Car sharing: nell’era post-covid fatica a riprendersi 

Rispetto al 2020, nel 2021 il car sharing in Italia è in leggera ripresa, ma ancora lontano dai livelli del 2019. Secondo l’Osservatorio Nazionale Sharing Mobility, il car sharing free-floating e lo station-based risultano in difficoltà, anche se i numeri fanno intuire un cambiamento nella modalità d’uso.
Il numero di noleggi free-floanting (privo di stalli di ritiro e riconsegna), è inferiore del 52% rispetto al 2019, e dell’8,6% rispetto al 2020. A questo, però, occorre affiancare il dato dei chilometri percorsi e quello della durata media per noleggio. I primi sono aumentati dell’8,8% rispetto al 2020, mentre la percorrenza media è aumentata del 33,7% (da 7,4 km a 9,9 km).
La durata media per noleggio, invece, è aumentata del 34% rispetto al 2019, da 32,6 a 43,7 minuti.

Monopattino e bici sono più adatti alle nuove esigenze degli utenti

I due dati portano a dedurre che il car sharing sta cambiando pelle per rispondere a esigenze diverse rispetto a quelle del passato. Non è un caso, infatti, che anche la tipologia dei veicoli si orienti vero auto a quattro porte e con la possibilità di assolvere a più funzioni. Se poi si comparano i dati relativi al car sharing con quelli della forte ascesa della micromobilità, è probabile che in passato il car sharing assolvesse a funzioni che non gli erano proprie, e che ora sono ben soddisfatte da mezzi come il monopattino e la bici, ritenuti dagli utenti più adatti alle proprie esigenze.

Flotta free-floating -10%

Il tasso di rotazione del free-floating in Italia mostra un dato medio del 2,9, con un interessante picco a Torino, che potrebbe far presuppore la possibilità di ingresso per nuovi operatori. Di pari passo con la contrazione dei noleggi (8%) anche la flotta di veicoli destinati al car sharing free-floating è diminuita del 10%, tornando a valori inferiori a quelli del 2016. Va ricordato che la diminuzione della flotta non dipende solo da un minor numero di noleggi, ma anche dalla difficoltà per alcuni operatori di approvvigionamento auto in fase di rinnovo della flotta. Una nota positiva riguarda le immatricolazioni dei veicoli elettrici, ripartiti con un gande sprint: +200% rispetto al 2020.

Station-based: noleggi in ripresa rispetto al 2020

Il numero di noleggi del car sharing station-based (ritiro e riconsegna in appositi stalli), è a -19% rispetto al 2019, ma in ripresa del 22,2% rispetto al 2020. 
Si tratta di volumi inferiori rispetto al free-floating, di cui lo station-based sta diventando un servizio complementare. I chilometri percorsi sono aumentati del 13,6% rispetto al 2020, la percorrenza media è diminuita del 7,3% (da 25,8 km a 23,9 km), e la durata media per noleggio è diminuita del 10% rispetto al 2020. Le immatricolazioni sono -5% rispetto al 2020, invertendo per la prima volta la tendenza alla crescita ininterrotta dal 2015. Le immatricolazioni dei veicoli elettrici, invece, sono a +17%, toccando il record del 45% del totale dei veicoli presenti nelle flotte station-based.

Facebook Dating: con i video selfie impedisce l’accesso agli under 18

Meta sta introducendo due novità per impedre l’accesso a Facebook Dating, l’app di incontri del social netwok, da parte degli utenti minorenni.  Al momento operative solo negli Stati Uniti, le novità consistono in due strumenti: il caricamento del documentario di identità e i video selfie.
La seconda opzione dal mese di giugno è stata già testata su Instagram, ma Meta la vuole rendere disponibile anche in Italia e negli altri Paesi in cui è attiva Facebook Dating.
“Abbiamo in programma di portare la nostra tecnologia di rilevamento dell’età e gli strumenti di verifica negli altri Paesi in cui è disponibile Facebook Dating, e su più servizi che richiedono la maggiore età per accedere”, ha affermato la società.

