Il Natale 2020? All’insegna dell’anti spreco

Il Natale 2020 verrà ricordato non solo come quello del Coronavirus, ma anche come quello della lotta agli sprechi. Certo, non è che quest’anno siamo diventati improvvisamente più buoni e più attenti alla sostenibilità, o non solo. Sicuramente su questi nuovi comportamenti hanno inciso diversi fattori, tra i quali il numero limitato di persone a tavola, un certo senso di precarietà, difficoltà economiche che hanno costretto molte famiglie a tenere sotto controllo il budget per pranzi e cene delle feste. Fatto sta che il Natale trascorso è stato all’insegna della morigeratezza e del calo dei consumi.

Spesa inferiore di 2 miliardi rispetto all’anno passato

Che il Natale sia stato celebrato in casa in versione minore rispetto ai precedenti è confermato anche dai numeri: la spesa per gli acquisti natalizi ha visto un calo di circa 2 miliardi, mentre è stato in aumento il numero di italiani che ha dovuto rinunciare ad acquistare regali. Più nel dettaglio, la spesa degli italiani durante le ultime festività, secondo le stime del Codacons, registra “un calo record”, con una perdita di circa 2 miliardi di euro: “complessivamente si è fermata a quota 8 miliardi, con un esborso a famiglia che passa dai 386 euro del 2019 ai circa 308 euro del 2020”. In questo quadro cresce il numero di italiani che sceglie di non comprare regali: lo ha fatto il 28%, rileva il Codacons, il numero più elevato di sempre. Tra i doni più acquistati nel 2020, in testa i giocattoli, elettrodomestici e prodotti hi-tech. Si riduce invece la spesa per gli addobbi della casa (-15%) e, per la prima volta, i consumi alimentari crollano del -10%, pari a circa -500 milioni di euro di cibi e bevande sulle tavole tra Natale e Capodanno.

Obiettivo non buttare via nulla

C’è però un aspetto interessante, e positivo se considerato in un’ottica di sostenibilità: quasi otto italiani su dieci (78%) trovano a tavola gli avanzi di cenoni e pranzi di Natale che vengono riutilizzati in cucina con una nuova sensibilità verso la riduzione degli sprechi spinta dalla crisi economica legata alla pandemia. Il 10% ha messo tutto in freezer, l’11% non avanza niente e l’1% dona in beneficenza. Come rileva un’indagine Coldiretti-Ixè, nessuno ha detto di aver buttato quanto avanzato: il primo Natale a zero spreco della storia.

Quello che non si usa si ricicla

Un’altra tendenza emersa a fine 2020 è la capacità italiana di riciclare qualsiasi cosa, anche i regali. Quasi un italiano su tre, infatti, ha fatto proprio così, con un aumento di un milione di persone in più rispetto all’anno passato che ha aderito al movimento del riciclo.

A Roma, Milano e nelle capitali europee la ripresa del mercato del lavoro è più lenta

La ripresa del mercato del lavoro a Roma e Milano è più lenta rispetto al resto d’Italia. Una prima indicazione arriva dal numero di annunci di lavoro pubblicati, che nelle due città sono rispettivamente in calo del 35% e del 29% rispetto all’anno passato, mentre nel resto del Paese la decrescita è del 23%. La stessa tendenza è stata riscontrata anche nelle principali capitali europee, tra cui Londra, Madrid, Parigi e Berlino. Lo afferma uno studio di Indeed, il sito di ricerche e offerte di lavoro globale.

A Parigi offerte di lavoro -40%, a Londra -50%

A quanto risulta dallo studio, Parigi ha registrato la discrepanza maggiore con il resto del Paese, con offerte di lavoro in calo del 40% (-15% rispetto al resto del Paese). Seguono Londra (-50%, indietro di 9 punti), Berlino (- 25%, indietro di 7 punti) e Madrid (-46%, indietro di 6 punti). In tutte queste città la ripresa è decisamente più lenta rispetto ad altre regioni nei rispettivi Paesi. Il ritardo è particolarmente pronunciato nei lavori che implicano una gestione ‘face to face’ e, nelle capitali, il numero di visitatori dei centri commerciali o nelle strutture di ospitalità sta registrando difficoltà di recupero più significative che altrove.

