Cybersecurity, un mercato da 1,55 miliardi e in crescita del +13%

In Italia nel 2021 il mercato della cybersecurity raggiunge il valore di 1,55 miliardi di euro, per una crescita del +13% rispetto al 2020. Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection della School of Management del Politecnico di Milano, si tratta di un ritmo di crescita mai così elevato, con il 60% delle grandi organizzazioni che ha previsto un aumento del budget destinato alle attività di sicurezza informatica. In Italia però il rapporto tra spesa in cybersecurity e Pil resta limitato (0,08%), all’ultimo posto tra i Paesi del G7, anche se insieme al Giappone l’Italia è l’unica nazione a non aver registrato una diminuzione nel corso dell’ultimo anno.

Obiettivo, accrescere la consapevolezza dei dipendenti

Di fronte a una crescita costante delle minacce il 31% delle grandi imprese rileva un ulteriore aumento degli attacchi informatici nell’ultimo anno. Per questo la sicurezza informatica è diventata la maggiore priorità di investimento nei diversi ambiti del digitale, non solo nelle grandi imprese. E di fronte al diffondersi delle nuove modalità di lavoro, il 54% delle organizzazioni giudica necessario rafforzare le iniziative di sensibilizzazione al personale sui comportamenti da adottare. In ogni caso, il mercato italiano di cybersecurity è composto per il 52% da soluzioni come Vulnerability Management e Penetration Testing, SIEM, Identity and Access Management, Intrusion Detection, Data Loss Prevention, Risk and Compliance Management e Threat Intelligence, e per il 48% da servizi professionali e servizi gestiti. 

Anatomia del mercato

Gli aspetti di security più tradizionali continuano a coprire le quote maggiori del mercato, con il 31% della spesa dedicata a Network & Wireless Security, ma gli aumenti più significativi riguardano Endpoint Security e Cloud Security. Con le nuove modalità di lavoro, la protezione dei dispositivi continua a essere un elemento cruciale e l’adozione di applicazioni e piattaforme Cloud rende necessaria una specifica attenzione a questo ambito. La dinamicità del mercato viene poi confermata sul lato offerta dalle 13 operazioni straordinarie di acquisizione, aggregazione e quotazione che hanno riguardato 24 realtà italiane di servizi e soluzioni in ambito security, per un giro d’affari pari a diverse centinaia di milioni di euro.

Cresce l’attenzione delle istituzioni

Se l’interesse delle imprese alla cybersecurity è ai massimi storici, cresce anche l’attenzione delle istituzioni, che hanno introdotto importanti misure in questo ambito.
Il PNRR prevede nella Missione 1 investimenti per 623 milioni di euro in presidi e competenze di cybersecurity nella PA, e nella Missione 4 ulteriori fondi per la ricerca e la creazione di partenariati su temi innovativi, tra cui la sicurezza informatica. È stata poi introdotta l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), verso cui le imprese si dimostrano aperte e disponibili: il 17% ha già stabilito la volontà di collaborare con l’Agenzia, più di metà (53%) è in attesa di linee guida e indicazioni, e un ulteriore 22% vuole approfondire meglio il ruolo dell’organismo nell’ottica di individuare opportunità future. 

Come allestire un parrucchiere in modo che funzioni veramente?

Da molto tempo questo tipo di attività ha cessato di essere considerata un semplice mestiere artigianale ed è diventata un business redditizio per gli imprenditori che hanno la passione per forbici, capelli e il benessere fisico, essenziali per il benessere emotivo della persona.

Se hai già deciso di vivere facendo questo, o ti sei semplicemente reso conto che quella del parrucchiere è un’attività che può essere molto redditizia, ti diremo di seguito cosa devi fare affinché l’attività sia redditizia e funzioni perfettamente.

Le chiavi giuste per allestire il tuo salone parrucchiere

Anche in tempi di recessione, allestire e far funzionare un salone da parrucchiere è uno dei modi per fare un investimento sicuro, poiché questo tipo di attività si basa un tipo di esigenza costante: tagliare e pettinare i capelli, sia per gli uomini che per le donne. 

Se hai già fatto i tuoi conti e pensi davvero che possa funzionare, annota questi suggerimenti quando pianifichi la tua attività da parrucchiere.

Quantifica il budget a disposizione

Se si tratta di allestire un salone da parrucchiere da zero devi badare al budget, perché all’inizio dovrai fare un grande investimento per l’affitto dei locali, il condizionamento dell’aria, i mobili, gli impianti, etc. 

In altre parole, avrai molti problemi da risolvere, quindi è fondamentale sapere come gestire il capitale che hai a disposizione per avviare la tua attività.

Molti parrucchieri e saloni di bellezza, quando iniziano la loro attività, scelgono di noleggiare attrezzature estetiche e altre macchine, poiché così non devono fare un investimento iniziale particolarmente grande e possono generare profitti con trattamenti che richiedono investimenti di un certo tipo.

Un budget compreso tra 30.000€ e 50.000€ è una cifra con cui puoi pensare di aprire un salone da parrucchiere. Questa cifra è solo un numero di riferimento che non tiene conto dell’ubicazione o dell’area dei locali dove si prevede di allestire il salone: sappiamo bene che il costo dell’affitto, i prezzi dei servizi, etc. dipendono molto dall’area in cui sorgerà l’attività.

Sei sicuro dell’ubicazione dei locali?

Riguardo a quanto sopra, siamo sicuri che ti sia sorto un nuovo dubbio. L’ubicazione dei locali è un punto determinante per aprire un parrucchiere che lavori e che produca redditività. Ad esempio: non è la stessa cosa avviare un’attività di questo tipo in una zona esclusiva, poco attraversata da pedoni e poco accessibile, che insediarla in una posizione centrale, dove solitamente passano molte persone.

Il posto che hai in mente di affittare ha un parcheggio nei pressi? Se sì, qual è la sua capacità? Più è grande, meglio è, perché hai la possibilità di servire più clienti che pensano alla comodità di parcheggiare la propria auto vicino al salone. 

Il problema è che questa soluzione può costare più di quanto hai preventivato. Trova un equilibrio e decidi.

Devi anche vedere se la presenza di altre attività commerciali nella zona favorisce la tua attività. In generale, dovresti pensare come uno stratega, in questo modo puoi trovare un modo per farla funzionare davvero e restituire redditività in breve tempo.

Se hai già un piccolo salone da parrucchiere e vuoi ampliare lo spazio, pensa a chi è già tuo cliente: sarà disposto ad uscire dalla propria zona di comfort? Questo è un aspetto fondamentale per la tua attività.

Lavora sodo sull’immagine del salone

Stai allestendo un barbiere, un luogo dove le persone vanno per migliorare la propria immagine, sentirsi rinnovate e a proprio agio. 

Pertanto, dovresti lavorare con l’aiuto di un professionista per aiutarti a creare uno spazio in cui promuovere l’immagine aziendale della tua attività e trovare delle buone forniture per parrucchieri.

Le persone che cercano un posto per migliorare la propria immagine o abbellirsi difficilmente andranno in un posto dove non si sentono a proprio agio o in cui c’è un aspetto poco professionale. 

Quindi, su questo punto, non dovresti lesinare sulle spese. Puoi optare per un design minimalista ma che abbia un certo impatto e faccia sentire a proprio agio tutti i clienti.

Maggiore redditività con più servizi

L’apertura di un salone da parrucchiere non si basa solo sul trattamento dei capelli delle persone. 

In effetti, puoi vedere centri che fondono estetica e taglio dei capelli. Potresti integrare i servizi di parrucchiere e di epilazione ad esempio, e quindi aggiungere altri servizi che daranno alla tua attività una maggiore redditività.

Ricorda infine che se offri più opzioni in un unica sede per i tuoi clienti, sono maggiori le possibilità di aumentare il numero di clienti e, di conseguenza, i profitti della tua impresa.

Riprende la vita fuori casa, ma non rallenta l’ascesa degli OTT

L’esplosione della fruizione delle piattaforme Over The Top ha attirato l’attenzione di numerosi player, e non si arresta. E se oggi gli OTT sono molto presenti tra il pubblico più giovane stanno guadagnando terreno anche tra i segmenti più maturi. La fruizione di contenuti video rimane comunque fortemente ancorata alla TV lineare, anche se le curve di ascolto si stanno avvicinando velocemente, soprattutto nella GenZ.  Nei due anni appena trascorsi si sono succedute una serie di variazioni sostanziali nella dieta mediale degli italiani, complici l’aumento del tempo a disposizione e la vita prevalentemente confinata alle mura domestiche durante i periodi di lockdown. In merito alla penetrazione e al tempo speso nella fruizione di diversi mezzi, nuovi e tradizionali, alcuni fenomeni si sono stabilizzati mente altri sono rientrati ai livelli pre-pandemia.

