Le 6 professioni più richieste nel post-pandemia

Nel mercato del lavoro la pandemia ha sicuramente contribuito ad accelerare il processo di digitalizzazione.

“Quello che ci aspetta nel 2022 e negli anni a venire è un mercato dominato dalla ricerca di professionisti iper-qualificati, dalle competenze molto verticali – spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati -. Nuovi fattori come l’AI e l’automazione a livello industriale continueranno a generare a livello internazionale milioni di nuovi posti di lavoro, andando però parallelamente a rendere obsolete diverse professioni”.
Ma quali saranno le professioni più richieste dopo il Covid-19? Partendo dall’osservazione diretta del mercato del lavoro e dalle richieste interne al proprio network, Carola Adami ha individuato sei figure professionali che continueranno a essere centrali nei prossimi mesi: infermieri qualificati e medici, responsabile logistica, tecnico di laboratorio, software engineern, Data scientist, assicuratori, e responsabile vendite.

Cercasi medici e infermieri qualificati 

L’emergenza sanitaria ha sottolineato una carenza di personale negli ospedali, e le strutture anche nel 2022 continueranno a immettere nuovi specialisti. A partire dal marzo 2020 la ricerca di infermieri qualificati è stata ininterrottamente molto sostenuta, così come peraltro è avvenuto per la ricerca di medici. 
“Guardando a breve termine – aggiunge Carola Adami – gli effetti della pandemia continueranno a incrementare la richiesta di professionisti nel campo della sanità,  nonché di lavoratori qualificati nel campo della logistica e del commercio online”.
Un’altra figura professionale richiesta nel dopo-Covid è infatti il responsabile logistica.

Dal responsabile logistica all’ingegnere del software

Le aziende sono sempre più attente alla soddisfazione del consumatore, e hanno capito che proprio la logistica rappresenta lo step finale per migliorare il livello di apprezzamento da parte del cliente. Lo stesso discorso fatto per gli infermieri può essere fatto per i tecnici di laboratorio, un’altra figura in forte crescita fin dalla primavera del 2020, e tutt’ora centrale nel mercato del lavoro. Inoltre, su LinkedIn sono quotidianamente tantissimi gli annunci per i software engineer, gli ingegneri del software, e quindi per gli esperti che si occupano della progettazione, dello sviluppo nonché dell’aggiornamento di prodotti software.

Il Covid fa crescere l’interesse per le assicurazioni

Con la crescita dell’importanza dei Big Data e della loro analisi sono aumentate in parallelo le ricerche di data scientist, un trend iniziato in realtà ancora prima dell’emergenza sanitaria. Anche questo aumento di ricerche per gli assicuratori è strettamente legato alla pandemia. È infatti incrementato l’interesse nei confronti di soluzioni come le polizze sulla vita e sulla salute, portando a una maggiore richiesta di assicuratori, risk manager e via dicendo.
Quanto al responsabile vendite, le aziende che desiderano aumentare le vendite si affidano a un nuovo responsabile, in grado di coordinare al meglio il team addetto alla vendita. Non di rado per adattare la politica di vendita ai nuovi tempi si è assistito a un cambio di marcia proprio nel periodo post-Covid.

Guerra e inflazione fanno salire i tassi dei mutui fissi: +0,4%

La crescita dell’inflazione e le recenti tensioni in Ucraina fanno salire l’IRS, l’indice di riferimento che guida l’andamento dei mutui fissi, che negli ultimi ha superato quota 1% (indice a 20 anni). Una percentuale che non si registrava da maggio 2019. 
Da una simulazione effettuata sul portale Facile.it in data 1 marzo 2022 risulta quindi che per un mutuo fisso da 126.000 euro al 70%, da restituire in 25 anni, il miglior tasso (TAEG) disponibile oggi online è pari a 1,44%, con una rata da 489 euro al mese. Come emerge dall’analisi di Facile.it, dodici mesi fa per un’operazione analoga il miglior tasso era 1,04% e la rata 466 euro. In pratica, i tassi sono cresciuti del +0,4%

Rispetto a un anno fa si pagano circa 6.900 euro in più di interessi 

Questo significa che chi chiede adesso un mutuo a tasso fisso per tutta la durata del finanziamento paga circa 6.900 euro in più di interessi rispetto a un anno fa.
“Da mesi – spiegano gli esperti di Facile.it – l’Europa è alle prese con l’aumento dell’inflazione, determinato in larga parte dal rincaro del prezzo dell’energia, e la situazione di crisi tra Russia e Ucraina potrebbe complicare ulteriormente lo scenario”.

