Contratti collettivi: la fotografia del lavoro a fine 2025

Dagli ultimi dati Istat è possibile tracciare una fotografia dei contratti collettivi italiani, quelli danno un po’ il polso dell’intro sistema Paese. A fine dicembre 2025, questo spaccato parla di situazioni molto diverse fra loro. I contratti in vigore per la parte economica sono 48 e coprono circa 7,6 milioni di lavoratori, poco meno del 58% dei dipendenti complessivi. Ciò significa che quattro lavoratori su dieci attendono ancora un rinnovo.

È una media che nasce da realtà diversificate: nel settore privato la copertura sale al 73,8%, con l’agricoltura che risulta tutelata, i servizi seguono e l’industria più indietro. Nel pubblico, invece, il contatore è fermo a zero: tutti i contratti risultano scaduti.

Un trimestre senza scosse

Negli ultimi tre mesi del 2025 sono stati recepiti nove contratti, senza che nessuno arrivasse a scadenza. Un dato che segnala una certa stabilità, ma che non basta a smuovere l’arretrato maturato.

A fine anno i contratti in attesa di rinnovo sono 27 e coinvolgono circa 5,5 milioni di lavoratori. Di questi, 2,7 milioni operano nel settore privato, mentre 2,8 milioni appartengono alla pubblica amministrazione, dove la trattativa resta il nodo più difficile da sciogliere.

Attese ancora lunghe, ma in lieve miglioramento

C’è però un segnale incoraggiante. Il tempo medio di attesa per il rinnovo di un contratto scaduto scende sotto i 19 mesi. Per essere più precisi: a dicembre 2025 era di 18,9 mesi, decisamente meno rispetto a gennaio dello stesso anno ( 19,7).

Non è una svolta, ma è un passo nella direzione giusta, soprattutto per chi vive il rinnovo come una questione concreta, che pesa sul bilancio familiare mese dopo mese.

Retribuzioni: crescita moderata, ma sopra l’inflazione

Ci sono notizie positive anche per quanto riguarda le retribuzioni. Il 2025 chiude con un aumento medio del 3,1% delle retribuzioni orarie contrattuali, in linea con l’anno precedente. Nel settore privato la crescita è leggermente più alta (+3,2%), spinta dall’agricoltura e dall’industria, mentre i servizi avanzano più lentamente. La pubblica amministrazione si ferma al +2,7%, grazie ai rinnovi riferiti al triennio 2022-2024.

A dicembre l’indice mensile segna un +0,2% rispetto a novembre e un +2,9% su base annua. Spiccano gli aumenti nei ministeri, nelle forze armate e nei vigili del fuoco. Altri comparti, come farmacie private e telecomunicazioni, sono invece fermi.

Audiolibri sempre più ascoltati: in Italia più di 3 al mese

In Italia in media si ascoltano 3,2 audiolibri al mese. L’audiolibro più ascoltato? “L’anniversario” di Andrea Bajani, vincitore del Premio Strega. I generi preferiti’ Thriller e mistero.
Emerge dai dati della ricerca Audible Compass: nel 2025 il 73% degli intervistati in Italia, Francia, Germania e Spagna ha ascoltato contenuti audio, e quasi 6 su 10 hanno aumentato la frequenza di ascolto rispetto al 2024.

Il motivo? Ascoltare audiolibri rilassa (70%) e aiuta a non pensare alle preoccupazioni quotidiane (68%) contribuendo a migliorare la salute mentale (60%).
Insomma, si preme play e ci si lascia trasportare dalle storie in cuffia in base al genere (86%), al tema (83%) e alla voce narrante (82%).

Intrattenimento e conoscenza di cose nuove

Le preferenze generali si concentrano sui titoli di mistero e thriller (44%), seguiti da fantasy e fantascienza (40%), crime e romance (entrambi al 37%) e commedia (36%).
L’Italia è l’unico Paese dove l’ascolto di narrativa letteraria è pari a quello di thriller e mistero (entrambi 46%).

Per oltre il 90% degli intervistati gli audiolibri sono una forma di intrattenimento di qualità e un buon alleato del relax quotidiano. Ancora, il 90% ritiene che siano un buon modo per imparare cose nuove.
In generale, si ascolta per lo più a casa (72% vs 45% fuori casa). In Germania e Spagna lo si fa per addormentarsi (34%, 25%), in Francia perché è un valido intrattenimento lontano dagli schermi (24%) e in Italia l’ascolto accompagna tutta la giornata (25%).

Più audio più libri: l’ascolto alimenta la lettura

In Italia più che altrove chi ha ascoltato un audiolibro negli ultimi dodici mesi ha letto anche almeno un libro (86%, Spagna 85%, Germania 78%, Francia 72%).
E non solo chi ascolta legge, ma spesso legge di più. Per 7  intervistati su 10 gli audiolibri incrementano la lettura dei libri, sia cartacei sia digitali.

Dopo aver ascoltato un audiolibro, la maggior parte degli intervistati (66%) si reca infatti in libreria per acquistare la versione cartacea del titolo. Tanto che per l’87% (Spagna 94%) l’ascolto è finalizzato a conoscere titoli e generi altrimenti non letti.

Affezionarsi alla voce narrante

Parallelamente, chi ascolta audiolibri si dimostra attivo anche su altri formati culturali. L’84% guarda film e serie tv in streaming, l’81% fruisce di social network in video, il 70% ascolta podcast e il 43% serie audio.
Il 79% poi dichiara di aver ascoltato un contenuto audio perché lo aveva apprezzato precedentemente in un altro formato: serie tv, film o graphic novel.

Quasi 1 su 2 afferma, inoltre, di provare un senso di amicizia nei confronti dei narratori o degli host preferiti. E tra i genitori italiani con figli sotto i 18 anni, l’ascolto viene percepito come un supporto prezioso per l’intrattenimento (44%), l’educazione (38%), il tempo lontano dallo schermo (36%) e l’arricchimento del vocabolario (35%).

Famiglie in treno: il 37% comunica e dialoga più che nella quotidianità

Viaggiare in treno si traduce in un’esperienza estremamente positiva per le famiglie in viaggio. Il treno si è ormai trasformato in uno dei pochi luoghi dove le famiglie italiane riescono a trovare calma, rallentare e riconnettersi davvero.

Tra le famiglie italiane che negli ultimi due anni hanno viaggiato “sui binari” insieme ai bambini il 35% afferma che i propri figli a bordo sono visibilmente più calmi, mentre per il 37% in treno si comunica di più rispetto alla quotidianità. E ancora, l’82% delle famiglie descrive il viaggio come piacevole e il 59% dichiara che viaggiare in treno è più rilassante rispetto ad altri mezzi di trasporto.
Lo ha scoperto una nuova ricerca condotta da Trainline in collaborazione con Doxa.

È un modo di viaggiare che migliora l’umore

Le famiglie attribuiscono questo senso di benessere alla unicità dell’atmosfera che si ‘respira’ sul treno.
Il 49% degli intervistati afferma infatti che ai bambini piace soprattutto guardare il paesaggio, spesso descritto come un ‘cinema in movimento’, mentre il 28% ritiene che l’ambiente tranquillo migliori l’umore di tutta la famiglia.

Accanto ai benefici emotivi, le famiglie riscontrano anche vantaggi pratici.
I vantaggi più apprezzati di viaggiare in treno? La libertà di non dover guidare (52%) e l’accesso diretto ai centro città (38%).

.. ma anche uno spazio dove il tempo rallenta

Per molte famiglie il treno diventa uno spazio dove il tempo rallenta. Il 37% afferma di parlare di più con i propri figli, il 23% nota una naturale riduzione nell’uso degli schermi, e il 34% considera il viaggio stesso come una piccola avventura che i bambini non vedono l’ora di vivere.

“I bambini ricordano la connessione, non la perfezione, e il viaggio diventa un momento educativo inestimabile – spiega Elena Cortinovis, pedagogista esperta in genitorialità -. Coinvolgere i bambini in piccole decisioni, creare rituali di partenza o semplicemente accogliere i momenti di noia sono strategie che aiutano a ridurre l’agitazione e a rafforzare il legame familiare. Non servono giochi elaborati o tecnologie avanzate: la vostra presenza, l’ascolto e la capacità di meravigliarvi insieme a loro possono trasformare anche un viaggio in un ricordo felice e un’opportunità di crescita”.

Destinazioni per le Festività: mercatini natalizi, visite a parenti e città d’arte

Durante queste ultime festività natalizie, molte famiglie hanno scelto il treno per i loro viaggi, soprattutto con l’obiettivo di visitare i mercatini di Natale (46%), andare a trovare i parenti (36%) ed esplorare le città d’arte (31%).

“Ciò che le famiglie raccontano è quanto apprezzano il tempo trascorso insieme – aggiunge Andrea Saviane, Country Manager di Trainline Italia -. Siamo felici di vedere che le famiglie considerano il viaggio in treno come un momento per riconnettersi, qualcosa di sempre più raro nella vita quotidiana”.

Bollettino Cybersecurity 2025: mezzo milione di file dannosi al giorno

Secondo i dati rilasciati dal Kaspersky Security Bulletin, che analizza le principali tendenze della cybersicurezza dell’anno che sta terminando,la media di file dannosi rilevati ogni giorno è stata pari a 500.000, in aumento del 7% rispetto al 2024.

A livello globale, Windows è rimasto l’obiettivo principale dei cyberattacchi. Nel corso del 2025, il 48% degli utenti Windows è stato vittima di diversi tipi di minacce. Per gli utenti Mac, questa percentuale si aggira intorno al 29%.
Rispetto al 2024, in Italia hanno mostrato una crescita alcuni tipi di minacce, sia web sia on-device.

Il malware si diffonde via web, tramite USB o programmi

In Italia circa il 27% degli utenti è stato vittima di minacce web, ovvero malware che prendono di mira gli utenti quando sono online. Le minacce web non si limitano alle attività online, ma coinvolgono comunque Internet per causare danni.
Ad esempio, nelle rilevazioni di password stealer l’aumento è stato del 65%, nelle rilevazioni di backdoor del 73% e nelle rilevazioni di spyware del 148%. 

Inoltre, il 25% degli utenti italiani è stato vittima di attacchi on-device, che includono malware diffusi tramite unità USB rimovibili, supporti esterni, o che inizialmente si insinuano nel computer in forma ‘non aperta’. Ad esempio, programmi in installer complessi, file crittografati, ecc..

Torna Hacking Team con lo spyware commerciale Dante

In Italia, i trend dal 2024 al 2025 per il rilevamento malware segnano +9% di minacce on-device, +73% backdoor. +23% exploit, +65% password stealer, +148 spyware.
Per quanto riguarda l’Europa, i dati evidenziano +1% di minacce on-device, +50% backdoor, +5% exploit, +48% password stealer, +64% spyware. 

“L’attuale panorama delle minacce informatiche è caratterizzato da attacchi sempre più sofisticati contro organizzazioni e individui in tutto il mondo – commenta Alexander Liskin, Head of Threat Research di Kaspersky -. Una delle scoperte più significative fatte da Kaspersky quest’anno è stata la ricomparsa di Hacking Team dopo il rebranding del 2019, con il suo spyware commerciale Dante utilizzato nella campagna APT ForumTroll, che integrava exploit zero-day nei browser Chrome e Firefox”.