Durante il primo lockdown raggiunta oltre la metà della popolazione

La piattaforma di GfK Sinottica è un osservatorio privilegiato sulla comprensione di questi fenomeni, rilevando in single source e in maniera continuativa i diversi comportamenti mediali dei target. Durante il primo lockdown, le piattaforme OTT avevano raggiunto una platea mensile (57% nel mese di aprile 2020) paragonabile a quella dei mezzi tradizionali, pari a oltre la metà della popolazione dai 14 anni in su. Nel corso del 2020 e del 2021 tali valori si sono confermati, e sono anche cresciuti ulteriormente, raggiungendo il 60% a settembre 2021. Il riappropriarsi di una vita ‘outdoor’ non ha dunque arrestato né ridimensionato il fenomeno, che oggi è parte integrante della ‘nuova normalità’.

Quali sono i target più ‘interessati’ da questa crescita?

I valori di penetrazione, già alti a totale popolazione, salgono maggiormente tra il pubblico giovane. La fruizione mensile dei contenuti VOD tra la Generazione Z e i Millennials sfiora l’80% (78% a settembre 2021). Rimane sopra la media anche tra la Generazione X, raggiunta per oltre 2/3, mentre perde terreno solo tra le fasce più anziane, dove però il fenomeno sta crescendo in maniera considerevole (+68%). I dati offrono quindi un’istantanea di tendenza alla normalizzazione. Si tratta di un fenomeno presente nella vita di tutti gli italiani, non più circoscritto ai soli segmenti più attivi e aperti alle novità.

TV e Video on Demand nella dieta mediale giornaliera

Per quanto cresciuta in maniera importante in tutti i target, la fruizione di contenuti sulle piattaforme OTT è ancora lontana da quella della TV lineare, soprattutto quando si sposta il punto di osservazione sull’esposizione più frequente. Giornalmente, circa un quarto della popolazione si espone a contenuti on demand (22% a settembre), mentre gli esposti ai contenuti della TV lineare sono quasi quattro volte tanto (81%). La relazione tra i due mezzi rimane quindi un processo da monitorare. Tra la GenZ, ad esempio, le curve di fruizione si stanno avvicinando più velocemente, anche se la TV mantiene per il momento audience giornaliere più che doppie (72% vs. 31%).

Bioeconomia: la regione più bio d’Italia è la Toscana

Qual è la regione dall’economia più bio d’Italia? La Toscana, seguita sul podio da Marche e Friuli Venezia-Giulia.

Lo attesta una ricerca sulla filiera bioeconomica italiana elaborata da SRM, Centro Studi legato al gruppo Intesa Sanpaolo, che vede Veneto, Umbria ed Emilia-Romagna completare il primo gruppo di regioni caratterizzato da impronta bio e livello di transizione bioeconomica più elevati. La ricerca prende infatti in considerazione l’impronta bioeconomica, ovvero l’importanza sul Pil regionale, dei settori completamente bio (agroalimentare, legno, carta e idrico) e di quelli parzialmente bio (chimica, mobili, farmaceutica, abbigliamento, moda, gomma e plastica, elettricità e rifiuti), dove l’output finale deriva solo in parte da prodotti di origine organica.

L’impronta bioeconomica insieme al livello di transizione bioeconomica, cioè il passaggio, attraverso l’innovazione tecnologica, da produzione parzialmente bio a totalmente bio, stabiliscono la graduatoria delle regioni bio elaborata da SRM.