Euribor ancora in negativo, ma in futuro potrebbe intervenire la BCE

Se i mutui a tasso fisso sono oggi già ben più costosi di quanto non fossero un anno fa, sul fronte dei tassi variabili, per ora, la situazione è ancora stabile. “L’Euribor – continuano gli esperti di Facile.it – è ancora in negativo, ma per il futuro sarà determinante l’andamento dell’inflazione. Se il livello attuale diventerà strutturale, sarà inevitabile un intervento da parte della BCE sui tassi di interesse, e questo avrebbe un impatto diretto sulle rate dei mutui variabili, sia per coloro che hanno già un finanziamento in essere sia per coloro che lo sottoscriveranno in futuro”.

Inflazione e tassi variabili: è possibile rinegoziare il contratto con la banca

Sebbene i tassi di riferimento per i mutui fissi e variabili siano in calo, l’inflazione rischia di ripercuotersi sugli spread bancari, determinando un aumento complessivo del costo dei mutui. Infatti, il vantaggio del tasso fisso è proprio quello di non avere sorprese in caso di aumenti dell’inflazione. Per ora, la Bce non ha intenzione di aumentare i tassi nel breve termine, ma l’inflazione e le tensioni sui mercati dovuti alla guerra in Ucraina potrebbero portare nel 2023 a un rialzo delle rate dei mutui. Oltre alla surroga, chi ha un mutuo a tasso variabile può comunque valutare anche di rinegoziare il contratto con la propria banca, passando a un mutuo a tasso fisso.

Quando il manager è donna: l’evoluzione nel post pandemia

I manager dopo l’emergenza sanitaria? Sono cresciuti in numero grazie soprattutto alle donne. A dirlo è il Rapporto di Manageritalia sui dirigenti privati pubblicato come ogni anno in occasione della Festa della donna con un’elaborazione degli ultimi dati ufficiali Inps. Se nel 2019 i dirigenti uomini erano 94.332 e le donne 21.116, nel 2020 aumenta il numero di queste ultime del 4,9% (22.147) mentre diminuisce dello 0, 37% il numero degli uomini (-353). Il dato totale dei dirigenti, comunque, grazie proprio ed esclusivamente alla crescita delle donne manager, si attesta su un incremento dello 0,59%, con 678 dirigenti in più nel 2020 rispetto al 2019.

Le aziende puntano sulle competenze

“La crescita del numero delle dirigenti e dei dirigenti – afferma Mario Mantovani, presidente Manageritalia – dimostra come anche durante la pandemia le aziende strutturate abbiano puntato su competenze e gestione manageriale per resistere e prepararsi a cogliere le opportunità del loro specifico mercato nel post pandemia. Un chiaro segno della necessità di affrontare le crisi puntando su un approccio manageriale e strategico capace di gestirle con successo le trasformazioni anche repentine, arrivando a definire quei cambiamenti nei modelli di business e nell’organizzazione del lavoro indispensabili per competere”. C’è ancora tanto da fare se le donne che nonostante la crescita sono solo il 19% del totale dei dirigenti, politiche sociali e altro devono puntare a farle diventare il 50% del totale dei manager. A conferma del cambiamento in atto già da alcuni anni le donne manager oggi sono il 19% del totale, e neppure la pandemia le ha fermate. Anche i dati del 2021, relativi ai dirigenti del terziario che hanno il contratto dirigenti del terziario di Manageritalia, mostrano un’ulteriore crescita (6,2%), con le donne in doppia cifra (+11%) rispetto agli uomini (+6%). E in questo caso oggi le donne dirigenti sono addirittura quasi il 21% del totale.