Si diffonde il primo worm NPM Shai-Hulud

“Le vulnerabilità rimangono il modo più diffuso utilizzato dagli aggressori per introdursi nelle reti aziendali, seguito dall’uso di credenziali rubate, da cui deriva l’aumento di password stealer e spyware registrati quest’anno – continua Alexander Liskin -. Sono comuni anche gli attacchi alla supply chain, compresi quelli ai software open source. Quest’anno il numero di questi attacchi è aumentato in modo significativo e abbiamo persino assistito alla diffusione del primo worm NPM Shai-Hulud”.

Smartphone: troppo swipe favorisce il declino cognitivo

Quante volte al giorno facciamo swipe, ovvero, controlliamo il cellulare? Troppe. E questo può compromettere le capacità cognitive.
I ricercatori della Nottingham Trent University nel Regno Unito e della Keimyung University in Corea del Sud si sono soffermati sulle conseguenze dell’accesso continuo, o quasi, allo smartphone, confermando che può determinare l’inizio della compromissione delle capacità cognitive.

E come riporta il Washington Post, il professor Larry Rosen, della California State University di Dominguez Hills, in oltre otto anni di ricerca su adolescenti e Millennial ha osservato che i ragazzi controllavano o sbloccavano i loro smartphone tra le 50 e le 100 volte al giorno, in media ogni 10-20 minuti.

In tasca o sul cuscino c’è chi non se ne separa mai

Anche tra i meno giovani però controllare il telefono è un gesto diventato ormai abituale che viene ripetuto decine di volte nel corso della giornata. Ma è anche un automatismo che rischia di diventare una pericolosa routine.
Il Washington Post cita anche un sondaggio condotto da YouGov a maggio: 8 americani su 10 durante la notte tengono il cellulare in camera da letto, spesso a pochi centimetri dal cuscino.

Ma controllare il telefono circa 110 volte al giorno può segnalare un utilizzo ad alto rischio o problematico. A questo risultato, si aggiunge quello a cui è arrivata la Singapore Management University, che ha evidenziato come le frequenti interruzioni di attività per controllare i dispositivi portino a maggiori vuoti di attenzione e memoria.

Un’attività nemica della concentrazione

A differenza del tempo totale trascorso davanti allo schermo, la frequenza con cui si controlla lo smartphone è un indicatore molto più forte di deficit cognitivi quotidiani. In sintesi, sbloccare continuamente il telefono costringe il cervello a passare rapidamente da un’attività all’altra compromettendo la capacità di concentrarsi su una sola azione.

Secondo la professoressa Gloria Mark, ricercatrice alla University of California at Irvine, in media, durante una riunione di mezz’ora, una persona su 4 controlla il telefono almeno una volta. Dopo ogni interruzione, possono servire anche 25 minuti per ritrovare la piena concentrazione.

Bastano 3 giorni senza cellulare per sviluppare astinenza

“Gli smartphone attivano lo stesso sistema di ‘ricompensa’ di droghe e alcol. I telefoni creano un circolo vizioso compulsivo, controlliamo il cellulare senza pensarci e sperimentiamo l’astinenza quando non controlliamo o non abbiamo accesso al nostro telefono”, spiega Anna Lembke, professoressa di psichiatria e medicina delle dipendenze presso la Stanford University School of Medicine.

A integrare il quadro, riporta Adnkronos, ci sono i dati dei ricercatori tedeschi dell’Università di Heidelberg. Dopo sole 72 ore senza utilizzare lo smartphone, l’attività cerebrale si sviluppa secondo i modelli tipici dell’astinenza da sostanze.
La ricerca suggerisce che brevi pause dall’uso dello smartphone possono aiutare a ridurre le abitudini problematiche. E, magari, anche lasciarlo a casa ogni tanto.

Quantum: perché il 2025 segna un prima e un dopo

Il 2025 verrà ricordato come l’anno in cui il mondo ha smesso di considerare le tecnologie quantistiche come qualcosa di futuristico e lontano. Le Nazioni Unite le hanno celebrate con l’“Anno Internazionale delle Scienze e Tecnologie Quantistiche”, e non è stato un gesto simbolico: è il segno di un cambiamento reale.