La mappa della transizione innovativa del sistema produttivo 

Dopo il primo gruppo di regioni il secondo gruppo individuato dalla ricerca si distingue da un’impronta bio elevata ma con un più basso livello di transizione bioeconomica, e comprende Abruzzo, Puglia, Basilicata, Trentino Alto-Adige, Molise, Sardegna e Calabria.
Questi primi due gruppi, a parità di impronta bioeconomica, si contraddistinguono per un diverso livello di transizione sul quale incide anche la dimensione innovativa del sistema produttivo, che risulta maggiore nel primo gruppo (media Regional Innovation Scoreboard: 116,6 vs 95).
Il terzo gruppo, con un’ancora più bassa impronta bio dell’economia e con livelli di transizione tecnologica variabili, comprende Campania, Lombardia, Piemonte e Sicilia, mentre agli ultimi posti si piazzano Lazio, Liguria e Valle d’Aosta.

In Italia il 6,4% di valore aggiunto è bio

Molte di queste ultime regioni, come ad esempio Lombardia, Campania e Lazio, si caratterizzano per una maggiore diversificazione produttiva rispetto alle regioni delle rispettive macroaree, e una più articolata e variegata specializzazione industriale, che possono penalizzarle nella valutazione del reale ruolo nella bioeconomia. Il valore aggiunto della bioeconomia italiana è di circa 100 miliardi di euro e impiega oltre due milioni di addetti. Con questi valori l’Italia è fra i Paesi in Europa a più alta incidenza della bioeconomia all’interno del sistema economico, il 6,4% in termini di valore aggiunto e quasi l’8% per l’occupazione.

La filiera agro-alimentare del Mezzogiorno è la più bioeconomica

Dall’analisi territoriale, il Nord Est è la prima area del Paese per valore aggiunto realizzato dalla filiera bioeconomica (29,6 miliardi), seguito dal Nord Ovest (28,3 miliardi), il Mezzogiorno (24,4) e il Centro (19,3). Prendendo in considerazione gli addetti, la prima area è quella meridionale, con circa 732mila occupati, il 36,5% del dato nazionale.
La filiera agro-alimentare rappresenta l’attività più rilevante della bioeconomia in tutte le aree geografiche, soprattutto nel Mezzogiorno, dove il peso del valore aggiunto della filiera arriva quasi al 79% (Italia: 62%) e quello degli addetti all’85,7% (Italia: 70%).
Le regioni meno performanti sono quelle che debbono maggiormente impegnarsi nel processo di transizione bioeconomica dei settori parzialmente bio, e tra queste si collocano diverse realtà meridionali.

Come richiedere il riscatto laurea agevolato?

La recente realizzazione del portale Riscatti e ricongiunzioni, permette di ottenere una simulazione dell’onere di riscatto, cioè del costo del ‘recupero’, ai fini della pensione, degli anni del corso di studi universitario, ricorda laleggepertutti.it.  Ma come fare domanda per il Riscatto laurea agevolato? Basta andare sul sito dell’Inps, dove la procedura per arrivare prima alla pensione con un costo ridotto è piuttosto semplice. Innanzitutto, è necessario verificare se il corso legale di laurea si colloca in un periodo da valutare con sistema retributivo di calcolo della pensione, nella maggior parte dei casi, se raggiunti 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 il calcolo retributivo si applica fino al 31 dicembre 2011, e l’onere del riscatto si calcola col sistema della riserva matematica.

Come inviare la domanda

Se, invece, il corso legale di laurea si colloca in un periodo da valutare con sistema contributivo di calcolo della pensione, si può utilizzare per il calcolo dell’onere sia il sistema percentuale sia il sistema forfettario-agevolato, che comporta un costo di 5.264,49 euro per ogni anno da riscattare. Qualora il periodo del corso di studi debba essere valutato con sistema di calcolo retributivo si può comunque utilizzare il sistema forfettario agevolato. La domanda di riscatto degli anni del corso di studi universitario può essere inviata tramite il sito web dell’Inps, il call center dell’Inps, chiamando il numero 803.164 o 06.164.164 da cellulare, o tramite un patronato. Se si desidera presentare una domanda di riscatto autonomamente, bisogna accedere al portale web dell’istituto tramite le proprie credenziali dispositive (Spid, Cie o Cns) e seguire il percorso: ‘Prestazioni e servizi’, ‘Servizi’, ‘Portale riscatti -ricongiunzioni’.

Come calcolare l’onere di riscatto

Utilizzando la sezione ‘Modalità di calcolo’, si può impostare la modalità di determinazione dell’onere di riscatto. Si può richiedere che il costo del riscatto sia determinato con sistema percentuale (la retribuzione assoggettata a contribuzione negli ultimi 12 mesi viene moltiplicata per l’aliquota contributiva vigente nella gestione interessata dall’operazione, alla data di presentazione della domanda, nonché per il numero di anni da riscattare), o con sistema forfettario-agevolato (il livello minimo imponibile annuo presso la gestione Commercianti viene moltiplicato per l’aliquota di computo vigente presso il Fondo pensione dei lavoratori dipendenti, pari al 33%, nonché per il numero di anni da riscattare).

Come pagare il costo del riscatto

L’onere di riscatto si può pagare utilizzando l’Avviso di pagamento pagoPA, stampabile attraverso il Portale dei pagamenti, accedendo al sito dell’Inps tramite le proprie credenziali di autenticazione dal percorso: ‘Prestazioni e servizi, Servizi, Portale dei pagamenti, Riscatti Ricongiunzioni e Rendite, Entra nel servizio’. In alternativa, si può richiedere l’invio tramite posta o e-mail dell’avviso di pagamento pagoPA al call center dell’istituto. L’avviso di pagamento pagoPA si può saldare online dal sito dell’Inps, utilizzando la carta di credito/debito, l’addebito in conto corrente o altri metodi di pagamento. Oppure, in banca, tramite home banking, alle Poste o presso esercenti convenzionati. O ancora, con addebito diretto sul conto.

E-commerce, un mondo in trasformazione diversificato e frammentato

In Italia in due anni gli acquisti online hanno quasi triplicato la quota di mercato, passando dallo 0,9% nel 2019 al 2,6% nel 2021. La rivoluzione online nel largo consumo, che prima si aggirava a una quota dell’1-2%, sta diventando sempre più importante, soprattutto per categorie come cibo e bevande, cura della casa e prodotti di bellezza. Secondo la ricerca NielsenIQ, prima del Covid le vendite medie settimanali per l’e-commerce di largo consumo ammontavano a circa 11 milioni di euro, mentre nel 2021 questo valore si attesta a 34 milioni di euro. In questo scenario, il panorama dell’e-commerce si sta trasformando a una velocità senza precedenti e oggi risulta più frammentato che mai, con una varietà sempre più ampia di opzioni di acquisto. Per rispondere alle esigenze degli acquirenti, i retailer fisici hanno infatti ampliato la propria impronta e-commerce, offrendo ai clienti varie opzioni di acquisto, dal click-and-collect al ritiro tramite drive-thru alla consegna a domicilio.

Una sfida per i player del largo consumo

Di fatto le vendite online stanno rapidamente superando quelle fisiche in paesi come il Regno Unito, l’Italia, la Spagna e i Paesi Bassi, rendendo necessario per i player del largo consumo analizzare attentamente i trend emergenti, i nuovi modi di fare acquisti e i nuovi competitor. La concorrenza poi è in forte espansione: i generalisti, come Amazon e Ocado, e gli specialisti di categoria, come Zooplus, agiscono come attori puri, mentre i brand lavorano spesso in modo indipendente con l’on-demand, il direct-to-consumer (B2C), i marketplace online, le piattaforme social e altro. Ogni produttore, retailer e brand, perciò deve comprendere in che modo capitalizzare le opportunità di vendita in continua evoluzione e sempre più complesse.

I consigli per sopravvivere in un mercato sempre più complesso e competitivo  

Gli attori più piccoli e più maturi dovrebbero seguire alcuni consigli se vogliono sopravvivere e prosperare in un mercato frammentato e altamente competitivo. Innanzitutto, utilizzare i dati più accurati e integrati per misurare e prevedere le opportunità future. Poi, osservare il quadro completo per individuare le migliori opportunità online, identificare i concorrenti emergenti e le potenziali acquisizioni. Terzo consiglio, identificare quale canale offre il maggior potenziale per i propri prodotti, attuali e futuri. Anche se non esiste un approccio unico all’interno dell’e-commerce, i produttori dovrebbero identificare quali piattaforme sono più promettenti per la loro categoria o dimensione. 

Come trovare le formule giuste per il successo  

Una volta posizionati sugli scaffali digitali, i brand dovranno stabilire le priorità e attivare le promozioni in modo intelligente per fare la differenza in quanto brand. Mentre il panorama dell’e-commerce continua a evolversi a una velocità mai vista prima, una cosa è certa: il canale offre un enorme potenziale di crescita per i retailer, e i produttori disposti a comprendere gli sviluppi del mercato saranno in grado di individuare le opportunità future e riusciranno a trovare le formule giuste per il successo.  