“Un barometro in tempo reale della salute dell’economia”

“Le offerte di lavoro sono un barometro in tempo reale della salute dell’economia – commenta Pawel Adrjan, economista e responsabile delle attività di ricerca di Indeed per l’area Emea -. I nostri dati evidenziano come i mercati del lavoro nelle principali città europee stiano affrontando la seconda ondata di pandemia in una posizione più debole rispetto ad altre regioni”. Confrontando Roma, Milano e le altre quattro grandi città europee prese in esame, riferisce Adnkronos, emerge come le offerte di lavoro nei settori del food service, della bellezza e del benessere, dell’ospitalità e del turismo stiano recuperando più lentamente rispetto a quelle di altri settori.

Per le grandi città è più difficile recuperare rispetto a piccoli centri e aree non urbane

“Si tratta di una recessione delle grandi città in tutto il mondo – continua Adrjan -. Per le grandi città europee ciò significa che il periodo di aggiustamento del mercato del lavoro sarà più lungo, e potenzialmente più difficile rispetto quanto avverrà nelle città più piccole e le aree non urbane. La crescita esplosiva del lavoro da casa nelle grandi città implica d’altro canto una diminuzione significativa dei lavori di servizio face to face al cliente”.

In tutte e sei le città esaminate le offerte di lavoro che menzionano la possibilità di lavorare da casa è infatti significativamente più alta rispetto alle altre regioni dei Paesi di riferimento. In Italia, tuttavia, si evidenzia una disponibilità di offerte di lavoro da remoto più bassa rispetto a quanto avvenga nelle altre città europee.

I beni di lusso si desiderano per timore reverenziale

Perché si desiderano i beni di lusso? Qualità, fattura, preziosità dell’oggetto, raffinatezza, affidabilità, e in questo periodo di pandemia mondiale, forse, anche sicurezza. Ma l’elemento chiave che rende un bene di alta gamma irresistibile è la soggezione che è in grado di provocare, la stessa soggezione reverenziale che si prova ammirando, ad esempio, un panorama mozzafiato. Si dice che le emozioni siano più efficaci di qualsiasi altra leva d’acquisto, e un’analisi a cura dei ricercatori della University of Georgia, pubblicato su The Journal of Social Psychology, ha scoperto come le sensazioni provate di fronte a prodotti premium siano le stesse provocate alla vista di meraviglie naturali. Le stesse emozioni che hanno provato le oltre quattrocento persone coinvolte nello studio guardando spot pubblicitari di molti beni di lusso, come le Rolls Royce, i profumi Chanel o gli orologi Cartier.

Un misto di esperienze emotive costituite da euforia, entusiasmo e vastità

“Lo stupore rispettoso è fra le prime connessioni emotive che si attivano di fronte a tali prodotti”, spiegano gli autori, che descrivono questo timore reverenziale nei confronti dei marchi di lusso come un misto di esperienze emotive costituite da euforia, entusiasmo e vastità, seguite dal desiderio di poter condividere queste sensazioni con gli altri. Nello studio sono state mostrate ai partecipanti immagini e descrizioni di 11 prodotti di lusso, come automobili e orologi da polso, e prodotti di lusso più edonistici, come capi di moda e cosmetici di diversi livelli, ed è stato chiesto ai partecipanti di compilare questionari di tipo psicologico.

Dal desiderio allo shopping il passo è breve (se si ha un ottimo conto in banca)

Insomma, un orologio, un profumo o un’automobile di altissima gamma agiscono con gli stessi procedimenti emotivi che si innescano guardando un panorama unico come il Grand Canyon. Il timore referenziale è infatti un misto fra euforia, entusiasmo e vastità verso ciò che abbiamo di fronte, e ci mette in soggezione. A ciò si associa il desiderio di condividere tali sensazioni con i propri conoscenti, ed è proprio questo a far scattare il meccanismo del desiderio. Ma solo se si dispone di un ottimo conto in banca si può procedere con lo shopping, riporta Ansa.

I marchi di lusso dovrebbero puntare sul timore reverenziale piuttosto che sul prestigio

Dopo la soggezione, concordano gli studiosi, sopraggiungono altri fattori già noti come il prestigio, il concetto stesso di lusso, la qualità e l’innovazione, elementi già sfruttati dalle pubblicità di questo genere di prodotti.

“Gli inserzionisti di marchi di lusso in genere si concentrano su esperienze di consumo materialistiche per rendere il marchio desiderabile – aggiungono gli studiosi – ma dovrebbero invece considerare questa reazione di ‘timore reverenziale’ che si sperimenta nei confronti del marchio, traendone ulteriore vantaggio”. In pratica, secondo gli autori dello studio, i brand di lusso per vendere dovrebbero puntare sul timore reverenziale piuttosto che sul prestigio del marchio.

