Rivoluzione modem

Da fine dicembre 2018 diventa effettivo il diritto a utilizzare un modem diverso da quello fornito dall’operatore per accedere a Internet da linea fissa. La norma vale già per tutti i nuovi contratti stipulati, mentre per quelli in essere la regola varrà dal 1 gennaio 2019. In estrema sintesi, con modem libero significa che ognuno – dal 31 dicembre 2018 – poterà scegliere il router che preferisce senza l’obbligo di utilizzare quello messo a disposizione dal proprio operatore. A stabilirlo è la delibera 348/18/CONS dell’Agcom con la quale l’Italia si uniforma alla direttiva europea n. 2015/2120 che stabilisce misure riguardanti l’accesso a una rete aperta, con specifico riferimento alla libertà di scelta delle apparecchiature terminali.

Il testo della delibera

Come riporta Adnkronos, con questa delibera l’Autorità garante per le comunicazioni sancisce il diritto degli utenti di scegliere liberamente il proprio terminale (modem o router) per accedere a Internet dalla linea fissa, usando quindi un apparecchio diverso da quello fornito dall’operatore. Gli operatori non possono né “rifiutare di collegare apparecchiature terminali alla rete se l’apparecchiatura scelta dall’utente soddisfa i requisiti di base previsti dalla normativa europea e nazionale, né imporre all’utente finale oneri aggiuntivi o ritardi ingiustificati, ovvero inibire l’utilizzo o discriminare la qualità dei singoli servizi inclusi nell’offerta, in caso di collegamento a un modem di propria scelta”. Gli operatori sono inoltre tenuti ad assicurare la diffusione, anche sui propri siti, di informazioni utili sulle specifiche e tutti i parametri necessari per l’accesso e la configurazione del servizio. Installazione e manutenzione spettano al cliente. Quanto all’assistenza, l’Agcom spiega che “i fornitori di accesso alla rete forniscono ai propri clienti, attraverso i canali di assistenza, informazioni per la corretta e semplificata attestazione delle funzionalità di connessione e configurazione degli apparati terminali”.

“Pacchetti completi”

Quando gli operatori forniscono servizi integrati di accesso a Internet e/o di connessione alla rete tramite offerte in abbinamento con l’apparecchiatura, devono evidenziare separatamente modalità e condizioni di offerta. Gli operatori devono quindi separare – anche nei documenti di fatturazione – il costo dell’apparecchio da quello di installazione e manutenzione e assistenza. I fornitori di servizi di accesso a Internet devono inoltre mettere a disposizione un’offerta alternativa che non includa la fornitura dell’apparecchio.

I vantaggi per gli utenti

In sostanza, gli utenti avranno più libertà di scelta. Gli operatori dovranno garantire a chi sottoscrive un nuovo contratto l’uso della linea Internet con il modem che il cliente vorrà. I clienti che hanno già contratti in essere, entro il 31 dicembre, di vedranno offrire dagli operatori la possibilità di cambiare offerta, scegliendone una che preveda l’utilizzo gratuito dell’apparecchio oppure, in alternativa, la rescissione gratuita del contratto, senza penali per il modem, che dovrà essere restituito.

Tir elettrici, l’autostrada A35 Brebemi è pronta per il test

Mezzi pesanti a trazione elettrica alimentati come i filobus e i tram urbani, ovvero attraverso una linea sospesa. Si tratta dei Tir elettrici, e l’autostrada Brebemi, che collega Milano e Brescia, sarà la prima in Italia a sperimentare il transito di questi veicoli ecologici. Al loro sviluppo ci sta pensando Scania, azienda globale produttrice di veicoli industriali, pronta a collaborare all’elettrificazione dei primi sei chilometri di A35 che serviranno come test.

La linea di contatto (600-750V in corrente continua) sarà realizzata sopra la corsia di marcia a una altezza pari a circa 5,5 metri. E il tratto inizialmente coinvolto sarà quello tra i caselli di Romano di Lombardia e Calcio.

Veicoli pesanti a motore ibrido

I veicoli in questione sono dotati di catena cinematica ibrida, con motore elettrico alimentato attraverso un pantografo. Al di fuori di questa corsia, se il mezzo ad esempio deve effettuare un sorpasso, o deve abbandonare l’autostrada per raggiungere la sua destinazione, può circolare tramite motore elettrico grazie alle batterie di cui dispone, o tramite il motore a combustione interna.