Secondo l’Osservatorio Quantum Computing & Communication del Politecnico di Milano, che ha presentato i suoi dati durante l’evento “Quantum Shift: the future starts now”, siamo di fronte a una fase nuova. Una fase in cui ricerca, industria e governi iniziano davvero a muoversi nella stessa direzione.

Gli Stati Uniti viaggiano a velocità doppia

In dieci anni, i governi di mezzo mondo hanno stanziato oltre 50 miliardi di dollari per iniziative legate al quantum. Una cifra enorme, che però impallidisce davanti ai numeri del settore privato: solo nel 2025 le aziende specializzate hanno raccolto più di 9 miliardi, superando tutto ciò che avevano ottenuto nei cinque anni precedenti messi insieme.

Il punto è che la fetta più grande di questi investimenti finisce negli Stati Uniti. E non sorprende: giganti come Google, Amazon, Microsoft e IBM stanno lavorando sul quantum con una determinazione quasi silenziosa, ma capace di spostare l’ago della bilancia come pochi altri settori oggi.

L’Europa prova a rimettersi in carreggiata

Dopo anni di tentennamenti, anche Bruxelles ha deciso di fare sul serio. Nel 2025 ha messo nero su bianco la sua prima strategia condivisa sul quantum, e nel 2026 arriverà il Quantum Act, un passo atteso da tempo.

L’obiettivo è chiaro: evitare di ripetere gli errori commessi con il cloud e con l’intelligenza artificiale, dove l’Europa è arrivata a rincorrere troppo tardi. Questa volta, l’ambizione è di giocarsi un ruolo da protagonista entro il 2030.
E non si parla più solo di innovazione: le tecnologie quantistiche hanno implicazioni fortissime anche sulla sicurezza, sulla difesa e sulla protezione dei dati. Non è più solo una questione “tecnica”.

L’Italia si muove, ma servono i fondi

Anche l’Italia ha definito una strategia nazionale, pensata insieme a ministeri, università e imprese. Sulla carta è un buon punto di partenza; nella pratica, manca ancora l’elemento più concreto: i finanziamenti.

I 200 milioni annui previsti non sono stati ancora stanziati, e questo rischia di mettere in difficoltà un ecosistema che sta finalmente iniziando a prendere forma, tra centri di ricerca fotonica, nuovi corsi universitari e qualche startup che ha cominciato a farsi notare.

Il domani si costruisce oggi

Gli esperti dell’Osservatorio ricordano che il quantum è un po’ come l’informatica degli anni ’50: pieno di potenziale, ma senza garanzie.

Una cosa però è certa: chi investirà adesso – con idee chiare e strategie coerenti – avrà in mano un pezzo importante della tecnologia dei prossimi decenni. Il resto rischia di diventare spettatore.

Anti-spoofing: ora il filtro è attivo anche per i numeri da cellulare

Il 6 novembre l’Agcom ha stabilito alcune disposizioni attuative per rafforzare il contrasto al fenomeno dello spoofing. Se la disposizione in vigore dal 19 agosto riguardava le chiamate con CLI (Calling Line Identification, l’identità del chiamante) da rete fissa, dal 19 novembre è infatti prevista l’estensione del blocco anche alle chiamate con CLI di rete mobile. 

Lo spoofing consiste nella manipolazione del CLI con l’obiettivo di renderlo irriconoscibile e non richiamabile.
Questo stratagemma ostacola l’identificazione dei responsabili delle numerose chiamate moleste che affliggono gli utenti. Ciò è vero, in particolare, per le chiamate telefoniche che hanno origine all’estero e che costituiscono la porzione di gran lunga predominante del fenomeno. 