 

L’e-commerce cresce anche dopo il lockdown. Le imprese si devono attrezzare

Anche dopo il lockdown l’accelerazione dell’ecommerce impressa dalle misure di contrasto alla diffusione del Covid-19 non si è arrestata. Anzi, il periodo successivo alla quarantena ha visto crescere del 79% la frequenza all’acquisto online da parte dei consumatori, e la consegna contactless, a casa come in ufficio, resta ancora la modalità preferita da oltre il 93% degli utenti.

Appare più improbabile invece una ripresa nel breve termine della frequenza del ritiro dei prodotti fuori casa, escluso l’e-grocery. Si tratta delle evidenze principali emerse dall’edizione speciale di Netcomm Forum Live il format interamente digitale, organizzato in collaborazione con NetStyle e Tuttofood Milano.

La richiesta di prodotto è aumentata del 10%

Negli ultimi 12 mesi complessivamente i volumi di transazioni online sono cresciuti del 15,4%, il 7% solo durante il periodo del lockdown, con la richiesta di prodotto aumentata del 10%. Uno scenario che ha visto alcuni servizi di e-commerce gestire una domanda 10 volte superiore nella fase acuta della pandemia da Covid, generando nel 25% dei casi problemi nella logistica, nel 26% dei casi una carenza di prodotti disponibili, e nel 18% di casi non è stato possibile recapitare la merce, riporta Askanews.

Le imprese italiane e l’implementazione delle tecnologie necessarie

“Il consolidamento di abitudini di consumo sempre più ibride tra canali fisici e digitali, e la tendenza a preferire modalità di acquisto e di pagamento contactless, mette di fronte le imprese italiane alla necessaria implementazione di tecnologie – commenta Roberto Liscia, presidente di Netcomm -. Tra gli ostacoli principali legati allo sviluppo dell’e-commerce da parte di retailer medio-piccoli ci sono i problemi legati ai costi troppo elevati di gestione (32%), la difficoltà nel gestire gli aspetti inerenti la logistica (28%), e la mancanza di competenze in materia di e-commerce (28%)”.

Obiettivo, contrastare il digital divide

Per quanto riguarda invece il ricorso ai marketplace, secondo Netcomm, gli elementi critici vedono al 34% la non convenienza rispetto al posizionamento del prezzo, oltre a problemi legati alla gestione della logistica e le commissioni sulle tassazioni molto elevate. “L’integrazione delle tecnologie digitali da parte delle imprese italiane è ancora lontana dalla media europea – continua Roberto Liscia -. È necessario sfruttare e dare valore allo sforzo che il Sistema Italia dovrà fare a livello di investimenti orientati alle infrastrutture digitali, con l’obiettivo di contrastare il digital divide e fornire alle imprese quelle condizioni necessarie per proseguire lungo la loro necessaria conversione tecnologica”.

Lombardi, il 65% non sa cosa sia la biodiversità

I lombardi sono laboriosi, oculati, attenti e anche rispettosi della natura. Però circa il 65% di chi abita in regione non sa cosa sia la biodiversità, oppure ne ha un’idea troppo vaga. Che circa due lombardi su tre siano in difficoltà quando si parla di biodiversità è emerso nel corso di un recente sondaggio effettuato in Lombardia e reso noto in occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità. Lo ha evidenziato in una nota la Fondazione Lombardia per l’Ambiente che ha pubblicato un volume che aiuta a capire di che si tratta e, soprattutto, ad attivarsi concretamente a riguardo. Si tratta di “Biodiversità, il nostro bene prezioso”, pubblicazione presentata nel corso del Festival della Biodiversità svoltosi al Parco Nord di Milano. Insieme ad un approfondimento sul lavoro svolto dall’Osservatorio Regionale per la Biodiversità – gestito e coordinato dalla Fondazione – un capitolo importantissimo è dedicato alla App di “Citizen Science”, vale a dire il nuovo strumento che rende possibile a ciascuno contribuire alla conoscenza e alla protezione della biodiversità lombarda. Una modalità facile e accessibile a tutti per avvicinare ancora di più le persone a questa tematica ancora troppo “lontana” dalla nostra quotidianità.