Scuola e pandemia: gli studenti italiani i più colpiti dalla solitudine

Dall’indagine sull’istruzione condotta dalla piattaforma di apprendimento online GoStudent, in collaborazione con Kantar market research, è la solitudine la pandemia che ha colpito maggiormente gli studenti italiani. Rispetto ai coetanei europei, i nostri studenti hanno sofferto la mancanza di interazioni sociali più degli altri (70% vs 60%), e le ragazze (74%) ancora più dei ragazzi (68%), mentre fra le fasce di età, è quella degli studenti tra i 16 e i 18 anni (76% contro 68% 10-12 anni e 67% 13-15 anni) a essersi sentita più sola. Quasi 9 ragazzi italiani su 10 (88%) poi hanno riscontrato difficoltà durante l’ultimo anno scolastico. Anche questo, un dato più alto rispetto alla media europea (80%). Il rilevamento è stato effettuato attraverso un sondaggio online (Cawi) rivolto a sette mercati europei, tra cui l’Italia, su 6.276 genitori e 5.767 studenti di età compresa tra i 10 e i 18 anni.

La difficoltà a seguire le lezioni con la didattica a distanza

Oltre alla solitudine, i fattori che più hanno causato disagi agli studenti italiani ed europei sono stati la difficoltà a concentrarsi in un contesto di didattica a distanza (43%), e la difficoltà a comprendere il materiale fornito durante le lezioni online (37%). Il 96% degli studenti italiani ha infatti fatto ricorso alla didattica online durante lo scorso anno scolastico, un dato che supera di ben sette punti la media europea (89%). Quasi la metà degli studenti italiani (47%) ed europei (48%) ha inoltre lamentato lacune in una o più materie. Più pessimistica la visione dei genitori: in Italia il 59% ritiene che i figli abbiano lacune nell’apprendimento dovute alla pandemia. Un risultato di poco superiore alla media dei genitori del resto d’Europa (57%).

I genitori sono meno fiduciosi in un possibile recupero delle materie

Mentre un genitore italiano su 2 pensa che le lacune potrebbero continuare anche durante quest’anno scolastico, gli studenti hanno una visione più positiva. L’Italia infatti, dopo la Spagna, è il secondo Paese in Europa che si dichiara fiduciosa (45%) o che comunque non esclude di riuscire a recuperare (43%) nel corso di quest’anno accademico. In ogni caso, in Italia, come nel resto d’Europa, le materie che hanno dato più filo da torcere agli studenti sono state matematica (25%) e inglese (11%). E i ragazzi hanno avuto maggiori difficoltà in inglese (14%), rispetto alle ragazze (7%).

Ripetizioni: solo l’8% delle famiglie italiane ne ha fatto ricorso

Malgrado le difficoltà nell’apprendimento riscontrate durante la pandemia, gli studenti italiani rappresentano il fanalino di coda in Europa per quanto riguarda le ripetizioni. Solo l’8% delle famiglie italiane infatti ha optato per un supporto esterno durante lo scorso anno, la metà rispetto alla media europea (16%).  Nonostante l’Italia abbia fatto poco ricorso alle ripetizioni, riferisce Adnkronos, gli studenti del Bel Paese detengono però il primato in fatto di tempo dedicato all’apprendimento al di fuori dell’orario scolastico. I ragazzi italiani sostengono, infatti, di trascorrere 21 ore a settimana sui libri. Con sole 14 ore a settimana, i giovani dei Paesi Bassi sono, invece, i meno studiosi d’Europa.