Meta ha collaborato con Yoti per la funzione di video selfie

Per la funzione di video selfie Meta ha collaborato con Yoti, la società specializzata in strumenti di verifica dell’età, che con la sua tecnologia e i suoi algoritmi di Intelligenza Artificiale stimerà l’età degli utenti in base ai tratti distintivi del volto. Il video selfie verrà condiviso con Facebook e verrà poi eliminato. In ogni caso, Meta precisa che la tecnologia di Yoti è capace di individuare l’età, e non l’identità dell’utente.
Secondo Meta tramite la verifica di Yoti sono stati scoperti il 96% degli adolescenti che hanno tentato di mascherare la propria età reale. L’81% dei profili a cui è stato chiesto di verificare l’età ha infatti scelto il video selfie piuttosto che l’invio del documento.

Verificare l’età attraverso il documento d’identità

Si può anche scegliere di caricare un modulo di identificazione per verificare l’età. “Dopo aver caricato una copia del tuo ID, questo verrà crittografato e archiviato in modo sicuro e non sarà visibile sul tuo profilo Facebook o ad altre persone sull’app. Una volta verificata la tua età, puoi gestire per quanto tempo il tuo ID viene salvato – spiega Meta -. Richiediamo che le persone abbiano almeno 18 anni per iscriversi e accedere a Facebook Dating, e gli strumenti di verifica dell’età aiuteranno a verificare che solo gli adulti stiano utilizzando il servizio, e contribuiranno a impedire ai minori di accedervi”, chiarisce la società.

“I nostri strumenti stanno funzionando”

“Fornire alle persone più di un’opzione per verificare la loro età consente loro di selezionare un metodo che meglio si adatta alle loro esigenze e preferenze. Ad esempio, molte persone non hanno sempre accesso ai moduli di identificazione che rendono chiara la verifica dell’età – aggiunge Meta -. I nostri test di verifica dell’età mostrano che i nostri strumenti stanno funzionando per aiutare a mantenere le persone all’interno di esperienze adeguate alla loro età”.

Cybersecurity e robot: quali sono i timori dei dipendenti italiani?

Uno studio di Kaspersky sulle conseguenze dell’automazione e dell’aumento dell’uso dei robot in ambito industriale mostra il crescente livello di robotizzazione nelle aziende, ma ne evidenzia il maggior numero di rischi per la cybersicurezza. Oggi la robotica viene utilizzata per gestire sistemi di controllo industriale, processi produttivi e altre tecnologie informatiche. Sostituendo il lavoro manuale, migliora efficienza, velocità, qualità e prestazioni. L’81% dei dipendenti in Italia ritiene quindi che i robot debbano essere più utilizzati in diversi settori, il 51% dichiara che le loro aziende li utilizzano già e il 21% prevede di utilizzarli nel prossimo futuro. Ma il 75% teme che possano essere hackerati. 

Vantaggi e benefici della robotizzazione

Gli intervistati ritengono che i robot possano aiutare le industrie ad aumentare i benefici economici e a salvare le persone da mansioni pericolose. Questo punto di vista è condiviso da quasi due terzi dei dipendenti italiani: il 41% ritiene che l’uso dei robot possa accelerare e aumentare l’efficienza dei processi produttivi e ridurre i costi, e il 54% che in futuro la robotizzazione possa sgravare le persone da mansioni faticose o pericolose, riducendo i rischi per la vita e la salute. Questo, a sua volta, aiuterà i dipendenti a evitare mansioni di routine e logoranti, e a mantenere incarichi più interessanti e meglio retribuiti (29%). Per il 28%, inoltre, uno dei compiti principali che i robot possono svolgere con successo è quello di creare un ambiente sicuro e ridurre la probabilità di incidenti dovuti a errori umani.

I rischi per la sicurezza informatica

Ma a causa della robotizzazione possono aumentare i rischi di cybersecurity. La maggior parte degli intervistati in Italia (75%) ritiene che i robot possano essere violati, e il 46% è a conoscenza del verificarsi di incidenti di questo tipo nella propria azienda o in altre imprese locali. Gli intervistati sono invece divisi nella valutazione di quanto i robot siano protetti. Il 32% dei dipendenti ritiene che non siano state adottate misure di cybersecurity sufficienti a proteggere i robot nei diversi settori, mentre il 44% ritiene che siano state adottate misure di protezione sufficienti.
“I sistemi cyber-fisici utilizzano sempre più spesso i robot industriali per aumentare l’efficienza produttiva. Tuttavia, nuove tecnologie come queste comportano nuovi rischi informatici perché sono potenzialmente vulnerabili alle minacce informatiche”, commenta Andrey Strelkov, Head of Industrial Cybersecurity Product Line di Kaspersky.

Strumenti per la protezione della robotica

“Prima di integrare i robot nella produzione è necessario garantire la sicurezza della rete e la solidità dalle intrusioni – aggiunge Andrey Strelkov -. Non tutte le tecnologie moderne sono state progettate tenendo conto della sicurezza, quindi solo un sistema di protezione di defense-in-depth industrial network e piattaforme di monitoraggio multifunzionali garantiscono l’operatività ininterrotta dell’azienda. Soluzioni dedicate come Kaspersky Industrial Cybersecurity possono essere un efficiente strumento di protezione della robotica in produzione”.

Italiani dormiglioni? Sì, e svegliarsi è un’impresa 

Difficile alzarsi dal letto appena suona la sveglia, almeno per un terzo degli italiani. Insomma, siamo un popolo di dormiglioni, che appena può si concede qualche minuto di sonno in più. In particolare, il suono della sveglia può risultare davvero traumatico, tanto che numerose persone mettono in atto una serie di strategie ad hoc. Lo rivela Emma – The Sleep Company che, attraverso un’indagine, ha esplorato il rapporto degli abitanti del Bel Paese con il trillo del mattino. Aprire gli occhi la mattina non è sempre facile, basti pensare che per quasi 1 italiano su 5 (17%) è necessario che suonino più sveglie o che ci sia qualcuno che fisicamente vada a chiamarlo in camera. Non solo, neanche smettere di crogiolarsi sotto le coperte è semplice, basti pensare che per 1 su 10 (10%) trascorrono ben 30 minuti dal suono della sveglia al momento effettivo di alzarsi dal letto.

Meglio non posticipare troppo

Posticipare la sveglia è una tattica di molti abitanti dello Stivale; infatti, più di un terzo di loro (36%) lo fa quotidianamente, il 16% solo in settimana e il 15% durante i weekend. Tra chi la mattina si concede qualche secondo di sonno in più con il pulsante “snooze”, più della metà (52%) si limita a rimandare la sveglia una volta, ma non manca chi lo schiaccia almeno un paio di volte (19%) o chi posticipa oltre le tre volte (22%). Occhio a questa abitudine: secondo Theresa Schnorbach, psicologa specializzata in terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia e Sleep Scientist, consulente di Emma – The Sleep Company, non è consigliabile posticipare la sveglia più volte. Sarebbe invece meglio avere il device posizionato in un luogo non raggiungibile dal letto, per costringere i più dormiglioni ad alzarsi quanto prima.”Far trascorrere poco tempo dal suono della sveglia all’alzarsi effettivamente dal letto è una scelta soggettiva e personale” spiega l’esperta. “Se si è in grado di adempiere ai propri impegni e appuntamenti indugiando qualche minuto in più a letto, questo non è un problema serio. Diversamente, trascorrere più tempo del previsto a letto porta a una diminuzione del valore del riposo, in quanto l’idea di letto dovrebbe essere sempre concettualmente associata all’azione del dormire”. Inoltre, continuare a rimandare la sveglia potrebbe suggerire anche la necessità di rivedere la propria routine di riposo ed essere un segno di un sonno poco ristoratore, perché non si è dormito a sufficienza o per via di un riposo notturno disturbato.

Dormire nel weekend, non solo benefici

Per molte persone, il fine settimana rappresenta una piacevole opportunità e una felice ricompensa per recuperare il “debito” di sonno accumulato nella settimana tra impegni lavorativi, sociali e familiari. Nel Bel Paese sono più di 2 persone su 5 (46%) a dichiarare di non puntare la sveglia nel weekend concedendosi un paio di giorni senza il trillo che caratterizza invece le loro giornate lavorative. In base ad alcuni studi, se dormire fino a tardi nel fine settimana può aiutare a compensare un numero minore di ore di sonno settimanali, esiste anche un possibile impatto negativo. Nello specifico, “Quando la propria agenda sociale è in conflitto con il ritmo naturale del sonno, si crea il cosiddetto ‘jet lag’ sociale. Tanto più questo è maggiore e più sono le probabilità di riscontrare tassi elevati di obesità, infiammazione, fumo e consumo di alcol. Inoltre, una routine di sonno yo-yo, ovvero non regolare e con discrepanze tra orari di sveglia infrasettimanale e nel weekend, può cambiare il ritmo circadiano, rendendo più difficile l’addormentamento della domenica sera. Infine, anche se si dorme più a lungo nei fine settimana, non è comunque possibile recuperare l’intera quantità di sonno perso nei giorni feriali. Vale sempre la pena dare la priorità al sonno durante la settimana per quanto possibile”, spiega l’esperta.

Gli attacchi DDoS nel terzo trimestre 2022

Un attacco DDoS è progettato per impedire a un sito web di funzionare normalmente o per bloccarlo. Durante un attacco, che di solito prende di mira PA, società finanziarie o di vendita al dettaglio, media o altre organizzazioni, la vittima perde i clienti a causa dell’indisponibilità del suo sito web. E di conseguenza, ne risente anche la sua reputazione.
Nel terzo trimestre 2022 gli attacchi DDoS (Distributed Denial of Service) sono aumentati significativamente. Il numero dei cosiddetti smart attack è raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e la percentuale di attacchi DDoS sofisticati è diventata ancora più significativa. Se nei primi due trimestri il numero di attacchi da parte degli hacktivist è cresciuto notevolmente, la loro attività diminuisce drasticamente nel terzo. Si tratta di alcuni risultati del report trimestrale pubblicato da Kaspersky.

Raddoppia il numero di attacchi smart

Secondo Kaspersky, si tratta di un quadro standard: a un’estate relativamente calma segue una forte impennata dell’attività DDoS. Inoltre, rispetto al terzo trimestre 2021, il numero complessivo di attacchi è aumentato del 47,87%, mentre il numero di attacchi smart, ovvero sofisticati ed eseguiti in modo professionale, è raddoppiato. Ciò che rende il terzo trimestre più significativo è il continuo calo degli attacchi non professionali. Sebbene durante la prima metà del 2022 gli hacktivist siano stati piuttosto attivi nei tentativi DDoS, nel terzo trimestre si sono orientati verso altre attività malevole, e il numero di attacchi DDoS di hacktivist tende allo zero. Nel frattempo, il numero di attacchi professionali di alta qualità è rimasto a un livello elevato.

In media gli attacchi sono durati circa otto ore

Anche gli obiettivi non sono cambiati, rivolgendosi principalmente ai settori finanziario e governativo. Entrambi questi elementi rafforzano l’idea che dalla primavera fino almeno alla fine di settembre i professionisti lavoravano su commissione contro questi settori. In termini di durata degli attacchi, non ci sono stati nuovi record. Se il secondo trimestre è stato caratterizzato dall’attacco più lungo mai osservato, il terzo trimestre è stato più tranquillo. In media, gli attacchi sono durati circa otto ore, mentre il più lungo è stato di poco meno di quattro giorni. Rispetto al quarter precedente, questo dato sembra piuttosto modesto, ma le cifre sono comunque elevate.

Un numero insolitamente alto di attacchi da parte di attivisti dilettanti

“Dalla fine di febbraio abbiamo osservato e contrastato un numero insolitamente alto di attacchi da parte di attivisti dilettanti – commenta Alexander Gutnikov, Security Expert di Kaspersky, come riporta Adnkronos-. Tuttavia, il numero di questo tipo di attacchi è diminuito gradualmente, e alla fine del terzo trimestre è tornato a livelli normali. Durante questo periodo, abbiamo osservato molti attacchi sofisticati che miravano a raggiungere obiettivi chiaramente definiti: ad esempio, tagliare fuori i media o persino sospendere le operazioni generali delle organizzazioni governative”.

Over 40: come cambiare lavoro senza problemi?

Crisi di mezza età? Più che altro si tratta di decisioni maturate a seguito di un’attenta riflessione, accompagnate dal desiderio di rimettersi in gioco. Sono tante infatti le persone che arrivano alla soglia dei 40 anni, e la superano, e scelgono di dare una svolta alla propria vita e alla propria carriera. Secondo gli esperti di Jobiri, il career advisor digitale che utilizza l’Intelligenza Artificiale per supportare i professionisti, la cosa importante è non lasciarsi influenzare dagli stereotipi, come il falso mito secondo cui passati i 40 anni le aziende non assumono più. In realtà non è così: il mercato del lavoro è ricco di opportunità anche per gli over 40. Quello che serve è la capacità e la prontezza di coglierle al volo.

Acquisire un nuovo know how

Sono diversi i motivi per cui un quarantenne decide di cambiare lavoro, un licenziamento, situazioni conflittuali nell’ambiente professionale, demotivazione, o semplicemente, voglia di affrontare nuove sfide. Una volta appurata la volontà di cambiare lavoro, si pone un’altra questione e cioè se si desidera rimanere nel medesimo settore di mercato o si propenda per un cambiamento radicale. Chiarito anche questo punto, non resta che seguire alcuni semplici consigli. Secondo gli esperti di Jobiri, per cambiare lavoro a 40 anni con successo bisogna innanzitutto investire sulla propria formazione. Che si tratti di rimettersi sui libri o seguire un corso formativo, il know how è importante per qualsiasi professione.

Ottenere il lavoro desiderato senza ansia e stress

Al contempo, è utile aggiornare il proprio CV, anche alla luce di eventuali risultati raggiunti in ambito formativo, come la frequentazione di scuole o corsi specifici, e coltivare costantemente la propria rete di contatti, perché spesso è proprio tramite le relazioni con gli altri che emergono nuove opportunità di lavoro. Iniziare un percorso di Career Coaching, poi, potrebbe aiutare molto per affrontare un cambiamento lavorativo dopo i 40 anni, permettendo di mettere a fuoco le criticità che non consentono di raggiungere gli obiettivi professionali e individuare le tecniche migliori per ottenere il lavoro desiderato senza ansia e stress.

Mantenere un atteggiamento positivo e proattivo

Non bisogna poi dimenticare l’aspetto psicologico. Per cercare lavoro, spiegano gli esperti di Jobiri, bisogna avere sempre un atteggiamento positivo e proattivo, a prescindere dall’età.
Quando poi si tratta di affrontare una sfida come quella di cambiare professione dopo i 40 anni, vedere il bicchiere mezzo pieno e fare affidamento sulle proprie capacità è ancora più importante.

Salire sul tetto in sicurezza e a norma di legge

Se lavori per una ditta che si occupa di riparazioni e manutenzione e spesso il tuo lavoro consiste nel salire sul tetto, o se direttamente sei il proprietario dell’impresa, sarai certamente a conoscenza del fatto che la normativa vigente preveda l’adozione di determinate misure di sicurezza che possono consentire ai tuoi lavoratori di svolgere le proprie mansioni senza rischiare nulla.

La legge di settore è infatti sempre più precisa ed intenzionata a diminuire il numero di infortuni che ogni anno si presentano, in particolar modo per quel che riguarda le cadute dall’alto che certamente rappresentano un’importante voce in merito.

È lo stesso D.L.81/08 ad aver previsto tutta una serie di comportamenti da mantenere e attrezzatura da utilizzare al fine di poter operare in sicurezza, e ricordiamo che i responsabili lo sono anche in sede penale nel caso di mancata osservanza della legge.

Ecco per questo motivo alcune cose che devi necessariamente tenere a mente quando sali sul tetto di un edificio o quando mandi i tuoi operai a lavorare in alta quota.

L’obbligo di messa in sicurezza

Il D.L. 81/08 prevede che chiunque lavori ad una quota superiore ai 2 metri di altezza debba disporre di attrezzature idonee di sicurezza, dando la precedenza a quelle collettive rispetto quelle individuali.

Proprio il D.L. 81/08 specifica che tutti i lavoratori, siano essi autonomi o dipendenti, che effettuino qualsiasi tipo di manutenzione su edifici di qualsiasi tipo ad una altezza superiore ai due metri rispetto un piano stabile, sono obbligati (per conto del datore di lavoro) ad adoperare tutte quelle attrezzature di sicurezza che possono consentir loro di lavorare senza mettere a rischio la proprio incolumità.

In particolar modo va data priorità ai dispositivi di protezione collettiva prima ancora che a quelli individuali (ad es. sistema di imbracatura o linea vita tetto) che sono in grado impedire fisicamente la caduta dall’alto interrompendola nel caso in cui dovesse verificarsi.

Sempre il D.L. 81/08 individua le tipologie di edificio in cui è necessario predisporre gli adeguati dispositivi di sicurezza, e le tipologie di copertura per le quali i sistemi anticaduta sono necessari.

Vengono inoltre esaminati:

  • Caratteristiche proprie del tetto
  • Le sue condizioni con riferimento alla praticabilità
  • Pendenza e dislivelli
  • Sporgenza
  • Eventuali aspetti strutturali da considerare

Sulla base di queste rilevazioni, il responsabile della sicurezza in cantiere andrà ad individuare i dispositivi di sicurezza più adeguati da installare, così da consentire agli operai di poter lavorare senza andare a mettere a rischio la propria incolumità.

Praticabilità del tetto

Il tetto in cui gli operai sono chiamati a lavorare deve avere un’ottima praticabilità, ovvero essere in grado di sostenere il peso delle persone che vi cammineranno sopra durante le operazioni di lavoro, ma al tempo stesso deve essere dotato di tutti quei sistemi di protezione individuale o collettiva  di cui sopra.

Le due cose infatti vanno di pari passo ed insieme rappresentano un ottimo deterrente per incidenti di qualsiasi tipo, soprattutto quelli che riguardano le eventuali cadute dall’alto.

Le alternative ai dispositivi di protezione individuali o collettivi

È possibile salire sul tetto in assenza di dispositivi di protezione individuali o collettivi? Si, sebbene quella di ricorrere ai dispositivi di protezione sia sempre la strada migliore per raggiungere un livello di sicurezza adeguato.

Ad ogni modo è possibile non ricorrere ai dispositivi di protezione individuali e collettivi se si prevede l’installazione di sistemi di protezione alternativi.

Tra questi i ponteggi, sebbene essi abbiano certamente un costo più elevato, o le linee temporanee. Si tratta di soluzioni alternative che possono essere adottate in casi particolari, e che sono per questo consentite dalla legge.

Grandi dimissioni: siamo sicuri di voler cambiare vita?

Il fenomeno delle Grandi dimissioni è emerso con grande evidenza con la fine della pandemia e la ripresa teorica del lavoro secondo i vecchi canoni.
“Molti dipendenti hanno iniziato a riesaminare, anche in modo radicale, il bilanciamento tra lavoro e vita privata, finendo in molti casi con il dimettersi, alla ricerca di nuovi equilibri maggiormente orientati verso la qualità della seconda”, spiegano Carlo Majer ed Edgardo Ratti, co-managing Partner di Littler Italia. Sebbene in America nuovi studi stiano evidenziando una fascia di ‘pentiti’ (in particolare, uno su quattro), che oggi tornerebbe sui propri passi, il fenomeno delle Grandi Dimissioni non sembra fermarsi. Ma come capire se lasciare il lavoro, magari, per mettersi in proprio, è la decisione giusta?