Una volta verificate efficienza, efficacia e sostenibilità economica della soluzione, nonché stabilita una chiara programmazione sovra-nazionale, si potrà procedere a una seconda fase del progetto, che prevede l’elettrificazione dell’intera A35. Questo, insieme alla commercializzazione dei veicoli e dei relativi dispositivi per l’utilizzo della linea elettrificata.

Obiettivo, arrivare a un’autostrada a economia circolare

Il progetto è stato presentato a Brescia durante il convegno Il Trasporto Elettrico delle Merci su Strada, nell’ambito dello European Truck Festival, riporta askanews. Tra gli obiettivi rientra anche quello di arrivare a un’autostrada a economia circolare, con la produzione di energia elettrica attraverso pannelli fotovoltaici.

“Siamo molto lieti di aver riunito qui oggi a Brescia i possibili futuri protagonisti della prossima rivoluzione nella mobilità – afferma Francesco Bettoni, Presidente A35 Brebemi – e il nostro progetto, sviluppato insieme a Cal (Concessioni Autostradali Lombarde) va in questa direzione”.

Verso un sistema di trasporto sostenibile delle merci

“La collaborazione di Scania con A35 Brebemi, Siemens e tutti gli interlocutori coinvolti in questo progetto dimostra come solo attraverso la cooperazione con partner strategici riusciremo a accelerare il processo di cambiamento verso un sistema di trasporto sostenibile”, sottolinea in una nota il Presidente e Amministratore Delegato di Italscania, Franco Fenoglio.

I tir elettrici potrebbero infatti risolvere il problema del traffico pesante su quattro ruote. Di fatto, la prima autostrada elettrificata è stata inaugurata in Svezia nel 2016, e anche in Germania è già una realtà.

Più luce in cucina con le strisce led

Di recente sono sempre più gli utenti che provvedono all’installazione di moderne strisce led in cucina, per illuminare in maniera ottimale alcune zone cruciali e consentire di vivere ancora più serenamente questo ambiente così importante di casa. In particolar modo va sempre più di moda l’installazione di led che possano illuminare la zona dei pensili e sottopensili, non soltanto per un motivo prettamente estetico ma anche per un ben più importante aspetto legato alla sicurezza. Avere infatti la possibilità di utilizzare i vari strumenti di cucina godendo di una illuminazione ottimale, ovvero senza quei fastidiosi giochi d’ombra che possono trarre in inganno e favorire azioni maldestre o infortuni, consente di lavorare con maggiore sicurezza nonché di riuscire a preparare molto più velocemente le varie pietanze.

Alla stessa maniera sono diversi coloro i quali preferiscono provvedere ad installare le strisce led  anche per illuminare in maniera adeguata il tavolo, ed evitare che vi siano quelle fastidiose difformità per le quali si creano zone che godono di una luce maggiore e zone che invece sembrano visibilmente essere meno illuminate. Una distribuzione omogenea della luce consentirà dunque a tutti di poter vedere alla stessa maniera ed evitare quei fastidi agli occhi dovuti alla difforme quantità di luce presente in uno spazio abbastanza ristretto. La qualità della luce presente in un determinato ambiente, come la cucina, è dunque molto importante non soltanto per far si che le operazioni di preparazione dei cibi possano avvenire in sicurezza ed in maniera più rapida, ma anche per evitare che la non omogeneità della luce presente possa arrecare fastidi agli occhi delle persone presenti. Sul sito lucefaidate.it puoi trovare i diversi tipi di strisce led presenti sul mercato, che si differenziano sia per il colore e l’intensità della luce emessa, che per la lunghezza delle strisce stesse, che possono comunque essere tagliate per far si da adattarsi perfettamente all’utilizzo che si intende farne.

Ticket sanitari, spesi quasi 3 miliardi di euro nel 2017

 Tra farmaci e prestazioni specialistiche la quota incassata dalle Regioni italiane nel 2017 per i ticket sanitari ammonta a poco meno di 3 miliardi di euro. Nel 2017 infatti le Regioni hanno incassato per i ticket quasi 2.900 milioni di euro, corrispondenti a una quota pro-capite di 47,6 euro. In particolare, 1.549 milioni di euro (25,5 euro pro-capite) sono risultati relativi ai farmaci, e 1.336,6 milioni di euro (22,1 euro pro-capite) alle prestazioni di specialistica ambulatoriale.