Interventi specifici

Intanto, in Lombardia sono stati approvati interventi specifici a tutela della biodiversità.  Nello specifico si tratta del ‘Programma regionale per interventi territoriali a salvaguardia della biodiversità – approvazione dei criteri per l’assegnazione di contributi per la realizzazione degli interventi previsti nelle azioni concrete del progetto europeo Life Gestire 2020’ e dell’approvazione del quadro di azioni prioritarie (PAF, Prioritized Action Framework) per Natura 2000 in Lombardia per il quadro finanziario pluriennale 2021-2027. Gli obiettivi possono essere così sintetizzati: miglioramento o ripristino delle connessioni ecologiche; contenimento delle specie esotiche invasive vegetali e animali; conservazione degli habitat naturali e seminaturali quali brughiere, querceti, aree umide e recupero di aree degradate quali le aree sottoposte alle linee di alta tensione; ripristino e manutenzione degli habitat dei chirotteri e degli anfibi; tutela delle popolazioni di uccelli acquatici, tra cui ardeidi e sternidi.

Investimenti milionari in Regione

“Regione Lombardia sta investendo decine di milioni di euro per la tutela della biodiversità – spiega l’assessore Raffaele Cattaneo – che rappresenta uno degli strumenti chiave della strategia di sostenibilità ambientale della nostra Regione. Con il progetto ‘Life Gestire 2020’ abbiamo avviato un’azione sistematica in attività e iniziative sul territorio che difendono la rete per la protezione della natura. E con l’approvazione del Paf per la programmazione europea, prevediamo di generare investimenti a 173 milioni di euro per i prossimi 7 anni. Investimenti ingenti, che dimostrano la volontà di far diventare la biodiversità una delle priorità nelle scelte degli investimenti non solo a livello governativo, ma anche nelle strategie di sviluppo delle imprese e nei comportamenti di ciascuno di noi”.

L’emergenza Coronavirus ha accelerato l’abitudine di fare la spesa online

Se da almeno due decenni la spesa alimentare si è progressivamente spostata sull’online, l’emergenza da Coronavirus ha decisamente accelerato questa modalità di transazione. E nel giro di pochi mesi il canale online è diventato il principale metodo di acquisto per i consumatori.  Negli Stati Uniti, in Germania, Francia, Regno Unito e Italia si stima che nel 2020 ci saranno circa 350 milioni di ordini di generi alimentari online in più rispetto al 2019, con un apporto delle vendite di circa 36 miliardi di dollari all’anno. Secondo le ultime analisi di Bain & Company, in Italia il canale online ora rappresenta almeno il 3% delle vendite alimentari, con una quota raddoppiata rispetto ai livelli antecedenti alla pandemia. Il settore alimentare, quindi, deve puntare sempre più sull’e-commerce

“Il Covid-19 ha catapultato i consumatori un paio di anni in avanti”

“In pratica, l’accelerazione legata al Covid-19 ha catapultato i consumatori un paio di anni in avanti in termini di abitudini d’acquisto”, spiega Andrea Petronio, Partner di Bain & Company.

Ma questo modello si consoliderà? “Nel breve termine, ciò dipende da diversi fattori, come la qualità della shopping experience, l’offerta di prodotti freschi, la capacità di evadere gli ordini in modo affidabile e veloce, la rapidità di rilascio delle restrizioni antiCovid”, continua Petronio.

Una seconda ondata della pandemia incoraggerebbe ulteriormente i consumatori

Se si verificasse una seconda ondata della pandemia da Covid-19, e se il vaccino non fosse pronto prima della metà del 2021, il contesto incoraggerebbe ulteriormente i consumatori alla spesa online. In questo scenario, la penetrazione della spesa online in Italia potrebbe arrivare, nei prossimi cinque anni, a quota 8-9%, mentre raggiungerebbe il 6-7% se il ritorno alla normalità sarà più rapido. Per quanto riguarda gli esercenti, “Coloro che sceglieranno di non adattarsi ai nuovi canali, eviteranno le perdite nel breve termine – sottolinea Petronio – ma dovranno fronteggiare la mancanza di infrastrutture digitali, che potrebbe renderli non competitivi nel lungo termine”.

Come portare a profitto il canale online

Secondo Andrea Petronio, inoltre, “Chi si rivolge a terzi per soddisfare la domanda sarà altrettanto vulnerabile se la partnership dovesse terminare. Ed è possibile invece portare a profitto il canale”. Come? “Lavorando su 4 aspetti chiave dove concentrare i propri sforzi – spiega Luca Manfioletti, Expert Partner di Bain & Company – ottimizzare la rete in ottica omnicanale, modificare le logiche contrattuali e promozionali con l’Industria, rimuovere le insostenibili sovvenzioni al canale attraverso il dynamic pricing, investire sull’automazione dove la scala lo consente”.

16 Ecommerce, non più canale secondario ma motore delle vendite

Dopo anni in cui l’ecommerce ha rappresentato un canale secondario oggi assume un ruolo determinante nella riprogettazione delle strategie di vendita e di interazione con i consumatori. Tanto che nel 2020 gli acquisti online dei consumatori italiani varranno 22,7 miliardi di euro, con una crescita annua del +26%, 4,7 miliardi in più rispetto al 2019. L’incremento in valore assoluto più alto di sempre. Durante il lockdown il commercio online ha rappresentato il principale motore di generazione dei consumi, soprattutto per il Food&Grocery, l’Arredamento e l’home living e per altre nicchie di mercato, come il pharma, il beauty e lo sport&fitness. Sono alcune evidenze che emergono dall’Osservatorio eCommerce B2c, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano e da Netcomm, il Consorzio del Commercio Elettronico Italiano.

Crescita esponenziale per il Food&Grocery 

L’ecommerce sta svolgendo un ruolo determinate per la ripresa del commercio e dei consumi, anche grazie agli investimenti in atto per potenziare il canale digitale (tramite sito proprio, aggregatori, marketplace) o favorire modalità di vendita fondate sull’integrazione tra esperienze online e offline (click&collect, drive&collect, allestimento degli ordini online in store). La crescita rispetto al 2019 di 4,7 miliardi in più in un solo anno è frutto di dinamiche differenti nei comparti merceologici. I settori più maturi crescono con un tasso sostenuto, ma sotto la media di mercato: nel 2020 Informatica ed elettronica di consumo vale 6 miliardi di euro (+18%), l’Abbigliamento 3,9 miliardi (+21%) e l’Editoria 1,2 miliardi (+16%). I comparti emergenti invece registrano ottimi risultati con ritmi di crescita esponenziali. In particolare il Food&Grocery, che genera 2,5 miliardi di euro (+56%).

La contrazione degli acquisti sul canale tradizionale

Nei prodotti la contrazione degli acquisti sul canale tradizionale in tutti i principali comparti (a eccezione del Food&Grocery) generano un impatto positivo sulla penetrazione dell’online. Nel 2020 l’incidenza dell’ecommerce B2c sul totale vendite Retail passa dal 6% all’8%, e nonostante continui a rappresentare ancora una piccola parte degli acquisti complessivi, è sempre più rilevante in Italia. Durante il lockdown ha rappresentato il principale, se non unico, motore di generazione dei consumi, con ricadute nel medio-lungo periodo. Sul lato domanda, poi, la crescita dei web shopper (+2 milioni nel 2020), la maggior dimestichezza e fiducia nell’online e nei pagamenti digitali (anche da parte di chi online acquistava già) stanno generando un effetto positivo nello sviluppo dell’ecommerce.

Gli acquisti da Smartphone

Lo smartphone è adatto a favorire gli acquisti di impulso, personalizzati e omnicanale. Nella componente di prodotto l’ecommerce da smartphone nel 2020 supera infatti l’incidenza del 50%, e arriva a pesare il 56% degli acquisti online totali, per un totale di 12,8 miliardi di euro (+42% rispetto ai 9 miliardi del 2019). Alla base dello sviluppo del canale ci sono una maggior sensibilità dei merchant nella progettazione di customer journey nativamente mobile, la diffusione e la frequenza d’uso dei dispositivi e il miglioramento dell’infrastruttura tecnologica in termini di copertura e connessione.

Le sfide della digital advertising durante una pandemia

La pandemia colpisce anche la media industry, e se molte aziende hanno ridotto la spesa pubblicitaria altre hanno deciso di comunicare puntando su una narrazione relativa alla situazione drammatica che tutti stanno affrontando. Almeno per un po’ di tempo dovremo convivere con la “nuova normalità” post Covid, in primo luogo con alcune limitazioni delle nostre libertà. per questo, mantenere una relazione con i consumatori, attualmente molto attivi online, diventa una necessità per le aziende. In questi mesi, in tutto il mondo, l’online si è consolidato come fonte importante per informarsi sulle notizie di attualità. Per i publisher ciò si traduce in audience in crescita, mentre per gli inserzionisti in un’opportunità per raggiungere un pubblico più ampio e coinvolto.