Le province più rosa

A livello territoriale, le province più ‘rosa’ sono Milano, dove lavorano 8.705 donne dirigenti, seguita da Roma (4.405) e Torino (1.132). Ai primi dieci posti per numero di dirigenti donne solo province del nord: Bologna, Brescia, Verona, Varese, Bergamo, Firenze, Genova. Guardando invece al peso percentuale delle donne dirigenti prevalgono alcune province del sud, spesso caratterizzate da un bassissimo numero di dirigenti in assoluto e quindi più facilmente condizionati da vari fattori. Al primo posto spicca Enna con le donne dirigenti (56,7%) che superano addirittura gli uomini. Tra le grandi province Roma, dove le donne pesano il 25,3%, prevale su Milano (21,8%) e Torino (17,7%).

Cybersecurity, un mercato da 1,55 miliardi e in crescita del +13%

In Italia nel 2021 il mercato della cybersecurity raggiunge il valore di 1,55 miliardi di euro, per una crescita del +13% rispetto al 2020. Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection della School of Management del Politecnico di Milano, si tratta di un ritmo di crescita mai così elevato, con il 60% delle grandi organizzazioni che ha previsto un aumento del budget destinato alle attività di sicurezza informatica. In Italia però il rapporto tra spesa in cybersecurity e Pil resta limitato (0,08%), all’ultimo posto tra i Paesi del G7, anche se insieme al Giappone l’Italia è l’unica nazione a non aver registrato una diminuzione nel corso dell’ultimo anno.

Obiettivo, accrescere la consapevolezza dei dipendenti

Di fronte a una crescita costante delle minacce il 31% delle grandi imprese rileva un ulteriore aumento degli attacchi informatici nell’ultimo anno. Per questo la sicurezza informatica è diventata la maggiore priorità di investimento nei diversi ambiti del digitale, non solo nelle grandi imprese. E di fronte al diffondersi delle nuove modalità di lavoro, il 54% delle organizzazioni giudica necessario rafforzare le iniziative di sensibilizzazione al personale sui comportamenti da adottare. In ogni caso, il mercato italiano di cybersecurity è composto per il 52% da soluzioni come Vulnerability Management e Penetration Testing, SIEM, Identity and Access Management, Intrusion Detection, Data Loss Prevention, Risk and Compliance Management e Threat Intelligence, e per il 48% da servizi professionali e servizi gestiti. 

Anatomia del mercato

Gli aspetti di security più tradizionali continuano a coprire le quote maggiori del mercato, con il 31% della spesa dedicata a Network & Wireless Security, ma gli aumenti più significativi riguardano Endpoint Security e Cloud Security. Con le nuove modalità di lavoro, la protezione dei dispositivi continua a essere un elemento cruciale e l’adozione di applicazioni e piattaforme Cloud rende necessaria una specifica attenzione a questo ambito. La dinamicità del mercato viene poi confermata sul lato offerta dalle 13 operazioni straordinarie di acquisizione, aggregazione e quotazione che hanno riguardato 24 realtà italiane di servizi e soluzioni in ambito security, per un giro d’affari pari a diverse centinaia di milioni di euro.

Cresce l’attenzione delle istituzioni

Se l’interesse delle imprese alla cybersecurity è ai massimi storici, cresce anche l’attenzione delle istituzioni, che hanno introdotto importanti misure in questo ambito.
Il PNRR prevede nella Missione 1 investimenti per 623 milioni di euro in presidi e competenze di cybersecurity nella PA, e nella Missione 4 ulteriori fondi per la ricerca e la creazione di partenariati su temi innovativi, tra cui la sicurezza informatica. È stata poi introdotta l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), verso cui le imprese si dimostrano aperte e disponibili: il 17% ha già stabilito la volontà di collaborare con l’Agenzia, più di metà (53%) è in attesa di linee guida e indicazioni, e un ulteriore 22% vuole approfondire meglio il ruolo dell’organismo nell’ottica di individuare opportunità future. 

Come allestire un parrucchiere in modo che funzioni veramente?

Da molto tempo questo tipo di attività ha cessato di essere considerata un semplice mestiere artigianale ed è diventata un business redditizio per gli imprenditori che hanno la passione per forbici, capelli e il benessere fisico, essenziali per il benessere emotivo della persona.

Se hai già deciso di vivere facendo questo, o ti sei semplicemente reso conto che quella del parrucchiere è un’attività che può essere molto redditizia, ti diremo di seguito cosa devi fare affinché l’attività sia redditizia e funzioni perfettamente.

Le chiavi giuste per allestire il tuo salone parrucchiere

Anche in tempi di recessione, allestire e far funzionare un salone da parrucchiere è uno dei modi per fare un investimento sicuro, poiché questo tipo di attività si basa un tipo di esigenza costante: tagliare e pettinare i capelli, sia per gli uomini che per le donne. 

Se hai già fatto i tuoi conti e pensi davvero che possa funzionare, annota questi suggerimenti quando pianifichi la tua attività da parrucchiere.

Quantifica il budget a disposizione

Se si tratta di allestire un salone da parrucchiere da zero devi badare al budget, perché all’inizio dovrai fare un grande investimento per l’affitto dei locali, il condizionamento dell’aria, i mobili, gli impianti, etc. 

In altre parole, avrai molti problemi da risolvere, quindi è fondamentale sapere come gestire il capitale che hai a disposizione per avviare la tua attività.

Molti parrucchieri e saloni di bellezza, quando iniziano la loro attività, scelgono di noleggiare attrezzature estetiche e altre macchine, poiché così non devono fare un investimento iniziale particolarmente grande e possono generare profitti con trattamenti che richiedono investimenti di un certo tipo.

Un budget compreso tra 30.000€ e 50.000€ è una cifra con cui puoi pensare di aprire un salone da parrucchiere. Questa cifra è solo un numero di riferimento che non tiene conto dell’ubicazione o dell’area dei locali dove si prevede di allestire il salone: sappiamo bene che il costo dell’affitto, i prezzi dei servizi, etc. dipendono molto dall’area in cui sorgerà l’attività.

Sei sicuro dell’ubicazione dei locali?

Riguardo a quanto sopra, siamo sicuri che ti sia sorto un nuovo dubbio. L’ubicazione dei locali è un punto determinante per aprire un parrucchiere che lavori e che produca redditività. Ad esempio: non è la stessa cosa avviare un’attività di questo tipo in una zona esclusiva, poco attraversata da pedoni e poco accessibile, che insediarla in una posizione centrale, dove solitamente passano molte persone.

Il posto che hai in mente di affittare ha un parcheggio nei pressi? Se sì, qual è la sua capacità? Più è grande, meglio è, perché hai la possibilità di servire più clienti che pensano alla comodità di parcheggiare la propria auto vicino al salone. 

Il problema è che questa soluzione può costare più di quanto hai preventivato. Trova un equilibrio e decidi.

Devi anche vedere se la presenza di altre attività commerciali nella zona favorisce la tua attività. In generale, dovresti pensare come uno stratega, in questo modo puoi trovare un modo per farla funzionare davvero e restituire redditività in breve tempo.

Se hai già un piccolo salone da parrucchiere e vuoi ampliare lo spazio, pensa a chi è già tuo cliente: sarà disposto ad uscire dalla propria zona di comfort? Questo è un aspetto fondamentale per la tua attività.

Lavora sodo sull’immagine del salone

Stai allestendo un barbiere, un luogo dove le persone vanno per migliorare la propria immagine, sentirsi rinnovate e a proprio agio. 

Pertanto, dovresti lavorare con l’aiuto di un professionista per aiutarti a creare uno spazio in cui promuovere l’immagine aziendale della tua attività e trovare delle buone forniture per parrucchieri.

Le persone che cercano un posto per migliorare la propria immagine o abbellirsi difficilmente andranno in un posto dove non si sentono a proprio agio o in cui c’è un aspetto poco professionale. 

Quindi, su questo punto, non dovresti lesinare sulle spese. Puoi optare per un design minimalista ma che abbia un certo impatto e faccia sentire a proprio agio tutti i clienti.

Maggiore redditività con più servizi

L’apertura di un salone da parrucchiere non si basa solo sul trattamento dei capelli delle persone. 

In effetti, puoi vedere centri che fondono estetica e taglio dei capelli. Potresti integrare i servizi di parrucchiere e di epilazione ad esempio, e quindi aggiungere altri servizi che daranno alla tua attività una maggiore redditività.

Ricorda infine che se offri più opzioni in un unica sede per i tuoi clienti, sono maggiori le possibilità di aumentare il numero di clienti e, di conseguenza, i profitti della tua impresa.

Riprende la vita fuori casa, ma non rallenta l’ascesa degli OTT

L’esplosione della fruizione delle piattaforme Over The Top ha attirato l’attenzione di numerosi player, e non si arresta. E se oggi gli OTT sono molto presenti tra il pubblico più giovane stanno guadagnando terreno anche tra i segmenti più maturi. La fruizione di contenuti video rimane comunque fortemente ancorata alla TV lineare, anche se le curve di ascolto si stanno avvicinando velocemente, soprattutto nella GenZ.  Nei due anni appena trascorsi si sono succedute una serie di variazioni sostanziali nella dieta mediale degli italiani, complici l’aumento del tempo a disposizione e la vita prevalentemente confinata alle mura domestiche durante i periodi di lockdown. In merito alla penetrazione e al tempo speso nella fruizione di diversi mezzi, nuovi e tradizionali, alcuni fenomeni si sono stabilizzati mente altri sono rientrati ai livelli pre-pandemia.

Durante il primo lockdown raggiunta oltre la metà della popolazione

La piattaforma di GfK Sinottica è un osservatorio privilegiato sulla comprensione di questi fenomeni, rilevando in single source e in maniera continuativa i diversi comportamenti mediali dei target. Durante il primo lockdown, le piattaforme OTT avevano raggiunto una platea mensile (57% nel mese di aprile 2020) paragonabile a quella dei mezzi tradizionali, pari a oltre la metà della popolazione dai 14 anni in su. Nel corso del 2020 e del 2021 tali valori si sono confermati, e sono anche cresciuti ulteriormente, raggiungendo il 60% a settembre 2021. Il riappropriarsi di una vita ‘outdoor’ non ha dunque arrestato né ridimensionato il fenomeno, che oggi è parte integrante della ‘nuova normalità’.

Quali sono i target più ‘interessati’ da questa crescita?

I valori di penetrazione, già alti a totale popolazione, salgono maggiormente tra il pubblico giovane. La fruizione mensile dei contenuti VOD tra la Generazione Z e i Millennials sfiora l’80% (78% a settembre 2021). Rimane sopra la media anche tra la Generazione X, raggiunta per oltre 2/3, mentre perde terreno solo tra le fasce più anziane, dove però il fenomeno sta crescendo in maniera considerevole (+68%). I dati offrono quindi un’istantanea di tendenza alla normalizzazione. Si tratta di un fenomeno presente nella vita di tutti gli italiani, non più circoscritto ai soli segmenti più attivi e aperti alle novità.

TV e Video on Demand nella dieta mediale giornaliera

Per quanto cresciuta in maniera importante in tutti i target, la fruizione di contenuti sulle piattaforme OTT è ancora lontana da quella della TV lineare, soprattutto quando si sposta il punto di osservazione sull’esposizione più frequente. Giornalmente, circa un quarto della popolazione si espone a contenuti on demand (22% a settembre), mentre gli esposti ai contenuti della TV lineare sono quasi quattro volte tanto (81%). La relazione tra i due mezzi rimane quindi un processo da monitorare. Tra la GenZ, ad esempio, le curve di fruizione si stanno avvicinando più velocemente, anche se la TV mantiene per il momento audience giornaliere più che doppie (72% vs. 31%).

Bioeconomia: la regione più bio d’Italia è la Toscana

Qual è la regione dall’economia più bio d’Italia? La Toscana, seguita sul podio da Marche e Friuli Venezia-Giulia.

Lo attesta una ricerca sulla filiera bioeconomica italiana elaborata da SRM, Centro Studi legato al gruppo Intesa Sanpaolo, che vede Veneto, Umbria ed Emilia-Romagna completare il primo gruppo di regioni caratterizzato da impronta bio e livello di transizione bioeconomica più elevati. La ricerca prende infatti in considerazione l’impronta bioeconomica, ovvero l’importanza sul Pil regionale, dei settori completamente bio (agroalimentare, legno, carta e idrico) e di quelli parzialmente bio (chimica, mobili, farmaceutica, abbigliamento, moda, gomma e plastica, elettricità e rifiuti), dove l’output finale deriva solo in parte da prodotti di origine organica.

L’impronta bioeconomica insieme al livello di transizione bioeconomica, cioè il passaggio, attraverso l’innovazione tecnologica, da produzione parzialmente bio a totalmente bio, stabiliscono la graduatoria delle regioni bio elaborata da SRM.

La mappa della transizione innovativa del sistema produttivo 

Dopo il primo gruppo di regioni il secondo gruppo individuato dalla ricerca si distingue da un’impronta bio elevata ma con un più basso livello di transizione bioeconomica, e comprende Abruzzo, Puglia, Basilicata, Trentino Alto-Adige, Molise, Sardegna e Calabria.
Questi primi due gruppi, a parità di impronta bioeconomica, si contraddistinguono per un diverso livello di transizione sul quale incide anche la dimensione innovativa del sistema produttivo, che risulta maggiore nel primo gruppo (media Regional Innovation Scoreboard: 116,6 vs 95).
Il terzo gruppo, con un’ancora più bassa impronta bio dell’economia e con livelli di transizione tecnologica variabili, comprende Campania, Lombardia, Piemonte e Sicilia, mentre agli ultimi posti si piazzano Lazio, Liguria e Valle d’Aosta.

In Italia il 6,4% di valore aggiunto è bio

Molte di queste ultime regioni, come ad esempio Lombardia, Campania e Lazio, si caratterizzano per una maggiore diversificazione produttiva rispetto alle regioni delle rispettive macroaree, e una più articolata e variegata specializzazione industriale, che possono penalizzarle nella valutazione del reale ruolo nella bioeconomia. Il valore aggiunto della bioeconomia italiana è di circa 100 miliardi di euro e impiega oltre due milioni di addetti. Con questi valori l’Italia è fra i Paesi in Europa a più alta incidenza della bioeconomia all’interno del sistema economico, il 6,4% in termini di valore aggiunto e quasi l’8% per l’occupazione.

La filiera agro-alimentare del Mezzogiorno è la più bioeconomica

Dall’analisi territoriale, il Nord Est è la prima area del Paese per valore aggiunto realizzato dalla filiera bioeconomica (29,6 miliardi), seguito dal Nord Ovest (28,3 miliardi), il Mezzogiorno (24,4) e il Centro (19,3). Prendendo in considerazione gli addetti, la prima area è quella meridionale, con circa 732mila occupati, il 36,5% del dato nazionale.
La filiera agro-alimentare rappresenta l’attività più rilevante della bioeconomia in tutte le aree geografiche, soprattutto nel Mezzogiorno, dove il peso del valore aggiunto della filiera arriva quasi al 79% (Italia: 62%) e quello degli addetti all’85,7% (Italia: 70%).
Le regioni meno performanti sono quelle che debbono maggiormente impegnarsi nel processo di transizione bioeconomica dei settori parzialmente bio, e tra queste si collocano diverse realtà meridionali.

Come richiedere il riscatto laurea agevolato?

La recente realizzazione del portale Riscatti e ricongiunzioni, permette di ottenere una simulazione dell’onere di riscatto, cioè del costo del ‘recupero’, ai fini della pensione, degli anni del corso di studi universitario, ricorda laleggepertutti.it.  Ma come fare domanda per il Riscatto laurea agevolato? Basta andare sul sito dell’Inps, dove la procedura per arrivare prima alla pensione con un costo ridotto è piuttosto semplice. Innanzitutto, è necessario verificare se il corso legale di laurea si colloca in un periodo da valutare con sistema retributivo di calcolo della pensione, nella maggior parte dei casi, se raggiunti 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 il calcolo retributivo si applica fino al 31 dicembre 2011, e l’onere del riscatto si calcola col sistema della riserva matematica.

Come inviare la domanda

Se, invece, il corso legale di laurea si colloca in un periodo da valutare con sistema contributivo di calcolo della pensione, si può utilizzare per il calcolo dell’onere sia il sistema percentuale sia il sistema forfettario-agevolato, che comporta un costo di 5.264,49 euro per ogni anno da riscattare. Qualora il periodo del corso di studi debba essere valutato con sistema di calcolo retributivo si può comunque utilizzare il sistema forfettario agevolato. La domanda di riscatto degli anni del corso di studi universitario può essere inviata tramite il sito web dell’Inps, il call center dell’Inps, chiamando il numero 803.164 o 06.164.164 da cellulare, o tramite un patronato. Se si desidera presentare una domanda di riscatto autonomamente, bisogna accedere al portale web dell’istituto tramite le proprie credenziali dispositive (Spid, Cie o Cns) e seguire il percorso: ‘Prestazioni e servizi’, ‘Servizi’, ‘Portale riscatti -ricongiunzioni’.

Come calcolare l’onere di riscatto

Utilizzando la sezione ‘Modalità di calcolo’, si può impostare la modalità di determinazione dell’onere di riscatto. Si può richiedere che il costo del riscatto sia determinato con sistema percentuale (la retribuzione assoggettata a contribuzione negli ultimi 12 mesi viene moltiplicata per l’aliquota contributiva vigente nella gestione interessata dall’operazione, alla data di presentazione della domanda, nonché per il numero di anni da riscattare), o con sistema forfettario-agevolato (il livello minimo imponibile annuo presso la gestione Commercianti viene moltiplicato per l’aliquota di computo vigente presso il Fondo pensione dei lavoratori dipendenti, pari al 33%, nonché per il numero di anni da riscattare).

Come pagare il costo del riscatto

L’onere di riscatto si può pagare utilizzando l’Avviso di pagamento pagoPA, stampabile attraverso il Portale dei pagamenti, accedendo al sito dell’Inps tramite le proprie credenziali di autenticazione dal percorso: ‘Prestazioni e servizi, Servizi, Portale dei pagamenti, Riscatti Ricongiunzioni e Rendite, Entra nel servizio’. In alternativa, si può richiedere l’invio tramite posta o e-mail dell’avviso di pagamento pagoPA al call center dell’istituto. L’avviso di pagamento pagoPA si può saldare online dal sito dell’Inps, utilizzando la carta di credito/debito, l’addebito in conto corrente o altri metodi di pagamento. Oppure, in banca, tramite home banking, alle Poste o presso esercenti convenzionati. O ancora, con addebito diretto sul conto.

Come si elimina il calcare dall’acqua del rubinetto?

Quello del calcare nell’acqua di rubinetto è un problema che riguarda tantissime persone. Ci sono in particolare alcune zone d’Italia maggiormente interessate da questo problema, dato che buona parte del sottosuolo italiano vanta la presenza di roccia calcarea.

Bisogna sapere in proposito che il calcare presente nell’acqua di rubinetto altro non è che è un’elevata quantità di carbonato di magnesio, calcio e manganese.

È facile riscontrarne la presenza in quanto l’acqua eccessivamente ricca di calcare appare come leggermente torbida e soprattutto lascia un residuo biancastro su superfici quali lavelli, piatti doccia e pavimenti.

Per comprendere quanto sia dura l’acqua cui abbiamo accesso dal rubinetto di casa è sufficiente fare questo tipo di paragone: bisogna far bollire un litro d’acqua di rubinetto in un pentolino, farla evaporare del tutto e vedere quale residuo rimane nel pentolino alla fine.

Alla stessa maniera bisogna successivamente prendere un litro d’ acqua minerale del supermercato e farla bollire completamente. A questo punto si può fare un paragone tra i due mucchetti di sali minerali che saranno rimasti sul fondo dei due pentolini. Certamente l’acqua più è dura maggiore sarà il suo residuo solido rimasto dopo la completa evaporazione dell’acqua.

Il calcare fa male alla salute?

Una delle domande più ricorrenti quando si scopre che l’acqua cui si ha accesso dal rubinetto di casa è troppo ricca di calcare è se questo faccia male alla salute.

Di norma gli elementi sopra citati, dunque il calcio ed il magnesio, non sono pericolosi per la salute. Dunque il calcare che di norma è possibile trovare nell’acqua di rubinetto non ha conseguenze negative per la nostra salute.

Chiaramente nel caso in cui vi siano delle esigenze particolari di salute, come ad esempio eventuali necessità legate ai calcoli renali, è preferibile bere un’acqua meno dura e dunque più leggera.

Acqua più “leggera” significa un’acqua che ha una quantità di sali minerali molto più bassa rispetto quella che presenta un acqua particolarmente ricca di calcare.

In che modo è possibile eliminare il calcare dall’acqua?

Ci sono alcuni dispositivi che riescono brillantemente ad eliminare il calcare dall’acqua e renderla decisamente più sicura, perfettamente potabile e gli conferiscono un miglior sapore. Questi dispositivi sono i depuratori d’acqua.

Puoi scegliere il miglior depuratore acqua in base alle caratteristiche dell’acqua che arriva fino in casa tua. Vi sono ad esempio i depuratori ad osmosi inversa che sfruttano una particolare membrana che blocca sostanze quali calcio, magnesio e piombo, tra le altre.

Gli addolcitori invece vanno a rimuovere calcio e magnesio sostituendolo con del sale.

Ci sono poi i depuratori con scambio ionico e degli appositi filtri per la rimozione del calcare; questi ultimi sfruttano filtri al carbone attivo prodotti per rimuovere ferro e manganese e addolcire l’acqua. Dunque tutto dipende dal tipo di acqua che arriva fino in casa tua.

Quali sono i vantaggi di un depuratore d’acqua?

Tra i principali vantaggi del adottare un depuratore d’acqua vi sono:

  • La certezza di bere un acqua perfettamente idonea al consumo alimentare
  • Bere un acqua che ha un miglior sapore
  • Risparmiare notevolmente rispetto l’acqua minerale del supermercato
  • Evitare la formazione del calcare negli elettrodomestici di casa
  • Evitare che il calcare possa rovinare lavelli, lavandini e piatti doccia

Conclusione

Dunque i motivi per i quali fai bene a fare installare un depuratore d’acqua domestico sono veramente tanti. Alcuni di questi sono legati alla tua salute, altri alla salvaguardia degli elettrodomestici e complementi d’arredo di casa.

In ultima analisi, grazie ad un depuratore d’acqua domestico avrai un notevole risparmio sull’approvvigionamento amento idrico e contribuirai a salvaguardare l’ambiente.

Capodanno 2022, record per l’agroalimentare Made in Italy nel mondo

Nel periodo delle feste di Natale e Capodanno l’export alimentare Made in Italy ha raggiunto i 4,4 miliardi di euro, l’11% in più rispetto allo scorso anno. Si tratta di un record storico: la proiezione della Coldiretti su dati Istat del commercio estero relativa al mese di dicembre 2021, registra infatti un aumento a doppia cifra per il valore delle esportazioni dei prodotti tipici del Natale, dallo spumante (+29%) ai panettoni (+25%), fino al caviale Made in Italy, che con un +146% segna un boom sui mercati internazionali.

A guidare la classifica del Natale all’estero è lo spumante

Sempre più gettonate sono anche le paste farcite tradizionali, come i tortellini (+4%), o i formaggi italiani, che registrano un aumento in valore delle esportazioni del 12%, o ancora prosciutti, cotechini e salumi (+12%). Ma a guidare la classifica di questo Natale all’estero è lo spumante italiano, che traina l’intero settore dei vini, per i quali si segnala complessivamente un aumento del 15%.
Del resto, le vittorie ‘in trasferta’ dell’agroalimentare tricolore non si contano più, dalla crescita della birra italiana (+10%) nella Germania dell’Oktoberfest a quella del caviale (+150%) nella Russia del beluga.

Un settore uscito dalla crisi più forte di prima

Un trend che dimostra come il settore agroalimentare sia uscito dalla crisi generata dalla pandemia più forte di prima, tanto da raggiungere a fine anno il record storico nelle esportazioni con una quota di 52 miliardi, il massimo di sempre. Il successo dell’export spinge anche il valore complessivo della filiera agroalimentare, che nel 2021, nonostante le difficoltà legate alla pandemia, è diventata la prima ricchezza dell’Italia, per un valore di 575 miliardi di euro e un aumento del 7% rispetto all’anno precedente.

Dal campo alla tavola: una filiera che vale quasi un quarto del Pil nazionale 

Il risultato è che il Made in Italy a tavola oggi vale quasi un quarto del Pil nazionale, riporta Adnkronos, e dal campo alla tavola vede impegnati 4 milioni di lavoratori in 740 mila aziende agricole, 70 mila industrie alimentari, oltre 330 mila realtà della ristorazione e 230 mila punti vendita al dettaglio. Una rete diffusa lungo tutto il territorio che viene quotidianamente rifornita dalle campagne italiane, dove stalle, serre e aziende hanno continuato a produrre nonostante le difficoltà legate al Covid, garantendo le forniture di prodotti alimentari non solo sulle tavole degli italiani, ma in tutto il mondo.