Il paradosso,se così si può definire, è che tali cifre sono state  pagate “per scelta dai cittadini”.

Si riduce la spesa sulle prestazioni, ma aumenta quella per i farmaci

È quanto emerge dal rapporto dell’Osservatorio Gimbe, che ha analizzato le differenze regionali sulla compartecipazione alla spesata quella per i ticket sui farmaci. Nel periodo 2014-2017, secondo quanto riportano i risultati della ricerca,  si è ridotta la spesa per i ticket sulle prestazioni (-7,7%) ed  è aumentata quella per i ticket sui farmaci (+7,9%), Inoltre, nel periodo tra il 2013 e il 2017, la quota da pagare in più per i farmaci di marca è aumentata del 20%. “Dalle nostre analisi emergono notevoli differenze regionali – sottolinea inoltre Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe –  sia rispetto all’importo totale della compartecipazione alla spesa, sia alla ripartizione tra farmaci e prestazioni specialistiche”.

1.049,6 milioni imputabili alla scarsa diffusione dei farmaci equivalenti

In particolare, riferisce  Ansa, se il range della quota pro-capite totale per i ticket oscilla da 97,7 euro in Valle d’Aosta a 30,4 euro in Sardegna, per i farmaci varia da 34,3 euro in Campania a 15,6 euro in Friuli Venezia Giulia, mentre per le prestazioni specialistiche si va da 66,2 euro della Valle d’Aosta a 8,6 euro della Sicilia.

In dettaglio, dei 1.549 milioni di euro sborsati dai cittadini per il ticket sui farmaci, meno di un terzo sono della quota fissa per ricetta (498,4 milioni pari a 8,2 euro pro-capite), mentre i rimanenti 1.049,6 milioni (17,3 euro pro-capite) sono imputabili alla scarsa diffusione in Italia dei farmaci equivalenti.

Tutte le Regioni sopra la media nazionale sono del centro-sud

Rispetto alla quota fissa per ricetta (non prevista da Marche, Sardegna e Friuli Venezia Giulia), il range varia da 18,3 euro pro-capite della Valle d’Aosta a 0,5 euro del Piemonte. La quota differenziale per la scelta del farmaco di marca, invece, oscilla da 22,9 euro pro-capite del Lazio a 10,5 euro della Provincia di Bolzano.

Tutte le Regioni sopra la media nazionale sono del centro-sud: oltre al già citato Lazio, Sicilia (22,1 euro pro-capite), Calabria (21,2) Basilicata (21,2), Campania (20,9), Puglia (20,7), Molise (20,3), Abruzzo (19,5), Umbria (19,5) e Marche (18,2).

Furti in albergo, gli italiani sono “ladri” di asciugamani

Italiani popolo di navigatori, santi, eroi e… amanti dei souvenir. Una recente ricerca, condotta dal portale di viaggi Jetcost, rivela infatti che i nostri connazionali, quando soggiornano in un albergo, non disdegnano di portarsi a casa qualche ricordo. Insomma, siamo sì il paese più ospitale, ma anche tra quelli con le mani più lunghe. Dalle camere, e soprattutto dai bagni degli hotel, spariscono gli oggetti più bizzarri.

La hit degli oggetti sottratti

Shampoo, saponi, cuffie per la doccia, i clienti degli hotel amano portarsi via come souvenir la maggior parte degli accessori dai bagni delle camere. In base ai risultati dello studio, il 79% degli italiani ha ammesso di aver infilato in valigia qualche gadget presente nella stanza d’albergo. E, tra gli oggetti più ambiti, sembrano esserci gli asciugamani. Solo per fornire un dato, nel 2008 la catena Holiday Inn ha denunciato la mancanza di oltre mezzo milione di salviette. Per gli albergatori non si tratta di perdite di poco conto: facendo una stima in generale, ogni struttura alberghiera ha una spesa media annua superiore ai 200mila euro per gli accessori e i servizi offerti, che confluiscono sul costo della camera. Ecco perché diventa fondamentale utilizzare strategie per contrastare i furti e le manomissioni.

