Quantum: perché il 2025 segna un prima e un dopo

Il 2025 verrà ricordato come l’anno in cui il mondo ha smesso di considerare le tecnologie quantistiche come qualcosa di futuristico e lontano. Le Nazioni Unite le hanno celebrate con l’“Anno Internazionale delle Scienze e Tecnologie Quantistiche”, e non è stato un gesto simbolico: è il segno di un cambiamento reale.

Secondo l’Osservatorio Quantum Computing & Communication del Politecnico di Milano, che ha presentato i suoi dati durante l’evento “Quantum Shift: the future starts now”, siamo di fronte a una fase nuova. Una fase in cui ricerca, industria e governi iniziano davvero a muoversi nella stessa direzione.

Gli Stati Uniti viaggiano a velocità doppia

In dieci anni, i governi di mezzo mondo hanno stanziato oltre 50 miliardi di dollari per iniziative legate al quantum. Una cifra enorme, che però impallidisce davanti ai numeri del settore privato: solo nel 2025 le aziende specializzate hanno raccolto più di 9 miliardi, superando tutto ciò che avevano ottenuto nei cinque anni precedenti messi insieme.

Il punto è che la fetta più grande di questi investimenti finisce negli Stati Uniti. E non sorprende: giganti come Google, Amazon, Microsoft e IBM stanno lavorando sul quantum con una determinazione quasi silenziosa, ma capace di spostare l’ago della bilancia come pochi altri settori oggi.

L’Europa prova a rimettersi in carreggiata

Dopo anni di tentennamenti, anche Bruxelles ha deciso di fare sul serio. Nel 2025 ha messo nero su bianco la sua prima strategia condivisa sul quantum, e nel 2026 arriverà il Quantum Act, un passo atteso da tempo.

L’obiettivo è chiaro: evitare di ripetere gli errori commessi con il cloud e con l’intelligenza artificiale, dove l’Europa è arrivata a rincorrere troppo tardi. Questa volta, l’ambizione è di giocarsi un ruolo da protagonista entro il 2030.
E non si parla più solo di innovazione: le tecnologie quantistiche hanno implicazioni fortissime anche sulla sicurezza, sulla difesa e sulla protezione dei dati. Non è più solo una questione “tecnica”.

L’Italia si muove, ma servono i fondi

Anche l’Italia ha definito una strategia nazionale, pensata insieme a ministeri, università e imprese. Sulla carta è un buon punto di partenza; nella pratica, manca ancora l’elemento più concreto: i finanziamenti.

I 200 milioni annui previsti non sono stati ancora stanziati, e questo rischia di mettere in difficoltà un ecosistema che sta finalmente iniziando a prendere forma, tra centri di ricerca fotonica, nuovi corsi universitari e qualche startup che ha cominciato a farsi notare.

Il domani si costruisce oggi

Gli esperti dell’Osservatorio ricordano che il quantum è un po’ come l’informatica degli anni ’50: pieno di potenziale, ma senza garanzie.

Una cosa però è certa: chi investirà adesso – con idee chiare e strategie coerenti – avrà in mano un pezzo importante della tecnologia dei prossimi decenni. Il resto rischia di diventare spettatore.

Anti-spoofing: ora il filtro è attivo anche per i numeri da cellulare

Il 6 novembre l’Agcom ha stabilito alcune disposizioni attuative per rafforzare il contrasto al fenomeno dello spoofing. Se la disposizione in vigore dal 19 agosto riguardava le chiamate con CLI (Calling Line Identification, l’identità del chiamante) da rete fissa, dal 19 novembre è infatti prevista l’estensione del blocco anche alle chiamate con CLI di rete mobile. 

Lo spoofing consiste nella manipolazione del CLI con l’obiettivo di renderlo irriconoscibile e non richiamabile.
Questo stratagemma ostacola l’identificazione dei responsabili delle numerose chiamate moleste che affliggono gli utenti. Ciò è vero, in particolare, per le chiamate telefoniche che hanno origine all’estero e che costituiscono la porzione di gran lunga predominante del fenomeno. 

L’intervento include tutte le tipologie di numerazione

Il nuovo provvedimento amplia il perimetro di intervento, includendo tutte le tipologie di numerazione mobili, comprese quelle relative ai servizi mobili e personali specializzati (come, ad esempio, quelli satellitari) e quelle dedicate ai servizi di comunicazione tra dispositivi cosiddetti machine-to-machine.
Sono state inoltre definite alcune indicazioni operative per gli operatori. 

Tra le novità, l’introduzione di una procedura semplificata per il blocco preventivo delle chiamate provenienti da operatori mobili che non generano chiamate vocali dall’estero, come quelli focalizzati su servizi automatizzati di tipo machine-to-machine.

Blocco delle chiamate in roaming internazionale se non è verificabile

È stato inoltre previsto il blocco delle chiamate provenienti dall’estero con CLI di operatori mobili che non hanno realizzato le misure previste dalla delibera n. 106/25/CONS, che consente di verificare se il numero chiamante corrisponde a un utente effettivamente in roaming internazionale.

In conseguenza di tale blocco, il servizio di roaming all’estero offerto da tali operatori per le chiamate destinate in Italia risulterà sospeso fino alla realizzazione delle misure previste. Fermo restando l’obbligo per l’operatore mobile di informare con un mese di anticipo i propri clienti della sospensione del roaming e della possibilità di cambiare operatore.   

Si riducono i tentativi con falsi CLI

A settembre 2025 il blocco delle chiamate telefoniche provenienti dall’estero con CLI di rete fissa (oltre 1 miliardo e 400 milioni di chiamate) ha comportato il filtraggio di circa 20 milioni di chiamate, pari all’1,37% del traffico complessivo.

Il confronto con la percentuale rilevata nel primo periodo di applicazione della misura (luglio e agosto, 5,74% circa) evidenzia una progressiva riduzione dei tentativi di instradare sul territorio nazionale chiamate con CLI spoofing con numerazione fissa italiana.
Le percentuali osservate singolarmente per i mesi di luglio e agosto, pari rispettivamente all’8,82% e al 3,84%, offrono un ulteriore dettaglio per tale andamento decrescente. 

Imprese: aumentano quelle guidate da stranieri, +1,7% in un anno

Nei primi sei mesi dell’anno le iscrizioni di imprese guidate da stranieri hanno sfiorato 37mila unità (-267 rispetto al 2024), mentre 20.754 (-804) sono state le cessazioni, per un saldo positivo che supera le 16mila imprese. In totale, a fine giugno 2025 erano 678mila, l’1,7% in più rispetto giugno 2024. 

Secondo il report curato da InfoCamere, parte dello studio semestrale realizzato nell’ambito del progetto Futurae – Programma Imprese Migranti, a trainare l’imprenditoria straniera nel primo semestre 2025 sono state le costruzioni e l’agricoltura (+3,2% e +3,7% su base annua), che rappresentano rispettivamente il 25% e il 3% del totale.
Il commercio resta il settore più rappresentativo (275mila imprese) e segna un lieve recupero (+0,1%).
In crescita anche l’industria manifatturiera (+1,1%), dove operano oltre 50mila imprese straniere.

Le società di capitale crescono dell’11,4%

Quella straniera è una imprenditoria che in Italia si rafforza anche strutturalmente. Infatti, la crescita è generata soprattutto dalle società di capitale, che nell’ultimo anno sono aumentate dell’11,4%, superando quota 147mila, a fronte di una tenuta delle imprese individuali, che tuttavia rappresentano il 72% del totale.

Gli imprenditori stranieri scelgono soprattutto il Nord Ovest, dove si concentra il 32% delle imprese straniere in Italia. Le regioni nord-occidentali mostrano infatti la crescita più sostenuta su base annua (+3,6%), superiore a quella del Nord Est (+2,8%).
Lieve calo invece nel Mezzogiorno (-0,5%) e stabilità al Centro (+0,3%), che detengono rispettivamente la maggiore e la minore incidenza della componente straniera sul totale delle imprese.

Marocco, Romania, Cina i principali Paesi di provenienza

Prato si conferma la provincia con la maggior incidenza di imprese straniere (32,7%), seguita da Trieste (20%) e Imperia (18,2%), che sale al terzo posto al posto di Firenze (18,1%).
All’estremo opposto, è quella di Barletta-Andria-Trani la provincia con la minore incidenza.

Analizzando le sole imprese individuali, le uniche per le quali è possibile stabilire una coincidenza con il Paese di origine del titolare, emerge che Marocco, Romania e Cina sono i principali Paesi di provenienza dell’imprenditoria straniera in Italia (34% del totale), seguiti da Albania, Bangladesh e Pakistan (19%), Egitto, Nigeria e Senegal (11%).

Preferenze marcate per localizzazione e settori

Se i nati in Marocco vantano la massima incidenza nelle province dello Stretto (Catanzaro, Reggio Calabria e Messina) e operano in prevalenza nel commercio (21,6%) i romeni, molto presenti nelle costruzioni (22%), raggiungono la massima incidenza a Viterbo, Torino, Cremona.

I cinesi invece mostrano un’elevata incidenza e concentrazione in Toscana, soprattutto a Prato, con il primato assoluto del 68% e Firenze con il 27%, ma anche nelle Marche (Fermo, con 29%), con una forte concentrazione nel manifatturiero e nei servizi ricreativi e di intrattenimento. 

GenAI: a quota 61% le Risorse Umane che la utilizzano 

Secondo la ricerca “Processi di AI e impatti HR”, realizzata dall’Osservatorio Luiss Business School in collaborazione con Hrc: nel 2025 la quota di leader Hr che ha avviato o pianificato progetti di Intelligenza artificiale generativa (GenAI) è salita al 61%. Nel 2023 non toccava il 20%, fermandosi al 19%.

Questo è il segnale di “una svolta nella maturità digitale delle direzioni risorse umane delle aziende”, come si legge nel report. L’Italia, seconda potenza manifatturiera europea, oggi si trova infatti davanti a una transizione decisiva. Ovvero, integrare Intelligenza artificiale e digitalizzazione per valorizzare il proprio capitale umano, e diffondere innovazione anche oltre le ‘superstar city’.

Non una minaccia ma un alleato per migliorare efficienza e produttività

Lo studio è stato presentato nel corso del convegno Future @Work ‘Non dire domani’, l’appuntamento organizzato da Hrc Community, in collaborazione con Luiss Business School.
Secondo il prorettore Giuseppe F. Italiano e il professore Stefano Za, che hanno illustrato la ricerca, persistono però forti gap culturali e generazionali nell’approccio all’Intelligenza artificiale.

I millennial sono la fascia più predisposta al suo utilizzo. Il 90% di chi ha un’età tra 35 e 44 anni la utilizza e il 76% ne condivide suggerimenti o feedback. Al contrario, la fiducia nelle nuove tecnologie scende tra le generazioni più anziane.
In ogni caso, nel rapporto tra AI e lavoro, lo studio sottolinea come “l’Intelligenza artificiale, spesso percepita come una minaccia per l’occupazione, debba invece essere considerata un alleato strategico per migliorare efficienza, accuratezza e produttività”.

Funzioni HR: più benefici per Recruiting, Learning, Career&Development 

Quanto alle funzioni Hr che stanno beneficiando maggiormente della GenAI, sono recruiting & talent acquisition (per ridurre bias e ampliare i canali di selezione), learning & development (per creare percorsi formativi personalizzati e aggiornabili in tempo reale), performance & career development (con valutazioni più oggettive e coerenti con la strategia), people analytics (per anticipare rischi come turnover o assenteismo grazie a modelli predittivi),  ed employee engagement, per monitorare il clima organizzativo e rafforzare la componente umana della relazione lavorativa.

Necessario estendere la formazione a tutti i livelli. Non solo ai leader

“Le prime sperimentazioni – conferma lo studio -, pur concentrate in ambiti verticali, mostrano già benefici tangibili nella riduzione degli errori e nella rapidità decisionale”.

L’indagine afferma, inoltre, la necessità di “estendere la formazione a tutti i livelli, non solo ai leader, ma anche ai collaboratori, promuovendo una cultura della fiducia verso la tecnologia e la sua integrazione nei processi. L’adozione dell’AI – si legge nello studio – non può essere un esercizio tecnologico, ma una risposta a bisogni reali . Solo partendo dagli obiettivi strategici e dal valore per le persone è possibile costruire un modello di Intelligenza artificiale sostenibile e responsabile”, riporta ANSAcom in collaborazione con HRC GROUP.

Lavoro: a ottobre previste 520mila assunzioni, mismatch al 46,8%

Nonostante la contrazione della domanda di lavoro, anche a ottobre 2025 rimane elevata la difficoltà di reperimento del personale, che riguarda il 46,8% delle figure ricercate. Nel mese le imprese programmano circa 520 mila nuove assunzioni e oltre 1,3 milioni per il trimestre ottobre-dicembre, -11mila (-2,1%) rispetto a ottobre 2024 e -29mila rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.

Il settore primario prevede oltre 43mila ingressi nel mese più di 85mila nel trimestre. A ricercare maggiormente manodopera sono le imprese del comparto coltivazioni ad albero (17mila assunzioni nel mese, circa 31mila nel trimestre), delle coltivazioni di campo (13mila, 26mila).
A delineare questo scenario è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Previsioni per industria e terziario

Nel comparto industriale sono attese quasi 137 mila assunzioni nel mese e oltre 333 mila nel trimestre. Per il manifatturiero, alla ricerca di circa 85mila lavoratori nel mese e oltre 205mila nel trimestre, le maggiori opportunità di lavoro sono offerte dalle industrie della meccatronica (19mila, 49mila), dalle industrie alimentari, bevande e tabacco (17mila, 39mila) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo (15mila, 36mila). Le costruzioni mostrano una solida tenuta, con 52 mila assunzioni previste nel mese e oltre 128mila nel trimestre.

Nel terziario, dove si concentrano circa 340mila assunzioni a ottobre e oltre 893mila nel trimestre, il turismo si conferma il principale motore occupazionale (86mila, 240mila), seguito da commercio (74mila e 199mila) e servizi alla persona (66mila e 159mila).

Difficoltà di reperimento per oltre 243mila unità

Le grandi imprese (oltre 250 dipendenti) mostrano un segnale positivo, con 3mila assunzioni in più nel mese (+2,9%) e 5mila nel trimestre (+2,0%), mentre risultano in flessione le previsioni nelle altre fasce dimensionali, con una maggiore intensità nelle imprese di media dimensione (-4,1%, -4,5%).

Il tempo determinato resta la forma contrattuale prevalente, con quasi 306mila unità, pari al 58,8% del totale, seguito dai contratti a tempo indeterminato (circa 99mila, 19,0%) e da quelli di somministrazione (42mila, 8,1%). 
Ma a ottobre le imprese segnalano difficoltà di reperimento per oltre 243mila lavoratori ricercati. A risentire maggiormente del mismatch sono le industrie metallurgiche e metallifere (67,5%) e delle costruzioni (60,8%).

Cercasi 155mila under 30

Le imprese sono alla ricerca di lavoratori immigrati per coprire infatti più di 117mila ingressi programmati a ottobre, pari al 22,5% del totale contratti. Sono invece oltre 155mila i giovani under30 ricercati (30% del totale).

A livello territoriale cresce la domanda di lavoro delle imprese del Centro (+2mila nel mese e +4mila nel trimestre), mentre si segnala una contrazione per le imprese del Nord Ovest (-6mila, -15mila), del Nord Est (-3mila, -6mila) e del Sud e Isole (-5mila, -12mila nel trimestre).

Operai specializzati cercasi: la domanda c’è, l’offerta no

Nel 2024, su 5,5 milioni di nuovi ingressi previsti nel mercato del lavoro italiano, quasi 840 mila hanno riguardato operai specializzati, pari al 15% del totale.
È quanto emerge dalle analisi dell’Ufficio studi della CGIA, basate sui report di Unioncamere-Ministero del Lavoro e del Sistema Informativo Excelsior.

Una ricerca lunga e complessa

Per le imprese, trovare queste figure è diventato un percorso a ostacoli: nel 63,8 per cento dei casi i datori di lavoro hanno segnalato difficoltà di reperimento e, quando l’assunzione è andata a buon fine, il processo ha richiesto in media quasi cinque mesi. Nessun’altra categoria professionale ha mostrato ostacoli così marcati. A complicare le cose, quattro volte su dieci la selezione non è nemmeno partita per mancanza di candidati.

Le realtà più colpite sono le piccole e microimprese, per cui individuare carpentieri, fresatori, saldatori o operatori di macchine a controllo numerico resta un’impresa quasi impossibile.

Giovani e lavoro: nuove priorità

Alla base di questo squilibrio tra domanda e offerta ci sono diversi fattori. Il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione riducono la disponibilità di forza lavoro. Inoltre, molti candidati non possiedono le competenze richieste, soprattutto nei comparti manifatturieri, evidenziando il divario tra formazione scolastica e bisogni del sistema produttivo.

Rispetto al periodo pre-Covid, i giovani mostrano nuove priorità: cercano flessibilità, autonomia e più tempo libero, e sono meno propensi ad accettare incarichi con turni pesanti o nei fine settimana. Una tendenza che sembra destinata a consolidarsi.

Le competenze più difficili da trovare

Edilizia e manifattura sono i settori che soffrono di più. Nel primo caso mancano carpentieri, ponteggiatori, cartongessisti e gruisti; nel secondo, la scarsità riguarda filiere come il legno (ebanisti, restauratori), il tessile-abbigliamento (modellisti, confezionisti), il calzaturiero (tagliatori, cucitori) e la metalmeccanica (tornitori, saldatori, operatori CNC).

Nordest in affanno, Sud più “facile”

Il Nordest si conferma l’area più critica: nel 2024 il Trentino Alto Adige ha registrato un tasso di difficoltà del 56,5 per cento, seguito dal Friuli Venezia Giulia con il 55,3 e dall’Umbria con il 55. Pordenone è la provincia con i problemi maggiori (56,8 per cento), seguita da Bolzano, Trento e Gorizia.

Al contrario, il Mezzogiorno ha mostrato dati meno pesanti: in Sicilia la difficoltà si è fermata al 42 per cento, in Puglia al 41,9 e in Campania al 41.

A Milano e Roma la maggior parte delle assunzioni

Guardando al futuro, tra agosto e ottobre 2025 le imprese prevedono 1,4 milioni di nuove entrate. Milano e Roma guidano la classifica con oltre 115 mila assunzioni ciascuna, seguite da Napoli, Torino, Bari e Brescia.

Giochi da tavolo: boom di popolarità tra i Millennial

I giochi da tavolo tornano alla ribalta come attività di svago di primo piano, in grado di competere con podcast e videogiochi. A trainare questa riscoperta sono i Millennial, che dichiarano di dedicare ai giochi da tavolo un tempo simile a quello che dedicano alla lettura o alla visione dei telegiornali. Più di ogni altra generazione, il 41% di loro afferma di provare gioia nel giocare.

I dati di uno studio globale condotto da Asmodee mostrano che quasi un quarto delle persone (26%) gioca almeno una volta alla settimana, con i giochi da tavolo posizionati come seconda attività di svago più popolare dopo i videogiochi (32%) e alla pari con i podcast (29%).

Un’alternativa tangibile all’intrattenimento digitale

Il successo dei giochi da tavolo si spiega con una profonda esigenza di connessione e di evasione. Secondo lo studio, il 64% delle persone ricorre al gioco per riunire la famiglia, con un picco del 71% in Francia. Inoltre, in un’epoca caratterizzata da un senso di oppressione causato dal flusso costante di notizie negative, oltre la metà dei partecipanti (53%) cerca esperienze che favoriscano l’evasione dalla realtà.

Il gioco da tavolo risponde a questo bisogno, fungendo da ponte per le relazioni umane. Il 40% degli intervistati afferma, infatti, di trovare nei giochi un modo più semplice per aprirsi rispetto alle normali conversazioni.

Il fenomeno globale dei Board Game Café

“So per esperienza che i giochi da tavolo non sono solo un passatempo, ma anche una preziosa fonte di immaginazione, benessere, divertimento e. e convivialità tra i giocatori”, afferma Thomas Koegler, ceo di Asmodee
La riscoperta dei giochi da tavolo si manifesta in modo tangibile nella diffusione dei board game café, che stanno nascendo in tutto il mondo. Questi luoghi offrono spazi dedicati dove persone di ogni età e background possono incontrarsi, imparare e giocare insieme.

Negli Stati Uniti, Greg May, proprietario di The Uncommons a New York, descrive come il suo locale ospiti un pubblico eterogeneo e da riunioni aziendali a feste di compleanno per bambini. “È proprio questo mix che rende vivace il locale”, spiega Greg May.

Nuovo riferimento per relazionarsi e trascorrere tempo di qualità

Da Dubai a Oxford questi café dimostrano che titoli classici come Dobble o Dixit possono superare le barriere linguistiche e culturali, diventando strumenti per favorire la comunicazione e la collaborazione.

“Siamo orgogliosi di far parte di questo settore da 30 anni – dichiara Jean-Sébastien De Barros, cpo di Asmodee – È stato entusiasmante contribuire a democratizzare i giochi da tavolo come nuovo spazio di riferimento per relazionarsi e trascorrere del tempo di qualità con gli amici, creando legami ancora più forti e rendendo questo hobby divertente e accogliente”.

Milano, turismo e quotidianità: l’overtourism non è un problema

Di turismo si parla spesso in termini negativi: troppi visitatori, città invivibili, prezzi alle stelle. Ma a Milano la realtà è meno scontata.

Una ricerca di Doxa e The Data Appeal Company (Gruppo Almawave), che unisce analisi di big data e sondaggi tra i residenti, scatta la fotografia di una città multisfaccettata, dove il turismo non sempre pesa sulla vita dei cittadini. Anzi, in alcuni quartieri diventa persino un alleato della qualità urbana.

Uno studio per capire il legame tra città e visitatori

Lo studio ha messo insieme oltre 130 fonti digitali e le opinioni di più di 500 milanesi. L’obiettivo: capire come il turismo venga percepito nei diversi municipi e quali effetti porti sulla vita di chi abita la città.

Ne emerge una mappa fatta di sfumature: ci sono zone dove il numero eccessivo di visitatori crea qualche problema, ma anche quartieri in cui la presenza turistica viene vissuta come una risorsa.

I Navigli e il Centro: dove la convivenza funziona

Prendiamo i Navigli, cuore pulsante della movida cittadina. Qui la pressione turistica non manca di certo, ma i residenti dichiarano comunque una qualità della vita tra le migliori di Milano. Merito del verde urbano, delle aree pedonali, dell’offerta culturale e degli interventi di riqualificazione che hanno reso la zona più vivibile.

Simile il discorso per il Centro Storico: nonostante sia il quartiere più visitato in assoluto, il livello di soddisfazione dei residenti resta molto elevato. Il prestigio della zona, i servizi di qualità e un reddito medio tra i più alti d’Italia contribuiscono a mantenere un equilibrio positivo.

Cosa pensano i milanesi

Il sondaggio registra opinioni contrastanti tra i milanesi, anche se la gran parte riconosce al turismo la capacità di arricchire la città. Nel dettaglio, il 75% promuove i servizi essenziali, il 74% apprezza la varietà culturale e il 63% considera il turismo una spinta vitale.

Ma non manca qualche zona d’ombra. Il 77% dei milanesi indica i turisti come una delle cause principali del caro prezzi, il 59% avverte un peggioramento della qualità della vita negli ultimi tre anni e un 32% teme che la forte presenza di visitatori stia erodendo l’identità culturale della città.

Una città che cambia

Il messaggio della ricerca, raccolto nel white paper “Milano nell’era dell’overtourism”, è chiaro: non esiste un solo volto del turismo. Milano vive situazioni molto diverse a seconda delle zone. In alcuni casi i visitatori rappresentano una criticità, ma in molti altri sono una risorsa. La vera partita si gioca sull’equilibrio tra accoglienza e tutela della vita quotidiana dei residenti.

Sostenibilità: festival e concerti generano fino a 42 tonnellate di CO₂ per spettatore

Dietro l’intrattenimento si nasconde un impatto ambientale rilevante, e spesso sottovalutato. Festival musicali e concerti sono tra i momenti più attesi dell’estate. Ma il prezzo pagato in termini di sostenibilità è alto. Un singolo concerto può infatti generare fino a 42 tonnellate di CO₂ per partecipante, pari a circa 12,8 kg.

Nonostante si evidenzino segnali positivi da parte del comparto legato agli eventi musicali, che si sta riorganizzando per abbattere le proprie emissioni di CO₂, il percorso verso festival e concerti musicali “puliti” è ancora lungo. 
È quanto emerge dallo scenario delineato da ClimateSeed basato su fonti italiane e internazionali.

La componente dominante delle emissioni è il trasporto 

Materiali di scena, strutture, ristorazione e alloggi sono solo alcuni degli elementi più inquinanti di festival e concerti. Tuttavia, è il trasporto la componente dominante delle emissioni totali, soprattutto per quanto riguarda i trasporti degli spettatori e delle attrezzature.

Anche luci, suono, schermi e climatizzatori possono impattare molto su un singolo evento. Particolarmente inquinanti sono poi le emissioni date dai pernottamenti del pubblico in hotel o campeggi, soprattutto se si tratta di eventi multi-giornalieri.
Un festival medio di 3 giorni emette infatti 500 tonnellate di CO₂, pari a 5 kg per persona al giorno. Guardando invece a un solo concerto, l’emissione di 42 tonnellate di CO₂ (circa 12,8 kg per partecipante) in termini energetici si tratta di circa 86.202 kWh totali, ovvero 26 kWh per spettatore.

Cresce il numero di eventi che adotta soluzioni a basso impatto

Negli ultimi anni, diversi organizzatori del settore musicale hanno iniziato ad affrontare in modo più consapevole la questione ambientale, intraprendendo delle azioni per la riduzione della carbon footprint.
Secondo AGF – A Greener Future, infatti, è cresciuto il numero di eventi che monitorano le proprie emissioni e adottano soluzioni a basso impatto, come il trasporto locale e l’utilizzo di energia rinnovabile.

Nel panorama internazionale, un esempio virtuoso di attenzione all’impatto ambientale dei concerti è rappresentato dal recente tour mondiale dei Coldplay, ‘Music of the Spheres’, le cui emissioni sono state misurate e certificate dal MIT. Anche altri artisti, come Massive Attack, Radiohead e Billie Eilish, hanno iniziato a dare maggiore rilevanza alla sostenibilità, monitorando le emissioni generate dai propri spettacoli.

Gli accorgimenti per ridurre la carbon footprint

La riduzione dell’impatto ambientale parte dalla sua misurazione, in particolare, attraverso piattaforme apposite, come quella promossa da ClimateSeed.
È importante poi incentivare al più possibile l’uso di mezzi sostenibili, come navette e car sharing, e supportare le filiere locali per quanto riguarda cibo, bevande e forniture.

Non solo, l’ottimizzazione dei consumi, la raccolta differenziata, l’uso di stoviglie riutilizzabili e l’utilizzo di energia rinnovabile possono fare la differenza.
Per le emissioni residue, invece, è essenziale implementare progetti di compensazione certificati, capaci di generare anche impatti sociali positivi, e coinvolgere attivamente il pubblico in azioni di sensibilizzazione e responsabilità ambientale.

Turismo in Italia: a marzo 2025 spesi 3,2 miliardi dai visitatori stranieri

Nel solo mese di marzo 2025 la spesa dei turisti stranieri in Italia è stata pari a 3,2 miliardi di euro, in crescita del 7% rispetto all’anno precedente. La spesa media per viaggiatore ha raggiunto 930 euro, i settori a più alta intensità di spesa sono stati alloggio (42% del totale), ristorazione e alimentazione (26%), shopping e cultura (18%).
Nel medesimo periodo, la bilancia turistica ha registrato un avanzo di 600 milioni di euro. Cresce tuttavia anche il numero di italiani che hanno scelto l’estero come meta di viaggio (+8%).

Se il trend positivo incoming dovesse proseguire le stime per l’intero 2025 indicano un avanzo annuo superiore a 8 miliardi, con benefici diretti sull’occupazione, sul Pil e sull’intero indotto (trasporti, artigianato, produzioni locali).

Trainano la performance i visitatori provenienti da USA, Germania, Francia

Secondo i dati di ISTAT e Banca d’Italia i pernottamenti dei visitatori oltreconfine nel 2024 hanno superato 250 milioni, con una crescita del +6,8% rispetto al 2023, rappresentando oltre il 54,6% del totale nazionale.
A trainare la performance soprattutto i visitatori provenienti da USA, Germania e Francia.

Secondo quanto emerge dalle analisi, nel primo trimestre 2025 i flussi turistici mostrano dinamiche differenziate. Le presenze negli esercizi alberghieri sono diminuite del 1,8%, mentre le strutture extra-alberghiere hanno registrato un aumento del 3,5%.

Cresce la preferenza per le esperienze più autentiche

A gennaio, il fatturato dei servizi di alloggio e ristorazione ha segnato un lieve calo complessivo (-0,3%), ma il comparto degli alloggi è cresciuto del 4,4%. Parallelamente, i turisti mostrano una crescente preferenza per esperienze più autentiche, privilegiando borghi, turismo escursionistico, lento e sostenibile, oltre alle tradizionali città d’arte.

I borghi e le mete meno note, ma al contempo più autentiche e genuine, hanno giocato un ruolo fondamentale.
Sagre e feste di paese, infatti, già nel 2024 hanno registrato un incremento del +63,8% dell’affluenza rispetto al 2023, perlopiù da giovani (31%) e famiglie (45%).

Lazio primo per numero di pernottamenti

Il Centro-Italia ha registrato 130,5 milioni di notti e la spesa media più alta del Paese (820 euro per notte), con il Lazio a guida della classifica nazionale (22,8 milioni di arrivi, oltre 82 milioni di presenze), trainato dal Giubileo e dalla capitale.
Il Nord-Italia è primo invece per presenze turistiche, il 54% del totale, pari a circa 246,8 milioni di notti, con una spesa media per notte di 780 euro. Il Veneto, (21,3 milioni di arrivi, 81,7 milioni di presenze), si conferma una delle principali destinazioni, grazie a poli come Venezia e il Lago di Garda. 

Nel Sud e nelle Isole, nonostante un calo dell’1,5% delle presenze rispetto al 2023, la stagione estiva 2024 ha registrato un tasso di occupazione dell’82%, il più alto d’Italia, insieme alle mete balneari. In forte crescita Napoli, che nel 2025 dovrebbe raggiungere 18 milioni di visitatori, +4,5 milioni rispetto al 2023.