L’intervento include tutte le tipologie di numerazione

Il nuovo provvedimento amplia il perimetro di intervento, includendo tutte le tipologie di numerazione mobili, comprese quelle relative ai servizi mobili e personali specializzati (come, ad esempio, quelli satellitari) e quelle dedicate ai servizi di comunicazione tra dispositivi cosiddetti machine-to-machine.
Sono state inoltre definite alcune indicazioni operative per gli operatori. 

Tra le novità, l’introduzione di una procedura semplificata per il blocco preventivo delle chiamate provenienti da operatori mobili che non generano chiamate vocali dall’estero, come quelli focalizzati su servizi automatizzati di tipo machine-to-machine.

Blocco delle chiamate in roaming internazionale se non è verificabile

È stato inoltre previsto il blocco delle chiamate provenienti dall’estero con CLI di operatori mobili che non hanno realizzato le misure previste dalla delibera n. 106/25/CONS, che consente di verificare se il numero chiamante corrisponde a un utente effettivamente in roaming internazionale.

In conseguenza di tale blocco, il servizio di roaming all’estero offerto da tali operatori per le chiamate destinate in Italia risulterà sospeso fino alla realizzazione delle misure previste. Fermo restando l’obbligo per l’operatore mobile di informare con un mese di anticipo i propri clienti della sospensione del roaming e della possibilità di cambiare operatore.   

Si riducono i tentativi con falsi CLI

A settembre 2025 il blocco delle chiamate telefoniche provenienti dall’estero con CLI di rete fissa (oltre 1 miliardo e 400 milioni di chiamate) ha comportato il filtraggio di circa 20 milioni di chiamate, pari all’1,37% del traffico complessivo.

Il confronto con la percentuale rilevata nel primo periodo di applicazione della misura (luglio e agosto, 5,74% circa) evidenzia una progressiva riduzione dei tentativi di instradare sul territorio nazionale chiamate con CLI spoofing con numerazione fissa italiana.
Le percentuali osservate singolarmente per i mesi di luglio e agosto, pari rispettivamente all’8,82% e al 3,84%, offrono un ulteriore dettaglio per tale andamento decrescente. 

Imprese: aumentano quelle guidate da stranieri, +1,7% in un anno

Nei primi sei mesi dell’anno le iscrizioni di imprese guidate da stranieri hanno sfiorato 37mila unità (-267 rispetto al 2024), mentre 20.754 (-804) sono state le cessazioni, per un saldo positivo che supera le 16mila imprese. In totale, a fine giugno 2025 erano 678mila, l’1,7% in più rispetto giugno 2024. 

Secondo il report curato da InfoCamere, parte dello studio semestrale realizzato nell’ambito del progetto Futurae – Programma Imprese Migranti, a trainare l’imprenditoria straniera nel primo semestre 2025 sono state le costruzioni e l’agricoltura (+3,2% e +3,7% su base annua), che rappresentano rispettivamente il 25% e il 3% del totale.
Il commercio resta il settore più rappresentativo (275mila imprese) e segna un lieve recupero (+0,1%).
In crescita anche l’industria manifatturiera (+1,1%), dove operano oltre 50mila imprese straniere.

Le società di capitale crescono dell’11,4%

Quella straniera è una imprenditoria che in Italia si rafforza anche strutturalmente. Infatti, la crescita è generata soprattutto dalle società di capitale, che nell’ultimo anno sono aumentate dell’11,4%, superando quota 147mila, a fronte di una tenuta delle imprese individuali, che tuttavia rappresentano il 72% del totale.

Gli imprenditori stranieri scelgono soprattutto il Nord Ovest, dove si concentra il 32% delle imprese straniere in Italia. Le regioni nord-occidentali mostrano infatti la crescita più sostenuta su base annua (+3,6%), superiore a quella del Nord Est (+2,8%).
Lieve calo invece nel Mezzogiorno (-0,5%) e stabilità al Centro (+0,3%), che detengono rispettivamente la maggiore e la minore incidenza della componente straniera sul totale delle imprese.