Cliente con cacciavite

La ricerca indica poi che non sono stati rari i casi in cui i clienti hanno utilizzato dei cacciaviti o altri strumenti per staccare maniglie, asciugacapelli, portasciugamani, specchi, elettrodomestici, stereo. Se non tutti i complementi e gli accessori in camera si possono mettere in sicurezza, molto si può fare invece in bagno. Ad esempio, scegliendo prodotti (e fornitori) di altissima qualità e con precise caratteristiche: come le soluzioni offerte da Mediclinics, azienda che produce asciugamani elettrici da oltre 40 anni. Oggi il catalogo comprende  una vasta gamma di articoli: oltre ad asciugamani elettrici di nuovissima generazione, belli ed efficienti, vengono commercializzati in tutto il mondo anche asciugacapelli, dispenser e accessori in acciaio per l’hotellerie, barre disabili, specchi e molti altri elementi. Tutti prodotti garantiti, con le più alte certificazioni internazionali e soprattutto a prova di furto e ti vandalici. Con un netto risparmio, nel tempo, di investimenti per nuove forniture.

Italiani manolesta? C’è chi fa peggio di noi

Peggio degli italiani sarebbero gli spagnoli: l’81% ha ammesso di essersi preso qualcosa in albergo, poi i portoghesi (76%), i britannici (69%) e i francesi (62%). I più onesti sarebbero, invece, i danesi: l’88% ha detto di non aver mai rubato nulla durante un soggiorno.

Dalla frutta alla Bibbia

Gli oggetti sottratti sono veramente di ogni foggia. Ad esempio, vassoi e cestini in cui c’erano frutta e dolci omaggio, batterie del telecomando, lampadine, la Bibbia. Qualcuno si è portato via anche cuscini e coperte dall’armadio. Per non farsi mancare niente, dai business center degli hotel sono sparite stampanti, computer e risme di carta. Tra i pezzi più gettonati al ristorante o nella sala colazioni, spiccano saliere e portauovo. I clienti si dimostrano poi particolarmente creativi nel coprire i misfatti: ad esempio consumando le bottigliette del minibar per poi riempirle con liquidi dal colore simile.

Italia in crescita economica: lo dicono le previsioni UE 

Secondo l’Ue l’Italia si muove, e in positivo. La Commissione europea migliora le sue previsioni di crescita per l’Italia, e rispetto allo scorso novembre rivede al rialzo le percentuali di 0,2 punti. Nelle previsioni economiche d’inverno, la Commissione conferma per il 2017 una stima della crescita reale del Pil dell’1,5%, come in autunno, ma per il 2018 porta la previsione dall’1,3% stimato nel novembre scorso all’1,5%.

Ritoccata anche la stima relativa all’anno prossimo, quando il Pil dovrebbe crescere dell’1,2% contro il +1 previsto tre mesi fa.

L’Italia però resta indietro rispetto agli Paesi europei

Nel confronto con gli altri Paesi, tuttavia, l’Italia resta la lumaca dell’Eurozona e dell’intera Unione europea (la crescita media nel 2018 è del 2,3% nell’area euro e nell’Ue a 28, del 2,5% nell’Ue a 27). L’unico Paese che fa peggio del nostro è il Regno Unito, alle prese con il rallentamento dell’economia provocato anche dalla Brexit. Tutti gli altri Paesi crescono di più (+2,3% la Germania, +2% la Francia, +2,6% la Spagna).

Una domanda interna più robusta, ma un limitato potenziale di crescita

L’economia italiana, osserva la Commissione, “continua a beneficiare del ciclo economico globale in ripresa e della domanda interna più robusta”. Dopo una crescita media dello 0,4% in termini reali nei primi tre trimestri del 2017, diversi indicatori e statistiche “suggeriscono che l’economia ha mantenuto la sua spinta a fine anno”. Le condizioni economiche favorevoli continueranno nel 2018, prima di indebolirsi “in linea con il graduale ritiro degli stimoli”. Sebbene la ripresa economica italiana sia destinata ad autosostenersi, le prospettive “rimangono moderate”, alla luce del “limitato potenziale di crescita dell’economia italiana”. I rischi al ribasso sono tuttora connessi con “lo stato ancora fragile del settore bancario italiano”, mentre c’è un “upside risk”, o meglio la possibilità, che la ripresa “possa rafforzarsi più del previsto, almeno nel breve termine”

