza la varietà culturale e il 63% considera il turismo una spinta vitale.

Ma non manca qualche zona d’ombra. Il 77% dei milanesi indica i turisti come una delle cause principali del caro prezzi, il 59% avverte un peggioramento della qualità della vita negli ultimi tre anni e un 32% teme che la forte presenza di visitatori stia erodendo l’identità culturale della città.

Una città che cambia

Il messaggio della ricerca, raccolto nel white paper “Milano nell’era dell’overtourism”, è chiaro: non esiste un solo volto del turismo. Milano vive situazioni molto diverse a seconda delle zone. In alcuni casi i visitatori rappresentano una criticità, ma in molti altri sono una risorsa. La vera partita si gioca sull’equilibrio tra accoglienza e tutela della vita quotidiana dei residenti.