Marocco, Romania, Cina i principali Paesi di provenienza

Prato si conferma la provincia con la maggior incidenza di imprese straniere (32,7%), seguita da Trieste (20%) e Imperia (18,2%), che sale al terzo posto al posto di Firenze (18,1%).
All’estremo opposto, è quella di Barletta-Andria-Trani la provincia con la minore incidenza.

Analizzando le sole imprese individuali, le uniche per le quali è possibile stabilire una coincidenza con il Paese di origine del titolare, emerge che Marocco, Romania e Cina sono i principali Paesi di provenienza dell’imprenditoria straniera in Italia (34% del totale), seguiti da Albania, Bangladesh e Pakistan (19%), Egitto, Nigeria e Senegal (11%).

Preferenze marcate per localizzazione e settori

Se i nati in Marocco vantano la massima incidenza nelle province dello Stretto (Catanzaro, Reggio Calabria e Messina) e operano in prevalenza nel commercio (21,6%) i romeni, molto presenti nelle costruzioni (22%), raggiungono la massima incidenza a Viterbo, Torino, Cremona.

I cinesi invece mostrano un’elevata incidenza e concentrazione in Toscana, soprattutto a Prato, con il primato assoluto del 68% e Firenze con il 27%, ma anche nelle Marche (Fermo, con 29%), con una forte concentrazione nel manifatturiero e nei servizi ricreativi e di intrattenimento. 

GenAI: a quota 61% le Risorse Umane che la utilizzano 

Secondo la ricerca “Processi di AI e impatti HR”, realizzata dall’Osservatorio Luiss Business School in collaborazione con Hrc: nel 2025 la quota di leader Hr che ha avviato o pianificato progetti di Intelligenza artificiale generativa (GenAI) è salita al 61%. Nel 2023 non toccava il 20%, fermandosi al 19%.

Questo è il segnale di “una svolta nella maturità digitale delle direzioni risorse umane delle aziende”, come si legge nel report. L’Italia, seconda potenza manifatturiera europea, oggi si trova infatti davanti a una transizione decisiva. Ovvero, integrare Intelligenza artificiale e digitalizzazione per valorizzare il proprio capitale umano, e diffondere innovazione anche oltre le ‘superstar city’.

Non una minaccia ma un alleato per migliorare efficienza e produttività

Lo studio è stato presentato nel corso del convegno Future @Work ‘Non dire domani’, l’appuntamento organizzato da Hrc Community, in collaborazione con Luiss Business School.
Secondo il prorettore Giuseppe F. Italiano e il professore Stefano Za, che hanno illustrato la ricerca, persistono però forti gap culturali e generazionali nell’approccio all’Intelligenza artificiale.

I millennial sono la fascia più predisposta al suo utilizzo. Il 90% di chi ha un’età tra 35 e 44 anni la utilizza e il 76% ne condivide suggerimenti o feedback. Al contrario, la fiducia nelle nuove tecnologie scende tra le generazioni più anziane.
In ogni caso, nel rapporto tra AI e lavoro, lo studio sottolinea come “l’Intelligenza artificiale, spesso percepita come una minaccia per l’occupazione, debba invece essere considerata un alleato strategico per migliorare efficienza, accuratezza e produttività”.

Funzioni HR: più benefici per Recruiting, Learning, Career&Development 

Quanto alle funzioni Hr che stanno beneficiando maggiormente della GenAI, sono recruiting & talent acquisition (per ridurre bias e ampliare i canali di selezione), learning & development (per creare percorsi formativi personalizzati e aggiornabili in tempo reale), performance & career development (con valutazioni più oggettive e coerenti con la strategia), people analytics (per anticipare rischi come turnover o assenteismo grazie a modelli predittivi),  ed employee engagement, per monitorare il clima organizzativo e rafforzare la componente umana della relazione lavorativa.