Crescita solo con le riforme

Le proiezioni sono basate sull’assunto che l’Italia continui ad attuare le riforme già adottate per favorire la crescita e persegua politiche di bilancio prudenti. La crescita nel 2017 nel nostro Paese si è fondata anzitutto sulla domanda interna, con i consumi aumentati grazie alla ripresa dell’occupazione e della fiducia dei consumatori. Inoltre, gli investimenti sono cresciuti grazie alle condizioni favorevoli di finanziamento e agli sgravi fiscali, nonché alla ripresa delle esportazioni di beni e servizi. Il contesto dovrebbe restare favorevole anche nel 2018, trainato da export e investimenti, ma la crescita nel 2019 si stima si ridurrà all’1,2% a mano a mano che si chiude l’output gap, cioè quando l’economia raggiunge le sue piene potenzialità.

WordPress “attaccata”: la colpa è di una campagna di malvertising

Diversi siti attaccati in pochi giorni, con potenziali gravi danni per gli utenti più sprovveduti o distratti, anche nel nostro Paese. Ecco il primo bilancio degli effetti della campagna di ‘malvertising’, una pubblicità cattiva e malevola che ha intaccato ben 18.000 siti su WordPress, una delle piattaforme più diffuse per creare e pubblicare sistemi editoriali e blog. Chiamata “Operation Evil Traffic”, la campagna ha raggiunto il suo picco fra Natale 2017 e i primi giorni del 2018; appartiene al malvertising, ovvero un tipo di advertising online usata per diffondere contenuti dannosi o fraudolenti.

La scoperta in Italia

L’ultima minaccia è stata individuata dai ricercatori di Cse Cybesec, attraverso gli esperti del laboratorio di analisi malware Zlab. “Ci troviamo di fronte ad una rete di grandi dimensioni. Durante le nostre prime analisi, i siti web compromessi erano circa 35.000, attualmente invece ne contiamo poco più di 18.000. Questo perché molti amministratori di siti hanno scoperto la falla e sono corsi ai ripari. Molti dei siti compromessi sono recentissimi. La campagna sembra essere iniziata ad ottobre 2017 raggiungendo il picco tra dicembre e gennaio”, spiega Antonio Pirozzi, direttore del laboratorio di analisi malware Zlab.

Il funzionamento della frode

Come spesso accade in questi casi, la logica di funzionamento messa in atto dai cyberciminali è abbastanza semplice e sfrutta la vulnerabilità dei siti basati su WordPress per ridirigere gli utenti verso siti con contenuti pubblicitari e fraudolenti all’insaputa degli utenti stessi. In sostanza, quando un utente si collega a un sito compromesso può incappare in un pagina ‘infettata’; se la clicca, magari senza darvi neppure peso, viene dirottato su siti pubblicitari che invitano ad installare software che tramite il ‘phishing’ rubano i dati personali, compresi quelli bancari.

Un business illegale ma ricchissimo

Gli esperti hanno fornito anche qualche dato relativo al ricco “giro d’affari” dei malfattori del web. Tutti i siti coinvolti nella campagna di malvertising sono basati su versioni di WordPress vulnerabili. Ovviamente, più sale il numero di ignari utenti che accede a queste pagine, più aumentano gli introiti dei criminali, che in questo modo riescono a disporre di decine di migliaia di siti per veicolare traffico verso domini con contenuti pubblicitari. “Uno solo dei siti che funge da rendez-vous dell’operazione, hitcpm.com, registra 1.183.500 visitatori unici al giorno con un guadagno giornaliero di 4.284,28 dollari, ma i siti compromessi sono stimati essere almeno 18.000, anche italiani” affermano gli analisti di Zlab.

Aziende italiane, 9 su 10 sono ottimiste sul futuro. E prevedono crescite nel 2018

Le aziende italiane sono decisamente ottimiste e prevedono un futuro rosa. Lo rivela una ricerca recentemente condotta e presentata da Interoute, l’operatore proprietario di una piattaforma di servizi cloud globale.