“Mettersi in proprio non è una scelta adatta a tutti”

“Mettersi in proprio non è una scelta adatta a tutti – chiarisce Nicola Palmieri, Youtube creator e imprenditore digitale -. Se da una parte puoi godere di grande autonomia decisionale ed economica, dall’altra dovrai affrontare un percorso in solitaria”.
In un periodo di burnout e scarsa motivazione, individuare ciò che appassiona può essere un esercizio non semplice. Basti pensare alle proporzioni che sta assumendo il ‘quiet quitting’, soprattutto tra la Generazione Z. Si tratta dell’ultima tendenza a fare il minimo indispensabile al lavoro, fuori dalla logica del sacrificio e degli straordinari. In America il quiet quitting riguarda metà dei dipendenti e in Europa la situazione non è migliore. Secondo un report di Gallup, sarebbero a malapena il 14% i lavoratori che oggi si sentono davvero coinvolti nella propria attività.

Monetizzare le proprie passioni

Capire, poi, quali passioni siano realmente ‘monetizzabili’ è uno step successivo fondamentale, se si vuole davvero cambiare vita.
“Dobbiamo prepararci a smontare e successivamente tentare di migliorare le idee che abbiamo raccolto, per creare qualcosa di unico e mirato su un pubblico specifico. Un percorso che richiede studio, tempo, metodo e la conoscenza di strumenti digitali – continua Palmieri -. Per capire se un’idea vale il rischio di lasciare il lavoro, dobbiamo testarla sui primi clienti con un Mvp (Minimum Viable Product), ossia un prototipo di base per ottenere i feedback iniziali, in grado di guidarci nell’affinamento del progetto”.

Per molti l’impiego da dipendente resta l’alternativa più adeguata

La strada del lavoro autonomo, riporta Adnkronos, è sì stimolante, ma piena di sfide. Perché si dovrà poi creare e valorizzare il proprio personal brand, individuare i giusti canali con cui promuoversi, imparare tecniche di vendita, e accettare i fallimenti. E così per molti l’impiego da dipendente resta l’alternativa più adeguata, senza rinunciare a quel cambio di equilibrio che si fa sempre più urgente e irreversibile. Un aspetto su cui si giocherà la competitività del mercato del lavoro nei prossimi anni.

Cloud ibrido: cosa ne impedisce il successo?

Una nuova ricerca di mercato globale, l’IBM Transformation Index: State of Cloud, condotto da The Harris Poll, rivela che oltre il 77% delle organizzazioni aziendali adotta un approccio cloud ibrido, in grado di aiutare a guidare la trasformazione digitale. La maggior parte delle organizzazioni però sta lottando con la complessità necessaria per far funzionare insieme tutti i loro ambienti cloud. Poiché le organizzazioni devono affrontare lacune di competenze, sfide di sicurezza e ostacoli alla conformità, meno di un quarto degli intervistati in tutto il mondo gestisce i propri ambienti cloud ibridi in modo olistico, il che può creare punti ciechi e mettere a rischio i dati.

Garantire la conformità è troppo difficile

L’indice indica una forte correlazione tra l’adozione del cloud ibrido e il progresso nella trasformazione digitale. Infatti, il 71% degli intervistati pensa che sia difficile realizzare il pieno potenziale di una trasformazione digitale senza disporre di una solida strategia di cloud ibrido. Allo stesso tempo, solo il 27% delle aziende possiede le caratteristiche necessarie per essere considerata ‘avanzata’ nella trasformazione. Le aziende ritengono che garantire la conformità nel cloud sia attualmente troppo difficile, soprattutto perché in tutto il mondo si assiste all’inasprimento dei requisiti normativi.

La mancanza delle competenze ostacola i progressi 

Quando si tratta di gestire le proprie applicazioni cloud, il 69% afferma che il proprio team non ha le competenze necessarie per essere competente. Questo è un ostacolo all’innovazione, con più di un quarto degli intervistati che afferma come la carenza di talenti stia ostacolando gli obiettivi cloud della propria azienda. Queste limitazioni impediscono alle organizzazioni anche di sfruttare il potere delle partnership. Più di un terzo degli intervistati afferma che la mancanza di competenze tecniche li trattiene dall’integrare con i partner dell’ecosistema negli ambienti cloud. Questa sfida è ancora più grande negli Stati Uniti, dove quasi il 40% ammette questa mancanza di competenze indicando una forte necessità di talenti.

Minacce informatiche sempre in agguato

Se oltre il 90% dei servizi finanziari, Tlc e organizzazioni governative adotta strumenti di sicurezza (capacità informatiche riservate, autenticazione a più fattori e altro), permangono lacune che impediscono alle organizzazioni di promuovere l’innovazione. Il 32% degli intervistati cita la sicurezza come la principale barriera per i carichi di lavoro integrati in tutti gli ambienti, e più di un quarto concorda che i problemi di sicurezza rappresentano un ostacolo al raggiungimento dei propri obiettivi di business nel cloud. I problemi di sicurezza possono anche impedire alle organizzazioni di sbloccare il pieno potenziale delle partnership. Potenziali lacune nella sicurezza possono far incombere rischi a terze e quarte parti. La governance dei dati (49%) e la sicurezza informatica (47%) sono quindi le principali sfide per integrare completamente l’ecosistema aziendale nel cloud.

Marketing: oggi le competenze richieste sono più digital e social 

Come sono cambiate le competenze dei professionisti del marketing a livello globale dal 2015 a oggi, e quali sono le capacità necessarie per la carriera? Lo ha scoperto LinkedIn, che con la sua ricerca Skills Evolution evidenzia come le principali capacità richieste ai professionisti del marketing oggi riguardino ambiti quali Digital Marketing, Social Media Marketing e Search Engine Optimisation. Nel complesso, secondo l’analisi di LinkedIn, in Italia dal 2015 le competenze in ambito marketing sono cambiate in media del 50%, e nella maggior parte dei casi il ritmo del cambiamento è stato accelerato durante la pandemia.

Le skill necessarie per affrontare condizioni potenzialmente difficili

Oggi lo scenario del mercato del lavoro è cambiato radicalmente, e alla luce di un clima di incertezza globale, tra inflazione, possibile recessione e licenziamenti, le persone sono sempre meno fiduciose nel futuro. 
“Con l’incertezza economica che incombe, i marketer hanno l’opportunità di dimostrare alle aziende di possedere le skill necessarie per affrontare condizioni potenzialmente difficili – commenta Tom Pepper, Senior Director, Emea & Latam, LinkedIn Marketing Solutions -. Poiché le aziende cercano di fare di più con meno, i nostri dati indicano una crescente domanda di ‘marketer moderni e pieni di risorse’: professionisti del marketing con un set di competenze specifiche che possono combinare creatività ed efficacia in aree chiave come il marketing digitale”. 

Una carriera a prova di futuro

“È importante che i marketer continuino a sviluppare il loro set di competenze in modo da rimanere agili e supportare le aziende ad adattarsi nei mesi a venire”, aggiunge Latam.
Per chi cerca un impiego, questo significa che essere in grado di adattarsi e mettere in luce le skill richieste dai datori di lavoro oggi è più importante che mai. La buona notizia è che grazie a LinkedIn è possibile identificare le competenze che aiutano a rendere le carriere a prova di futuro e avvalersi di risorse e strumenti per supportare questo processo. Obiettivo finale della Skills Evolution è proprio quello di restituire un po’ di ottimismo rispetto al futuro, e ritrovare la fiducia per andare avanti nelle proprie carriere.

Dal Business Planning di ieri al Sales Management di oggi

Dai dati di LinkedIn emergono le 10 principali competenze di marketing presenti nei profili degli utenti della piattaforma nel 2015, e mostrano l’effettivo cambiamento avvenuto nel corso degli anni.
Si tratta di Business Planning, Marketing Strategy, Business Strategy , Sales Management, Public Relations, Negotiation, Marketing, Social Media, Sales, Social Media Marketing. Nel 2021, le 10 principali competenze di marketing sono invece Sales Management, Marketing Strategy, Sales, Marketing, Problem Solving, Commerce, Strategy, Business Development, Business Strategy, e Business Planning. Per supportare l’apprendimento delle skill più richieste, LinkedIn rende disponibili i corsi di LinkedIn Learning relativi a tali competenze, accessibili gratuitamente fino al 30 settembre 2022.