Necessario estendere la formazione a tutti i livelli. Non solo ai leader

“Le prime sperimentazioni – conferma lo studio -, pur concentrate in ambiti verticali, mostrano già benefici tangibili nella riduzione degli errori e nella rapidità decisionale”.

L’indagine afferma, inoltre, la necessità di “estendere la formazione a tutti i livelli, non solo ai leader, ma anche ai collaboratori, promuovendo una cultura della fiducia verso la tecnologia e la sua integrazione nei processi. L’adozione dell’AI – si legge nello studio – non può essere un esercizio tecnologico, ma una risposta a bisogni reali . Solo partendo dagli obiettivi strategici e dal valore per le persone è possibile costruire un modello di Intelligenza artificiale sostenibile e responsabile”, riporta ANSAcom in collaborazione con HRC GROUP.

Lavoro: a ottobre previste 520mila assunzioni, mismatch al 46,8%

Nonostante la contrazione della domanda di lavoro, anche a ottobre 2025 rimane elevata la difficoltà di reperimento del personale, che riguarda il 46,8% delle figure ricercate. Nel mese le imprese programmano circa 520 mila nuove assunzioni e oltre 1,3 milioni per il trimestre ottobre-dicembre, -11mila (-2,1%) rispetto a ottobre 2024 e -29mila rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.

Il settore primario prevede oltre 43mila ingressi nel mese più di 85mila nel trimestre. A ricercare maggiormente manodopera sono le imprese del comparto coltivazioni ad albero (17mila assunzioni nel mese, circa 31mila nel trimestre), delle coltivazioni di campo (13mila, 26mila).
A delineare questo scenario è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Previsioni per industria e terziario

Nel comparto industriale sono attese quasi 137 mila assunzioni nel mese e oltre 333 mila nel trimestre. Per il manifatturiero, alla ricerca di circa 85mila lavoratori nel mese e oltre 205mila nel trimestre, le maggiori opportunità di lavoro sono offerte dalle industrie della meccatronica (19mila, 49mila), dalle industrie alimentari, bevande e tabacco (17mila, 39mila) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo (15mila, 36mila). Le costruzioni mostrano una solida tenuta, con 52 mila assunzioni previste nel mese e oltre 128mila nel trimestre.

Nel terziario, dove si concentrano circa 340mila assunzioni a ottobre e oltre 893mila nel trimestre, il turismo si conferma il principale motore occupazionale (86mila, 240mila), seguito da commercio (74mila e 199mila) e servizi alla persona (66mila e 159mila).

Difficoltà di reperimento per oltre 243mila unità

Le grandi imprese (oltre 250 dipendenti) mostrano un segnale positivo, con 3mila assunzioni in più nel mese (+2,9%) e 5mila nel trimestre (+2,0%), mentre risultano in flessione le previsioni nelle altre fasce dimensionali, con una maggiore intensità nelle imprese di media dimensione (-4,1%, -4,5%).

Il tempo determinato resta la forma contrattuale prevalente, con quasi 306mila unità, pari al 58,8% del totale, seguito dai contratti a tempo indeterminato (circa 99mila, 19,0%) e da quelli di somministrazione (42mila, 8,1%). 
Ma a ottobre le imprese segnalano difficoltà di reperimento per oltre 243mila lavoratori ricercati. A risentire maggiormente del mismatch sono le industrie metallurgiche e metallifere (67,5%) e delle costruzioni (60,8%).

Cercasi 155mila under 30

Le imprese sono alla ricerca di lavoratori immigrati per coprire infatti più di 117mila ingressi programmati a ottobre, pari al 22,5% del totale contratti. Sono invece oltre 155mila i giovani under30 ricercati (30% del totale).

A livello territoriale cresce la domanda di lavoro delle imprese del Centro (+2mila nel mese e +4mila nel trimestre), mentre si segnala una contrazione per le imprese del Nord Ovest (-6mila, -15mila), del Nord Est (-3mila, -6mila) e del Sud e Isole (-5mila, -12mila nel trimestre).