Pmi a caccia di talenti: ma mancano le professionalità richieste

Le Pmi sono sempre a caccia di talenti, specie ora che l’economia mostra segni di ripresa. Eppure, per le piccole e medie aziende italiane non è così semplice trovarli, sebbene le imprese abbiano cercato di attrarre persone e sviluppare competenze per gestire la trasformazione digitale che sta ridefinendo le tecniche produttive e le relazioni con i clienti. Il trend è confermato anche dai numeri: lo evidenzia l’ultimo Market Watch Pmi di Banca Ifis, realizzato in collaborazione con Format Research su un campione rappresentativo di 500 aziende. In base ai risultati, emerge che l’83% delle imprese dichiara di aver bisogno di assumere personale con nuove competenze. Un trend manifestatosi lungo tutto il triennio 2019-2021 che è confermato anche per i prossimi due anni. Accanto ai profili tecnici, sono ambiti quelli digitali e, in particolare, specializzati in tecnologie 4.0. Ai candidati sono tuttavia richieste soft skill trasversali come: saper lavorare in team, essere flessibili, risolvere problemi. 

Divario tra domanda e offerta

Tuttavia, nonostante la dinamicità del mercato il divario tra domanda e offerta rimane ampio e per i profili tecnici oltre la metà delle Pmi oggi non riesce a reperire le figure adatte. In generale, oggi il 59% delle Pmi dichiara di aver bisogno di nuove competenze legate alle tecniche di produzione specifiche per il proprio settore; il 28% di collaboratori in grado di gestire soluzioni digitali; il 26% di profili amministrativi e il 24% di soggetti specializzati nell’industria 4.0. Per l’8%, infine, sono necessarie risorse esperte nell’area Smac (social, mobile, analytics, cloud). 

Figure con competenze specifiche saranno richieste anche negli anni a venire

La necessità da parte delle Pmi di reperire figure adeguatamente formate e con competenze specifiche nonni esaurirà a breve. Nei prossimi tre anni, infatti, le figure esperte di tecniche produttive rimarranno le più ricercate (42%), seguite da quelle che possono contare su competenze digitali e 4.0 (entrambe al 39%). Molto ricercate dalle Pmi anche le cosiddette soft skills, ovvero quelle capacità relazionali o di comunicazione in grado spesso di fare la differenza all’interno di un gruppo, e che pesano in media per quasi la metà (45%) nel profilo tipo ricercato dalle aziende. Ai primi posti: team working (63%), problem solving (52%), flessibilità (40%) e capacità di comunicazione (38%). Per tutte le imprese la formazione interna è fondamentale per contrastare la veloce obsolescenza delle competenze dovuta al progresso tecnologico. Le aree considerate prioritarie per l’aggiornamento si confermano le tecniche di produzione (52%), le abilità digitali (51%) e le tecnologie 4.0 (40%).

Il 40% dei bambini italiani condivide informazioni personali sul web

Nonostante abbiano ricevuto consigli e istruzioni da familiari e insegnanti circa i pericoli della rete il 40% dei bambini italiani condividerebbe senza problemi i propri dati e le proprie informazioni personali ad amici virtuali mai incontrati nel mondo reale. Il rischio di incorrere in malintenzionati non è quindi solo ipotetico, tanto che il 36% di loro ha ricevuto online proposte di giochi o sfide pericolose da parte di sconosciuti. Lo ha scoperto Kaspersky tramite un sondaggio commissionato a Educazione Digitale. La ricerca ha coinvolto un campione di 1.833 bambini italiani tra i 5 e i 10 anni, i membri della cosiddetta generazione Alpha.

La generazione Alpha non conosce la distinzione tra virtuale e reale

Non avendo mai conosciuto un mondo senza internet la generazione Alpha vive in una dimensione ‘onlife’, dove la distinzione tra virtuale e reale non esiste. Questa generazione fa un uso quotidiano della rete e considera il web un vero e proprio spazio di socializzazione, un luogo familiare che li accompagna in quasi ogni attività del quotidiano. Infatti, anche quando sono in compagnia dei loro amici, i bambini non si separano mai dai dispositivi: il 43% ha dichiarato di utilizzarli per fare video e foto insieme, mentre il 31% li usa per sfidarsi a giochi online o chattare con altri amici. Solo il 25% preferisce trascorre il tempo insieme ai coetanei giocando senza tablet o smartphone.

Il 55% dei bambini tra 5-10 anni possiede un dispositivo personale

Bambine e bambini italiani accedono ai dispositivi digitali e a una connessione alla rete in età sempre più giovane. Secondo l’indagine, infatti, il 55% possiede un dispositivo personale, e il 20% lo utilizza più di 2 ore al giorno. Ma cosa piace di più ai bambini degli strumenti digitali? Il 34% dichiara che grazie alla rete e ai dispositivi tecnologici riesce a entrare in un mondo tutto suo nel quale si sente bene e a proprio agio.
La possibilità di conoscere nuovi amici e condividere le proprie giornate è invece il motivo segnalato dal 41%, mentre il 19% riconosce in questi device la possibilità di imparare cose nuove. Solo al 6% non piace utilizzarli.

