Inflazione globale: come la nuova mappa dei prezzi ridisegna catene del valore e potere d’acquisto

Negli ultimi due anni l’inflazione ha smesso di essere un fenomeno transitorio per diventare un driver strutturale che riallinea economie, catene del valore e decisioni politiche. Se all’inizio era vista soprattutto come conseguenza degli shock di offerta post-pandemia e degli aumenti energetici legati al conflitto in Ucraina, oggi l’inflazione si manifesta con caratteristiche diverse tra aree geografiche e settori, con impatti che vanno oltre il semplice aumento dei prezzi al consumo.

Il contesto internazionale mostra una grande eterogeneità. Paesi avanzati come gli Stati Uniti e l’Area euro hanno visto una graduale discesa dei tassi d’inflazione dopo i picchi del 2022, ma restano livelli superiori alle medie pre-pandemiche. Al contrario, molte economie emergenti continuano a registrare tassi elevati a causa di valute più deboli, perdita di potere d’acquisto e fragilità fiscali. Questa divergenza ha implicazioni importanti per investimenti, flussi commerciali e strategie delle imprese che operano globalmente.

Analizzando i dati più recenti relativi all’inflazione su base annua, si evidenzia come la composizione dell’aumento dei prezzi sia cambiata. Nei paesi avanzati l’incremento è ora più diffuso su servizi (affitti, trasporti, ristorazione) rispetto ai beni durevoli, dove la pressione si è attenuata per effetto del calo della domanda e dell’adeguamento delle catene di approvvigionamento. Nei mercati emergenti, invece, i beni alimentari e l’energia restano determinanti e più volatili, amplificando le tensioni sociali e politiche. Per le aziende, questo significa rivedere i modelli di pricing e approvvigionamento: aumenti dei costi persistenti sui servizi hanno spinto molte imprese a investire in digitalizzazione e automazione per contenere i costi del lavoro.

Un altro elemento cruciale è la risposta delle banche centrali. Dopo una fase di restringimento monetario aggressivo, con rialzi dei tassi che nel 2022-2023 hanno superato i livelli storici, le autorità monetarie stanno adottando strategie più calibrate. La Federal Reserve e la BCE mantengono politiche più restrittive rispetto al passato recente, ma il linguaggio è cambiato: si privilegia la flessibilità in funzione dei segnali sull’occupazione e sulla crescita. Nei paesi emergenti, dove l’inflazione è più alta, i tassi reali restano spesso negativi a causa dell’erosione della moneta, costringendo governi a misure fiscali straordinarie e a riforme che però richiedono tempo per avere effetti.

Le imprese che operano a livello internazionale stanno rispondendo con strategie molto concrete. Primo, la diversificazione geografica delle forniture: la delocalizzazione pura lascia spazio a approcci più resilienti, con scorte locali e fornitori multipli per ridurre la vulnerabilità degli input critici. Secondo, l’adeguamento dei prezzi e la segmentazione dei clienti: brand premium trasferiscono parte dei rincari mentre le aziende orientate al mass market ricercano efficienze operative. Terzo, la revisione dei contratti di lungo periodo: clausole di indicizzazione ai prezzi e meccanismi di condivisione del rischio diventano comuni nei settori energia, trasporti e materie prime.

Per i consumatori l’effetto è eterogeneo. In termini reali, il potere d’acquisto delle famiglie più vulnerabili si è eroso maggiormente, soprattutto nei paesi dove i salari non hanno seguito l’inflazione. