Bagagli: oltre 4,7 milioni di italiani li hanno smarriti nell’ultimo anno

Nell’ultimo anno oltre 4,7 milioni di italiani hanno subito il furto o hanno smarrito i bagagli viaggiando in aereo.
Nell’8% dei casi, pari a 1,5 milioni di viaggiatori, la valigia è stata consegnata in ritardo, mentre a quasi 549mila è stata rubata in aeroporto.
Per il 16,8% dei vacanzieri, ovvero, poco più di 4 milioni di italiani, il bagaglio è stato smarrito dalla compagnia aerea e non è stato più ritrovato. 

Non è un caso che a giugno 2025 la ricerca online di prodotti assicurativi legati alle vacanze sia aumentata del 5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Emerge dall’indagine commissionata da Facile.it a EMG Different.

Tutelarsi dagli imprevisti

L’assicurazione smarrimento bagagli è infatti una copertura che normalmente viene proposta come estensione alla tradizionale polizza viaggio che tutela l’assicurato in caso di smarrimento, danneggiamento o ritardata consegna delle valigie da parte del vettore aereo, o in caso di furto bagagli durante la vacanza.

“Le assicurazioni viaggio tutelano i contraenti da una vasta gamma di imprevisti che possono sopraggiungere durante una vacanza, tra cui anche lo smarrimento, il furto o la ritardata consegna delle valigie – spiega Andrea Ghizzoni, Managing Director assicurazioni di Facile.it -. In casi come questi l’assicurazione interviene non solo rimborsando il valore dei beni contenuti, ma anche coprendo le spese sostenute per gli acquisti di prima necessità”.

Attenzione alle esclusioni dal rimborso

Nel caso di smarrimento definitivo o furto, la polizza rimborserà, nei limiti dei massimali, il valore dei beni perduti.
Attenzione alle esclusioni: alcune assicurazioni, ad esempio, non coprono oggetti come smartphone, tablet, pc e fotocamere, altre, invece, applicano massimali ridotti. Denaro contante, assegni e oggetti d’arte normalmente non vengono rimborsati.

Se la valigia conteneva anche documenti come passaporto, carta di identità o patente, nella maggior parte dei casi l’assicurazione viaggio fornisce un contributo economico per rifarli.
E se il sinistro è stato causato dal vettore e questi risarcisce, l’assicurato sarà indennizzato dalla propria società assicurativa solo dopo aver dedotto l’importo liquidato dalla compagnia aerea.

La polizza vale anche per carrozzine e passeggini

Nel caso di bagaglio consegnato in ritardo, invece, l’assicurazione rimborsa all’assicurato le spese sostenute per acquisti di beni di prima necessità. La definizione di ritardo può però variare da compagnia a compagnia, ma normalmente devono trascorrere almeno 12 ore dall’orario di arrivo previsto.

Le polizze smarrimento bagagli non coprono mai i danni agevolati da dolo o colpa grave dell’assicurato, ovvero, nel caso in cui gli oggetti vengano lasciati incustoditi in qualsiasi momento, in caso di dimenticanza, incuria o perdita da parte dell’assicurato. La garanzia è operante non solo per valigie e borse, ma anche per carrozzine e passeggini.
Per quanto riguarda i prezzi, partono da circa 22 euro per due settimane di viaggio in Europa e da 38 euro per due settimane negli Stati Unita d’America.

Estate e salute: in valigia gli italiani mettono un kit di automedicazione 

A confermarlo è l’indagine che Human Highway ha realizzato per Assosalute, l’Associazione nazionale farmaci di automedicazione parte di Federchimica: per gli italiani il kit di automedicazione è un alleato fondamentale da portare in vacanza.
Si tratta di una consuetudine sempre più diffusa, che cresce soprattutto tra le donne e tra gli over 55, le due categorie più attente al benessere anche lontano da casa. 

Con l’arrivo dell’estate e la voglia di partire per le ferie gli italiani non dimenticano di mettere in valigia il necessario per non trovarsi impreparati a gestire piccoli problemi di salute.
Tanto che sono 9 italiani su 10, il 90%, a preparare un kit con almeno un farmaco da banco prima di partire.

Antidolorifici, antinfiammatori, farmaci gastrointestinali e antipiretici

Secondo i dati della ricerca nella valigia dei villeggianti italiani si trovano in media 2,8 farmaci da banco, un numero inferiore ai 3 farmaci nelle valigie dei residenti nel Nord Italia, tra le donne e tra chi ha più di 55 anni.

I dati raccolti dalla ricerca restituiscono poi una fotografia chiara delle abitudini di automedicazione in vacanza. Tra i prodotti più comuni nei kit estivi spiccano antidolorifici e antinfiammatori, scelti da quasi due italiani su tre (65%), con un picco del 75% tra le donne, i farmaci gastrointestinali, presenti nel 48% dei kit, soprattutto in quelli degli over 55, e gli antipiretici, scelti dal 43% dei vacanzieri, in particolare, da donne e over 55.

C’è chi utilizza un set predefinito e chi lo adatta alla destinazione

Inoltre, nei bagagli gli italiani mettono anche antistaminici e antipruriginosi, considerati indispensabili dal 32% degli intervistati, disinfettanti e prodotti contro le scottature solari, presenti nel kit di circa un italiano su tre, oltre a farmaci contro il mal di gola, portati dal 17%, e i rimedi per la cinetosi (mal d’auto o mal di mare), fondamentali per chi ne soffre, anche se solo il 13% li include.

Le scelte non sono casuali. Il 37% degli italiani personalizza il proprio kit in base a esperienze passate, mentre il 34% utilizza sempre lo stesso set predefinito.
Un altro 29%, poi, adatta i farmaci alla destinazione del viaggio, e il 20% tiene conto anche della durata della vacanza.

Come e dove conservare i farmaci quando fa caldo?

Assosalute accompagna i risultati della ricerca con un vademecum per la preparazione del kit di automedicazione, sottolineando l’importanza di scegliere i medicinali in base alla meta e alle esigenze personali, ma sempre con il supporto del farmacista o del medico.

Un aspetto fondamentale è anche una corretta conservazione dei farmaci in estate. Assosalute consiglia infatti di evitare temperature elevate e preferire contenitori termici rigidi. E se si viaggia in aereo è meglio tenere i farmaci all’interno del bagaglio a mano.

Industria e sicurezza digitale: troppe falle mettono a rischio le aziende

Un’indagine evidenzia gravi ritardi nella protezione dei sistemi industriali: tra aggiornamenti rari e test sporadici, cresce la vulnerabilità agli attacchi informatici

Cyber minacce in crescita, ma la prevenzione resta indietro

L’infrastruttura industriale è sempre più interconnessa, ma connettività e innovazione portano con sé un’altra faccia della medaglia: una superficie di attacco in costante espansione. È quanto emerge da uno studio congiunto di Kaspersky e VDC Research, intitolato “Securing OT with Purpose-built Solutions”, che mette in luce il divario tra l’evoluzione tecnologica e la maturità nella difesa informatica.

La ricerca ha coinvolto oltre 250 responsabili IT e OT nei settori dell’energia, dei trasporti, delle utility e della produzione industriale, con l’obiettivo di analizzare come le aziende stanno affrontando – o trascurando – la protezione dei sistemi operativi industriali.

Valutazioni di sicurezza troppo sporadiche

Uno degli aspetti più critici riguarda la mancanza di controlli sistematici. In Europa, Medio Oriente e Africa (EMEA), meno di un’azienda su tre effettua verifiche mensili per identificare vulnerabilità nei propri sistemi. Una quota rilevante – quasi il 20% – lo fa appena una o due volte all’anno, mentre il 4% interviene solo quando si presenta un problema concreto.

L’assenza di test periodici espone le aziende a intrusioni informatiche che possono causare danni estesi: interruzioni delle attività produttive, furti di dati, costi elevati e, non da ultimo, perdita di fiducia da parte dei clienti.

Patch applicate con lentezza: una minaccia concreta

Anche l’aggiornamento dei software critici segue una frequenza insufficiente. Solo il 34% circa delle aziende installa aggiornamenti su base mensile, mentre quasi la metà lo fa solo ogni pochi mesi. Ancora peggio, il 17% aggiorna una o due volte l’anno, lasciando aperte potenziali falle sfruttabili dai cybercriminali.

Negli ambienti OT, aggiornare richiede pianificazione e competenze specifiche: molti dispositivi sono obsoleti, altri non supportano patch regolari e spesso mancano risorse per fermare la produzione senza impatto economico.

L’espansione dell’IoT industriale complica il quadro

Il crescente impiego di sensori intelligenti, videocamere e dispositivi connessi all’interno degli impianti ha ampliato la superficie di attacco. La convergenza tra tecnologie IT e OT richiede nuove strategie di difesa che tengano conto della natura ibrida e interconnessa di questi ambienti.

Sicurezza integrata e progettata fin dall’inizio

Per affrontare queste criticità, Kaspersky propone una soluzione pensata per le esigenze industriali: Kaspersky Industrial CyberSecurity (KICS). Si tratta di una piattaforma unificata che consente di mappare i dispositivi OT, gestire i rischi in tempo reale e mantenere un controllo centralizzato anche su infrastrutture complesse.

“La nostra visione si basa sul principio di Cyber Immunity, ovvero sistemi progettati per resistere agli attacchi fin dall’architettura di base”, afferma Dmitry Lukiyan, responsabile della Business Unit KasperskyOS. “A differenza dei modelli tradizionali, non serve intervenire continuamente con aggiornamenti: la sicurezza è integrata nel design stesso”.

Verso una nuova cultura della protezione OT

Il futuro della sicurezza industriale passa dalla capacità di adattarsi a un mondo sempre più digitale.
Dalla mappatura completa degli asset alla definizione di una strategia di difesa “by design”, ogni passo è cruciale per ridurre l’esposizione ai rischi informatici e garantire continuità, efficienza e affidabilità agli impianti industriali del domani.

Il sales del futuro punta su strategia, consulenza e attenzione al cliente

Per il comparto dei servizi il 2025 è un anno di grande fermento, spinto dall’innovazione tecnologica e dal cambiamento delle esigenze dei clienti.
Secondo i dati elaborati da Hunters Group, nell’ultimo anno le richieste per i professionisti della vendita, società di ricerca e selezione di personale qualificato sono cresciute del 12%.

“In questo scenario le figure commerciali stanno assumendo un ruolo sempre più centrale – spiega Davide Cambianica, manager della divisione sales & marketing di Hunters Group -: le aziende, infatti, non cercano più semplici venditori, ma professionisti capaci di proporre soluzioni, costruire relazioni durature, comprendere le dinamiche di mercato e orientare il cliente in un contesto spesso altamente competitivo”.

La selezione di figure commerciali è cruciale per le aziende

Si tratta di profili che devono unire competenze specialistiche e capacità trasversali.
“Serve visione strategica, ascolto, adattabilità, ma anche la capacità di dialogare con interlocutori diversi e promuovere servizi che spesso richiedono un elevato grado di personalizzazione – aggiunge Cambianica -. È proprio in questi contesti che la ricerca e selezione di figure commerciali diventa un passaggio cruciale per le aziende che vogliono fare la differenza sul mercato e generare vero valore”.

Il sales di successo è un consulente capace di interpretare i dati e in grado di parlare con marketing e operations. Il professionista sales del futuro deve saper ascoltare, analizzare, proporre soluzioni e creare relazioni di fiducia.

La combinazione vincente di competenze tecniche e soft skill

In un momento storico ricco di sfide come quello attuale, si deve ‘vendere con’ e non ‘vendere a’. Questo è possibile grazie a una profonda conoscenza del mercato e dei clienti, e alla collaborazione con tutta l’organizzazione.
Serve infatti una combinazione di competenze tecniche e soft skill, negoziazione, empatia, resilienza, orientamento al risultato. Ma anche spirito di squadra, ascolto attivo e capacità di apprendere in continuazione.

Il sales del  futuro legge i numeri, interpreta KPI e metriche e orienta le proprie azioni per ottenere i risultati migliori.
Non è un caso che nel 2025 le figure commerciali più richieste in Italia si concentrino su competenze digitali avanzate, marketing strategico e gestione delle vendite in ambito tecnologico.

Le tre figure più richieste

Le prime tre posizioni sono occupate da e-commerce manager, technical sales specialist e marketing and communication specialist.
Con l’espansione del commercio online, l’e-commerce manager è fondamentale per gestire piattaforme di vendita digitali, sviluppare strategie di marketing online e ottimizzare l’esperienza utente.

Il technical sales specialist, un professionista con competenze tecniche e commerciali in grado di vendere prodotti e servizi complessi, combina conoscenze tecniche con abilità di vendita. Una figura sempre più richiesta per la vendita di prodotti e servizi complessi.
Il marketing and communication specialist è invece uno specialista fondamentale per gran parte delle aziende, poiché in grado di sviluppare e implementare strategie comunicative per promuovere prodotti, servizi e l’immagine dell’azienda.

I giovani vanno a lavorare all’estero, ma poi sono pronti a tornare in Italia

Non si tratta solo di ottenere salari più competitivi (91,5%): i giovani italiani scelgono di andare all’estero anche per trovare valorizzazione del merito (78%), reali opportunità di crescita professionale (71,2%) e una maggiore cultura manageriale nelle imprese (42,9%).

I giovani partono per formarsi, crescere e sperimentare nuovi contesti professionali, ma due giovani su tre considerano possibile un ritorno in Italia, a patto che si creino condizioni più favorevoli. 
Secondo i risultati del dossier realizzato dalla Fondazione studi consulenti del lavoro, dal titolo Giovani all’estero: tra opportunità di lavoro e voglia di crescita, la mobilità giovanile all’estero è in aumento. Ma è sempre più consapevole, progettuale, e spesso temporanea.

In dieci anni +107,2% “fughe” dall’Italia

Nel 2024, secondo i dati Istat diffusi ad aprile 2025, oltre 93.000 giovani tra 18 e 39 anni hanno trasferito la propria residenza all’estero, segnando un incremento del 107,2% rispetto al 2014 (45.000).

Nello stesso anno, però, sono rientrati quasi 22.00 giovani italiani su un totale di quasi 53.000 rientri, una cifra percentualmente in aumento rispetto al passato. Un dato che fotografa l’espansione di un fenomeno che, alla luce dei dati, non può più essere letto solo in termini di ‘fuga di cervelli’. Solo il 26,5% dei giovani intervistati ha indicato la mancanza di lavoro in Italia come motivo principale della partenza.
Più spesso a motivare la scelta sono il desiderio di fare un’esperienza diversa (40,5%), la disponibilità di una buona opportunità (22,5%) e la volontà di arricchire il proprio curriculum in chiave internazionale (18,5%).

Soddisfatti dell’esperienza, ma…

Si tratta di un fenomeno trasversale che interessa tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud, e che riflette l’evoluzione di una generazione sempre più orientata verso carriere globali.
Ma vivere all’estero non sempre si traduce in un miglioramento della qualità della vita. L’indagine, condotta su un campione significativo di giovani italiani espatriati o rientrati negli ultimi cinque anni, evidenzia numerose criticità.

Sebbene il 57,9% si dichiari molto soddisfatto dell’esperienza fatta, solo il 19,4% valuta molto positivamente la qualità delle relazioni personali, il 21,4% esprime giudizi negativi sulla meritocrazia e il 64,8% segnala l’elevato costo della vita come fattore penalizzante.

Non basta trattenere i giovani, bisogna creare le condizioni per farli restare

“Oggi – commenta Rosario De Luca, presidente del Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, come riferisce Adnkronos. – la sfida non è solo trattenere i giovani, ma creare le condizioni perché abbiano voglia di restare, o di tornare. È tempo di costruire un Paese in grado di competere e attrarre talento. Per riuscirci, dobbiamo continuare a investire sull’attrattività del sistema Italia: creando le condizioni per un lavoro sicuro e di qualità, accrescendo il potere di acquisto dei salari e aumentando i servizi per favorire la conciliazione vita/lavoro”

Costruzioni: aumenta il fatturato per 1 impresa lombarda su 3, ma pesa carenza di manodopera

L’Osservatorio SAIE, realizzato in collaborazione con Nomisma, rivela l’andamento del settore delle costruzioni in Lombardia nel 2024 e raccoglie le opinioni delle imprese di produzione, distribuzione e servizi di edilizia e impianti.
L’anno passato il settore ha attraversato una fase nel complesso positiva. In particolare, nell’ultimo trimestre del 2024, il 33% delle imprese ha registrato una crescita del fatturato, mentre un ulteriore 43% ha mantenuto stabili i ricavi.

Consolidano la fiducia, il portafoglio ordini, giudicato adeguato dal 62% delle imprese lombarde (contro il 55% a livello nazionale) e l’aumento dei salari in circa 1 impresa su 4.
Le aspettative per fine 2025 sono altrettanto ottimistiche: il 45% delle aziende lombarde, in linea con la media nazionale, stima un ulteriore incremento,.

La metà delle aziende prevede assunzioni ma non trova i profili

Tuttavia, a fronte di questa vitalità economica, emerge il fattore della carenza di forza lavoro qualificata. Una impresa su 2, infatti, prevede nuove assunzioni nel prossimo trimestre, ma fatica a reperire profili adeguati.
Le figure più richieste risultano impiegati e operai non specializzati (entrambi al 42%), seguiti dagli addetti altamente specializzati (26%).

Meno rilevanti, le richieste di manager (5%) e specialisti digitali/BIM (11%), a conferma della polarizzazione tra mansioni operative e competenze ad alto contenuto tecnico.
Il tema della mancanza di personale qualificato non è solo un ostacolo, ma una delle principali sfide percepite dal comparto. Il 54% delle imprese lombarde lo indica come un fattore critico, pari alla forte concorrenza (54%) e alla burocrazia (50%).

Fattori critici: incertezza normativa, costo materie prime e manodopera

A ciò si aggiungono le problematiche derivanti dall’incertezza normativa, dal costo delle materie prime e della manodopera.
Mentre il 57% delle imprese mostra un buon livello di fiducia nel proprio business, la prospettiva si fa più cauta sul fronte internazionale, con il 79% che esprime scarsa fiducia nella situazione geopolitica. 
In questo scenario, gli incentivi statali restano un elemento di sostegno importante. 

Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio, tra i più apprezzati dalle imprese figurano il Bonus ristrutturazione (33%), il Superbonus 65% (31%) e l’Ecobonus (24%).
Marginale l’impatto del Decreto Salva Casa (2%).

PNRR: le misure considerate più efficaci

Per quanto riguarda il PNRR, le misure ritenute più efficaci dalla filiera sono gli interventi sull’efficientamento e la messa in sicurezza del patrimonio edilizio pubblico (62%), seguiti dagli incentivi per il patrimonio edilizio privato (57%).
Anche i progetti per la rigenerazione urbana e l’edilizia scolastica/universitaria raccolgono riscontri positivi, con il 41% e il 40% delle imprese che ne valutano l’impatto in modo favorevole.

Un’altra iniziativa che genera apprezzamento è quella della nuova direttiva europea Casa Green, che punta ad azzerare le emissioni del patrimonio edilizio entro il 2050. Sei imprese su 10 si dichiarano fiduciose sulla sua efficacia.
Ma quali sono i benefici attesi? Espansione del mercato, valorizzazione del patrimonio immobiliare e sensibile riduzione di consumi energetici ed emissioni di CO₂.

Case: ad aprile i prezzi crescono dello 0,8%. Record a Milano

Secondo l’ultima rilevazione dell’Ufficio Studi di idealista, portale immobiliare per sviluppo tecnologico in Italia, nel mese di aprile 2025 i prezzi delle abitazioni usate in Italia sono cresciuti dello 0,8% su base mensile, portando la media nazionale a 1.815 euro al metro quadro.
Il mercato residenziale italiano prosegue quindi lungo un sentiero di consolidamento dei valori. E l’andamento congiunturale conferma una dinamica positiva in ampia parte del territorio.

La dinamica rialzista investe il 68% dei comuni capoluogo, con rincari più marcati a Rovigo (4,5%), Lodi (3,1%) e Como (2,7%). Tra i grandi mercati si segnalano, sempre in terreno positivo, Venezia (2%), Milano (1,8%), Firenze (1,7%), Roma e Palermo, entrambe con il +1,2%).

Milano regina del mercato

Sul fronte dei prezzi unitari, Milano si conferma regina del mercato immobiliare, raggiungendo un nuovo massimo storico di 5.073 euro al metro quadro, seguita da Venezia, con 4.651 euro al metro quadro e Bolzano (4.612 euro al metro quadro). Nella top ten anche Firenze (4.460 euro/mq), Roma (3.163 euro/mq) e Napoli (2.712 euro/mq).

In coda alla classifica, si posizionano Caltanissetta (692 euro al metro quadro), Ragusa (721 euro/mq) e Biella (779 euro/mq), che rappresentano i mercati più accessibili per chi intende acquistare un immobile.

Tredici Regioni registrano rialzi

Sono 13 le regioni che registrano rialzi, 3 in flessione, e 4 (Calabria, Umbria, Sicilia e Calabria) mostrano valori stabili.
Le performance migliori sono in Lombardia (2,1%), Valle d’Aosta (1,4%), Trentino-Alto Adige (1,2%) e Toscana (1%).

Altri incrementi, ma sotto la media nazionale (0,8%), vanno dallo 0,7% del Lazio allo 0,1% dell’Abruzzo.
Dal lato opposto, si rilevano ribassi limitati in Basilicata (-0,7%), Molise (-0,4%) e Puglia (-0,1%).
Il Trentino-Alto Adige si conferma la regione con il valore unitario più elevato (3.117 euro/mq), seguita da Valle d’Aosta (2.576 euro/mq, Liguria (2.467 euro/mq) e Toscana (2.361 euro/mq).
Anche Lombardia (2.212 euro/mq), Lazio (2.115 euro/mq) ed Emilia-Romagna (1.831 euro/mq) registrano valori superiori alla media nazionale. Con i suoi 910 euro di media la Calabria è la regione più economica.

Si consolida il trend positivo anche a livello provinciale

Su scala provinciale, si consolida il trend positivo: 69 province registrano aumenti nei valori al metro quadro.
Spiccano le performance di Sondrio (3,4%), Milano (2,4%) e Vercelli (2,2%). 
Tra le province in crescita figurano anche le aree dei principali mercati metropolitani italiani, con aumenti a Firenze (1,9%), Roma (1%), Venezia (0,7%), Napoli (0,6%), Bari (0,2%), Palermo (0,1%).
Tra le province in calo, le flessioni più significative si osservano a Isernia (-2,5%), Nuoro (-2%) e Salerno (-1,4%).

Valori stabili in dieci aree, tra cui Torino.
Bolzano resta la provincia con la quotazione unitaria più alta d’Italia (4.522 euro/mq), seguita da Milano (3.547 euro/mq) e Lucca (3.179 euro/mq).
Valori unitari superiori alla media nazionale si estendono a 29 province, con Savona (3.104 euro/mq) e Verbano-Cusio-Ossola (1.822 euro/mq) a delimitare l’intervallo.

Profili green: le imprese ne richiedono 8 su 10, ma il 49,4% non è reperibile

Nel 2024, le competenze green sono ritenute necessarie con un grado elevato per il 42,9% dei profili ricercati dalle imprese. E oggi le competenze green interessano 8 assunzioni su 10, ma Il 49,4% è di difficile reperimento.
Nel 2024 la domanda di lavoratori con attitudine al risparmio energetico e formati alla sostenibilità ambientale è aumentata di 1,2 punti percentuali rispetto all’anno precedente, arrivando a oltre 4,4 milioni di assunzioni. L’80,6% del totale delle entrate programmate.

Lo evidenzia l’ultima edizione del volume ‘Le competenze green’, a cura del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, realizzato in collaborazione con il Centro Studi delle Camere di commercio G. Tagliacarne. Lo studio fa parte del Programma nazionale Giovani, donne e lavoro, cofinanziato dall’Unione europea.

Dall’edilizia alla meccanica alle scienze economiche

L’attitudine green è necessaria per gran parte dei mestieri legati al comparto dell’edilizia, quali, ad esempio i tecnici delle costruzioni civili (competenze richieste con elevata importanza al 66,6% delle entrate) e i tecnici della gestione dei cantieri edili (65,7%).
Ma non solo: questa competenza è decisiva ai fini dell’assunzione anche di tecnici meccanici (67,1%), specialisti in scienze economiche (66,4%), ingegneri energetici e meccanici (65,6%).

I risultati del Sistema Informativo Excelsior mostrano però che le difficoltà di reperimento delle imprese sono in costante aumento, e nel 2024 hanno riguardato il 47,8% del totale delle assunzioni programmate.
Inoltre, crescono all’intensificarsi dell’importanza con cui sono richieste le competenze green.

Risparmio energetico e sostenibilità ambientale: un’attitudine difficile da trovare

Quando è richiesta l’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale si rileva una difficoltà di reperimento pari al 49,4% delle entrate, quota che arriva al 51,5% nel caso siano necessarie con elevato grado di importanza.

In particolare, il possesso dell’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale è considerata fondamentale per l’assunzione a prescindere dal livello di istruzione. Le richieste maggiori si osservano per il personale con una formazione tecnologica superiore, dove è necessaria per il 90,2% delle entrate con un titolo ITS Academy, ma la domanda rimane elevata anche per chi è in possesso di qualifica o diploma professionale (85,3%), laurea (84,3%) o diploma di livello secondario (82,7%).

I titoli di studio associati all’ambiente

Tra gli indirizzi di laurea cui è associata una più elevata domanda di attitudine green si evidenziano gli altri indirizzi di ingegneria, scienze biologiche e biotecnologie, ingegneria industriale, ingegneria civile e architettura, agrario, agroalimentare e zootecnico e scienze della terra.

Tra gli ITS sono più richieste le competenze green negli ambiti dell’energia, sistema casa e ambiente costruito, sistema moda, chimica e nuove tecnologie della vita.

Giovani sempre più soli: il doppio volto della rete 

In un’epoca in cui siamo costantemente connessi, la solitudine sembra paradossalmente colpire sempre più persone. Tra i Millennial europei, oltre la metà – il 57% – dichiara di sentirsi sola, in modo più o meno marcato.

Le tradizionali occasioni di socialità, come l’ambiente lavorativo o gli incontri dal vivo, si sono ridotte, lasciando spazio a forme di relazione mediate dalla tecnologia.

Le community virtuali come rifugio emotivo

Molti giovani adulti cercano sollievo nelle piattaforme online, che diventano spazi di condivisione e confronto. Una ricerca condotta da Kaspersky, azienda specializzata nella sicurezza informatica, ha rivelato che in Italia circa un quarto dei Millennial considera positiva l’influenza delle community digitali sulla propria salute mentale.

Partecipare a gruppi virtuali può aiutare a sentirsi parte di una rete, offrendo ascolto, supporto e stimoli creativi.

Tra benefici e pericoli nascosti

Nonostante i risvolti positivi, l’ambiente online può anche rivelarsi insidioso. Il 42% dei giovani italiani trascorre almeno tre ore al giorno attivamente coinvolto in piattaforme come forum, social network o giochi online. Se da un lato ciò alimenta la possibilità di creare legami, dall’altro aumenta l’esposizione a dinamiche poco autentiche e potenzialmente dannose.

Il 66% degli intervistati afferma di aver incontrato persone che hanno fornito informazioni false su se stesse, un dato che solleva preoccupazioni in merito alla fiducia e alla trasparenza delle relazioni digitali.

Un uso consapevole per evitare effetti collaterali

Non mancano gli effetti negativi: l’8% degli intervistati ha riconosciuto un peggioramento del proprio benessere emotivo a causa della partecipazione alle community online.

Inoltre, un numero crescente di utenti ammette di aver modificato la propria identità o di aver assunto una falsa personalità sui social media, alimentando così un ciclo di relazioni basate su inganni o illusioni.

Equilibrio e protezione: le parole chiave per relazioni sane

Secondo Marc Rivero, esperto di sicurezza informatica per Kaspersky, l’accesso a queste piattaforme dovrebbe essere accompagnato da attenzione e senso critico.

È essenziale prestare cura a ciò che si condivide, evitare l’esposizione di informazioni troppo personali e mantenere un atteggiamento vigile nei confronti di possibili truffe, manipolazioni e comportamenti dannosi.

Il valore delle connessioni autentiche

Le interazioni digitali fanno ormai parte integrante della vita quotidiana dei Millennial. Tuttavia, per mantenere un rapporto sano con la rete, è importante riconoscere i limiti delle relazioni virtuali e promuovere un uso equilibrato delle piattaforme.

La connessione può essere una risorsa preziosa, ma solo se utilizzata con consapevolezza, attenzione e rispetto di sé e degli altri.

Per le tasse ambientali le imprese versano 21 miliardi all’anno 

Sebbene ogni anno le imprese italiane paghino allo Stato e alle sue articolazioni periferiche 21 miliardi di euro di imposte ambientali, dall’inizio del prossimo anno dovranno stipulare anche la cosiddetta polizza catastrofale.
Si tratta di un provvedimento introdotto dal regolamento attuativo pubblicato in Gazzetta Ufficiale verso la fine di febbraio.

Nonostante la destinazione di queste risorse non sia vincolata, parte di esse potrebbe essere utilizzata per la pulizia dell’alveo dei fiumi, per la manutenzione degli argini e delle rive, per la realizzazione dei bacini di laminazione o le casse di espansione. Ovvero, interventi che dovrebbero prevenire o mitigare molti eventi calamitosi che non si è in grado evitare.
In realtà, sostiene l’Ufficio studi della CGIA, queste opere non si fanno da almeno qualche decennio, oppure vengono realizzate solo dopo che il disastro si è verificato.

L’obbligo della polizza anti catastrofe

In buona sostanza, al netto della confusione e dell’incertezze, tra qualche mese le imprese si troveranno a pagare due volte la protezione ambientale: una con le imposte allo Stato centrale e agli enti locali, e un’altra sottoscrivendo una polizza con le compagnie assicurative private. 
Una delle motivazioni che sta a monte dell’introduzione di questa misura è legata ai ritardi ‘biblici’ dei rimborsi statali.

È vero, spesso questi ultimi vengono erogati quando le attività colpite hanno già chiuso definitivamente perché piegate dai danni subiti. Con l’intervento delle assicurazioni, invece, gli aiuti dovrebbero arrivare nel giro di poche settimane, permettendo così alle aziende danneggiate di riprendere rapidamente l’attività.

Lo Stato si allontana da welfare e ambiente

La misura dovrebbe però essere accompagnata da una corrispondente riduzione delle tasse ambientali, altrimenti le aziende saranno costrette a sostenere un doppio onere. 
Si teme, invece, che le imposte ambientali siano destinate ad aumentare, specialmente quelle degli enti locali, che negli ultimi due anni sono tornate a crescere per mantenere i bilanci in equilibrio. 

Inoltre, è necessario riflettere su un altro aspetto. Negli ultimi 25 anni è avvenuto un progressivo allontanamento dello Stato dal settore sociale (previdenza, sicurezza, sanità), e ora anche da quello della protezione ambientale, lasciando così sempre più spazio ai privati.

Cittadini e aziende pagano due volte

Se è questa la direzione intrapresa dallo Stato, non si può far gravare sulle famiglie e sulle imprese due volte il costo dell’ambiente.
In sostanza, se i privati stanno acquisendo sempre più quote di ‘mercato’, le tasse pagate dagli italiani al fine di garantire questi servizi devono essere ridotte. Cosa che finora non si è verificata. 

Dei 21 miliardi di euro di imposte ambientali versati dalle imprese private nel 2022, i settori più ‘tartassati’ sono quelli energivori (fornitura energia elettrica, gas, vapore…) con 5,3 miliardi di euro, seguiti dalle imprese manifatturiere, con 5 miliardi, e i trasporti, con 3 miliardi. Il gettito ascrivibile a questi tre settori incide sull’importo totale per il 63,7%.