L’incapacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni online

Nonostante i bambini siano molto bravi nell’uso di smartphone e tablet in realtà non conoscono realmente le potenzialità di questi strumenti, né dispongono della capacità critica che consentirebbe di valutare adeguatamente le conseguenze delle loro azioni online e di quelle degli altri. Tanto che quando è stato chiesto ai bambini se sarebbero disposti a condividere informazioni personali come “dove vivi”, “dove vai scuola” o “che lavoro fanno i tuoi genitori” con amici virtuali mai incontrati prima, il 40% ha affermato che risponderebbe tranquillamente “perché un amico virtuale è pur sempre un amico”.
Il 18% risponderebbe senza dare troppi dettagli, mentre solo il 42% ha affermato di essere consapevole che queste informazioni non andrebbero mai date agli sconosciuti.

Tornare in ufficio sì o no? Metà degli italiani vuole il “modello ibrido”

È meglio tornare a lavorare in ufficio o continuare con lo smart working? Da una ricerca di LinkedIn, dal titolo FUture of Work: Italia, emerge che il 47% dei professionisti italiani preferisce un modello ibrido tra il lavoro in ufficio e quello da casa. Il 30% preferirebbe invece lavorare a tempo pieno in ufficio, e quasi il 23% lavorare a tempo pieno da casa. Sia per le donne sia per gli uomini il modello di lavoro ibrido rimane il favorito, anche se le prime (52,9%) mostrano una maggiore preferenza per questo tipo di modello rispetto agli uomini (41,9%).  Quanto alla fascia d’età, è la categoria dei professionisti più giovani, fino a 24 anni, a essere l’unica a preferire lavorare in ufficio rispetto a una modalità ibrida.

I benefici di poter alternare casa e ufficio

Tra chi ha espresso la preferenza per lavorare da casa la percentuale più alta (37%) dichiara di preferire il lavoro da remoto per mantenere un migliore equilibrio tra vita personale e lavoro, mentre il 32% vuole evitare le difficoltà legate al pendolarismo e il 21% pensa di essere più produttivo a casa.
Tra chi invece preferisce lavorare in ufficio, il motivo principale è il poter essere circondati dai colleghi (44%), mentre il 36% pensa di essere più produttivo. Il 33% poi trova che la possibilità di alternare casa e ufficio porti benefici, mentre quasi il 28,5% dichiara di essere più sedentario a lavorare da casa, e il 13% di spendere più soldi quando lavora da casa, quindi, preferisce il lavoro in ufficio.

Le preoccupazioni per un ritorno in ufficio full time

Ma non sono solo la routine e l’attività fisica a preoccupare. Il 38% degli intervistati teme che chi sceglie di tornare in ufficio possa essere avvantaggiato dai superiori rispetto a chi lavora da remoto, il 31% pensa che lavorare da casa possa influire negativamente sul proprio percorso professionale, e il 34% teme che la qualità delle interazioni con i colleghi in ufficio possa peggiorare nel tempo. Esiste anche un 27,5% convinto che lavorando da casa si ‘perderebbe il divertimento’ del lavoro in ufficio.

C’è chi ha lasciato il lavoro per non dover tornare in ufficio a tempo pieno

Tra i lavoratori a cui le aziende hanno chiesto di tornare a lavorare in ufficio in maniera continuativa, riporta Ansa, il 44,5% ha accettato ed è tornato o tornerà nel posto di lavoro, mentre il 26% ha chiesto di rientrare con un orario flessibile. Ma un 6,7% dichiara di aver lasciato il lavoro proprio perché gli è stato chiesto di tornare in ufficio a tempo pieno. Quanto alla richiesta da parte dei datori di lavoro del certificato vaccinale ai dipendenti prima del rientro in ufficio, il 75% degli intervisti pensa che sia molto o abbastanza importante richiedere che i dipendenti siano vaccinati per il ritorno in ufficio.