L’audience online in aumento è un’opportunità per i digital publisher

Australiani, italiani, giapponesi, thailandesi e americani: in questo periodo tutti hanno utilizzato i dispositivi digitali per tenersi informati, nonostante si trovino in fasi diverse della pandemia. Le misure di restringimento sono state applicate in Italia dai primi giorni di marzo, a metà marzo in Australia, a fine marzo in Thailandia e Stati Uniti, e in Giappone nei primi giorni di aprile. Proprio nel mese di marzo il tempo trascorso su siti online di notizie ha subito un forte incremento, con traffico proveniente in particolare da dispositivi mobili.

Questa situazione che vede audience online in aumento, e in generale, una crescita dell’interesse verso servizi digitali, rappresenta un’opportunità per i digital publisher.

È il momento giusto per conquistare la fedeltà degli utenti raggiunti durante la pandemia

Secondo i dati dell’indagine Nielsen, inclusi nel White Paper del World Economic Forum (Comprendere il Valore dei Media: le Prospettive di Consumatori e Industria), dicono che, in media, il 16% dei residenti in Cina, Germania, India, Corea del Sud, Regno Unito e Stati Uniti è attualmente sottoscrittore di un servizio di news a pagamento, e il 53% dichiara di essere disposto a farlo in futuro. È quindi il momento giusto per essere proattivi e conquistare la fedeltà degli utenti raggiunti durante il periodo della pandemia, puntando alla fidelizzazione dei clienti esistenti e ingaggiando coloro che si sono mostrati interessati ai contenuti in queste settimane, ad esempio attraverso offerte con prezzi sostenibili.

Puntare su formati pubblicitari innovativi

In ambito advertising la paura di una recessione unita al rallentamento degli investimenti pubblicitari hanno prodotto un drastico calo dei CPM a livello mondiale. Molti piccoli e medi inserzionisti hanno avuto la possibilità di acquistare impression a un prezzo molto basso. In questo periodo, alcune aziende hanno considerato la pubblicità come un rischio per la loro immagine, mentre altre hanno deciso di investire per raggiungere un grande pubblico a costi contenuti. Come spesso accade, le crisi si traducono in momenti ideali per sperimentare. Le aziende dovranno quindi valutare l’assegnazione di una parte dei loro budget a formati pubblicitari innovativi ancora non testati, sfruttando le condizioni di prezzo offerte dal mercato.

110 imprese per un Manifesto della ripresa green

Un’iniziativa per rilanciare l’economia in chiave green. Si tratta del manifesto Uscire dalla pandemia con un nuovo Green Deal per l’Italia, sottoscritto da 110 esponenti di imprese e organizzazioni di imprese per sostenere le realtà imprenditoriali pesantemente colpite dalla pandemia del Covid-19.

Il documento interviene nel dibattito in corso a livello nazionale ed europeo sulle misure per il rilancio dell’economia, sollecitando un progetto di sviluppo all’altezza delle sfide della nostra epoca. Dal Recovery Plan europeo alla rigenerazione urbana fino all’innovazione digitale, il manifesto propone un modello di sviluppo ecosostenibile che valorizzi e sostenga le potenzialità italiane.

Un progetto europeo per un’economia avanzata, decarbonizzata e circolare

Servono misure per rendere le nostre società, i nostri sistemi sanitari e la nostra economia più resilienti nei confronti delle pandemie, ma anche per affrontare altre minacce per il nostro futuro. Innanzitutto la grande crisi climatica, alimentata da un modello di economia lineare a elevato consumo di energia fossile e spreco di risorse naturali. Il Recovery Plan europeo punta ad attivare consistenti finanziamenti comunitari, e dovrebbe, nelle nuove e più gravi condizioni generate dalla pandemia, rifondare e rilanciare l’ambizioso progetto europeo per un’economia avanzata, decarbonizzata e circolare.

Potenziare una bioeconomia rigenerativa

Insomma, secondo i firmatari un nuovo Green Deal è la via da seguire per una più forte e duratura ripresa, perché valorizza le migliori potenzialità dell’Italia.

Ovvero, quelle legate alle produzioni di qualità, sempre più green, e quelle in cui l’Italia ha raggiunto livelli di eccellenza, come il riciclo dei rifiuti, un pilastro dell’economia circolare, l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili di energia. E ancora, le potenzialità del nostro modello di agricoltura sostenibile e delle altre attività della bioeconomia rigenerativa, o quelle delle città, da rilanciare con un vasto programma di rigenerazione urbana in chiave green.

Aumentare emissioni e impatto ambientale trasferisce ulteriori costi sul nostro futuro

Non sono meno importanti le potenzialità dell’importante capitale naturale, necessario per il rilancio di diverse attività economiche come il turismo. Oltre a quelle della transizione a basse emissioni e con carburanti alternativi verso la mobilità decarbonizzata, elettrica e condivisa e quelle dell’innovazione digitale.

I pacchetti di stimolo all’economia, fa notare il manifesto, non devono aumentare le emissioni di gas serra e gli impatti ambientali, trasferendo così ulteriori costi sul nostro futuro.

Un nuovo Green Deal, quindi, è la via innovativa da percorrere per la rinascita dell’Italia. Il manifesto con i primi 110 firmatari sarà inviato anche al governo e ai parlamentari di maggioranza e di opposizione, nonché a esponenti delle istituzioni europee.

Primo trimestre 2020, scende il mercato dei pc. I numeri degli analisti

L’impatto del coronavirus sulla produzione e la domanda di pc è negativo. Secondo gli analisti di Gartner il mercato globale dei pc chiude il primo trimestre dell’anno con consegne in flessione del 12,3%, scendendo a quota 51,6 milioni di unità, il calo più marcato dal 2013. Numeri sempre negativi, ma meno marcati, sono quelli forniti da altre due società d’analisi, Canalys e Idc, che calcolano la flessione tra il -8% e il -9,8%, con volumi di consegne tra 53,2 e 53,7 milioni. Tutti però concordano con il podio dei costruttori, che vede al primo posto la cinese Lenovo, con una quota di unità commercializzate che va dai 12,6 ai 2,8 milioni (-3%/-4% su base annua), al secondo HP (11,1-11,7 milioni di pc consegnati e una flessione del 12-13%), e al terzo Dell, unica azienda a registrare una crescita: +1-2%, con volumi di 10 milioni di unità.

Sotto il podio i dati degli analisti divergono

Fuori dal terzetto di testa, riporta Ansa, gli analisti offrono dati più divergenti.

Secondo Gartner, Apple è quarta con 3,5 milioni di Mac consegnati, e un calo del 6,2%, seguita da Acer, a 2,9 milioni di unità (-12,7%). Per i ricercatori di Canalys Apple si è invece fermata a 3,2 milioni di unità e la contrazione, rispetto al primo trimestre del 2019, è del 21%. Acer, secondo Canalys, è vicina a 3,1 milioni (-12,6%), e secondo Idc, con 3,3 milioni (-9,9%) Acer scavalca Apple a 3,1 milioni (-20,7%).

Desktop, notebook e workstation hanno sofferto per il blocco delle produzioni

In ogni caso, tutti sono concordi nel rilevare il declino del mercato pc per i problemi di approvvigionamento derivati dalla pandemia. Desktop, notebook e workstation hanno sofferto per il blocco delle produzioni di febbraio, e anche la ripresa della produzione a marzo è stata lenta. In questo scenario il mercato EMEA ha chiuso il primo trimestre 2020 in negativo, ma con una flessione solo a singola cifra percentuale. Segno meno anche per i mercati Asia/Pacifico, Giappone, America Latina, Stati Uniti. Una crescita c’è stata solo in Canada, riferisce impresacity.it.

Il problema non è legato alla domanda

Se la domanda di aziende, professionisti e studenti non è mancata, specie di notebook, è mancata l’offerta. Idc stima che nel primo trimestre 2020 la richiesta di computer sia salita, poiché molti si sono trovati a lavorare da casa con pc non adeguati e hanno cercato di sostituirli. Se poi la tendenza allo smart working durerà serviranno piattaforme infrastrutturali e prodotti per i singoli utenti. E chi è abituato ad avere un pc a casa, ma normalmente di backup a quello principale d’ufficio, potrebbe sentire il bisogno di mantenerlo più aggiornato. Se invece il picco di domanda di queste settimane è solo un picco, la situazione cambia. La domanda calerà fisiologicamente, e ne avranno approfittato le poche aziende, vendor e retailer, che avevano chiuso il 2019 con alti livelli di inventario.