Il 94% delle imprese vede rosa

La survey afferma che il 94% delle aziende italiane si aspetta di crescere nel 2018. Tra queste, addirittura il 62% conta di avere obiettivi di crescita importanti e ambiziosi per l’anno nuovo. La ricerca è sicuramente uno spaccato corretto del panorama imprenditoriale nazionale: è stata infatti condotta su più di 800 decisori It europei di nove diversi paesi, ovviamente Italia inclusa. Tra i dati più significativi riferiti al nostro paese, spicca il fatto che il 58% degli intervistati italiani ha dichiarato che sta investendo in iniziative legate alla digital transformation per prepararsi a uno scenario ogni giorno più competitivo.

Brexit, che ansia

Per il 16% delle aziende intervistate, invece, la Brexit ha comportato un atteggiamento più “ansioso” verso progetti It a lungo termine. Come dire, i cambiamenti in corso fanno un po’ paura, anche in un clima tendenzialmente positivo e di ripresa.

Digital transformation, chi la fa e perché

Ma perché le aziende investono in digitalizzazione? La ricerca riporta la risposte date dalle aziende. Il 51% afferma di voler innovare per aumentare e orientare nuove fonti di reddito per massimizzare la propria competitività; il 41% dichiara come obiettivo la modernizzazione delle attività It aziendali e l’abbattimento dei costi; il 34% vuole migliorare l’experience dei dipendenti, consentendo una migliore collaborazione come nel caso di mobile e social working; il 38% punta a valorizzare la customer experience; il 23% investirà in un’infrastruttura più globalizzata, che faciliti la fruizione di skill anche dall’estero.

Imprese italiane pronte a combattere l’incertezza

Il 71% degli intervistati italiani ha evidenziato alcune criticità, soprattutto nell’integrare le tecnologie legacy con le applicazioni compatibili con il cloud. Per il 35% degli intervistati, inoltre, la situazione politico-economica a livello mondiale crea inevitabilmente un clima di incertezza. “Nessuno conosce con sicurezza quali saranno i risvolti della Brexit o come si evolveranno i rapporti tra Uk e il resto d’Europa in futuro. La nostra ricerca svela, però, che le aziende italiane stanno adottando la strategia più adatta per far fronte a questa incertezza, cogliendo l’opportunità per modernizzare la propria infrastruttura tecnologica” spiega all’Adnkronos Cristina Crucini, Marketing Manager Italy, Cee, Spain Interoute. Che aggiunge: “Lo scenario competitivo è in continua evoluzione, e non soltanto a causa della Brexit. Le aziende italiane dimostrano un’ambizione encomiabile con l’impegno a sviluppare progetti che le rendano più agili e pronte ad affrontare ciò che il futuro avrà in serbo per loro. La nostra ricerca dimostra che le aziende italiane sono pronte a prendere il controllo del proprio futuro, affrontando sfide come, ad esempio, la produttività dei dipendenti e l’accesso alle skill. E’ chiara, dunque, la ragione per la quale molti guardano in modo fiducioso, e non con ansia, al 2018”.

Regali di Natale hi-tech? Occhio all’hacker

Si avvicina Natale e con le feste arriva anche la necessità di trovare i regali più giusti per amici, figli, collaboratori e parenti. Regali che nella nostra epoca sono sempre più tecnologici, a partire dalle fasce di età più giovani. Già i piccolissimi, infatti, sono dei veri e propri appassionati di hi-tech, e con aspettative costantemente più alte. Ma, come in tutti i dispositivi tecnologici, il rischio di attacchi da parte di hacker è sempre dietro l’angolo.

Gli oggetti a rischio attacco

Come ogni anno McAfee, la società specializzata in software antivirus e protezione per dispositivi informatici, ha condotto la ricerca Most Hackable Holiday Gifts per “aiutare gli utenti ad identificare i potenziali rischi per la sicurezza associati ai regali più popolari delle festività natalizie”. Già, perché giocattoli connessi, elettrodomestici intelligenti, droni – per non parlare poi di smartphone e tablet – sono tutti possibili regali natalizi. Ma, oltre che cadeau, sono oggetti in cima alla lista di pericolosità per gli attacchi hacker.

Portatili e smartphone i più pericolosi

In base alla classifica stilata dalla società di sicurezza, non sorprende che nei primi tre posti della lista degli oggetti maggiormente a rischio di attacchi informatici si piazzino computer portatili, tablet e smartphone. Spiegano da McAfee che questi “sono obiettivi tradizionali dei criminali informatici e, se non adeguatamente protetti, possono essere infettati da applicazioni dannose”.

Più in basso, nella hit, si collocano droni, palmari, giochi e dispositivi connessi.

Quasi tutti sanno del rischio, solo la metà adotta precauzioni

Dalla ricerca emerge che quasi tutti gli intervistati (91%) afferma di sapere che è importante mantenere la propria identità e i propri dispositivi connessi al sicuro, ma solo il 53% adotta le misure necessarie per la protezione. Il 16% è convinto che il produttore abbia integrato la sicurezza nel prodotto, e un altro 22% sa di dover adottare precauzioni di sicurezza, ma non sa come farlo.

Le mosse per non farsi hackerare

Ovviamente, la società americana ha anche una serie di indicazioni da suggerire agli utenti perché il regalo di Natale non si trasformi da dono desiderato a un vero e proprio incubo. Innanzitutto, la prima regola è: “pensare prima di cliccare”, una norma che dovrebbe essere seguita quando si utilizza un qualsiasi dispositivo specie se connesso alla rete. A seguire, gli altri consigli sono: aggiornare i software; fare attenzione al Wi-Fi pubblico e non fare acquisti o banking online da questo genere di connessione; proteggere la propria rete domestica; informarsi su come i produttori prendono sul serio la sicurezza, specialmente quando si tratta di giocattoli connessi.

Dieselgate, un killer silenzioso: in Italia causerebbe 1.250 morti l’anno

L’eccesso di emissioni del cosiddetto Dieselgate sarebbe il colpevole di migliaia di morti all’anno. A dichiararlo è uno studio condotto dall’Istituto meteorologico norvegese e l’istituto internazionale Iiasa, pubblicato recentemente sulla rivista Environmental Research Letters. E l’Italia sarebbe tra i paesi più colpiti.

Le origini del Dieselgate

Dieselgate è il nome dello scandalo “esploso” nel corso del 2015: in estrema sintesi, una nota casa automobilistica dovette ammettere di aver modificato i risultati dei test relativi alle emissioni nocive prodotte dai propri modelli di vetture. Da lì, l’allarme si è diffuso a macchia d’olio, coinvolgendo e gettando il sospetto sulla veridicità dei test condotti anche altre case automobilistiche.

I dati da bollettino di guerra

In base allo studio, condotto su 28 paesi dell’Unione Europea più la Norvegia e la Svizzera, gli effetti di queste procedure avrebbero avuto conseguenze devastanti. Le emissioni nocive causate dai motori diesel “alterati” dai costruttori per farli apparire rispettosi dell’ambiente, potrebbero aver causato decine di migliaia di morti.  Stando agli esperti, sono 425mila le morti annue riconducibili all’inquinamento dell’aria nei 28 Paesi dell’Unione europea più Norvegia e Svizzera. Poco meno di 10mila decessi sono attribuibili alle emissioni di ossidi di azoto dei motori diesel e, di questi, 4.560 sono collegabili alle emissioni in eccesso rispetto ai limiti dichiarati dai produttori di veicoli.

Italia maglia nera per emissioni

Sempre stando alle conclusioni dello studio, l’Italia è il Paese con il più alto numero di morti premature riconducibili alle polveri sottili generate dai veicoli diesel. Si tratta di 2.810 morti all’anno: di queste, addirittura 1.250 sono strettamente connesse al surplus di emissioni rispetto a quanto certificato dalle case automobilistiche nei test di laboratorio. In questo triste primato seguono la Germania, con 960 decessi annui correlati agli ossidi di azoto in eccesso, e la Francia con 680. Le ragioni risiedono nella “loro significativa popolazione e dell’alto numero di vetture diesel circolanti”. Dall’altra parte della classifica, con il numero più basso di mortalità legate alle emissioni, si piazzano Norvegia, Finlandia e Cipro.

Italia, peggio al Nord

Questa vera e propria emergenza ambientale in Italia, spiega l’autore della ricerca, “riflette la situazione molto negativa dell’inquinamento specialmente nel Nord Italia, densamente popolato”.

Una tragedia evitabile

Eppure questo prezzo così alto in termini di vite umane si sarebbe potuto controllare. “Se i veicoli diesel avessero avuto emissioni basse come quelli a benzina, si sarebbero potuti evitare i tre quarti dei decessi prematuri, pari a circa 7.500 all’anno in Europa e a 1.920 in Italia” conclude la ricerca.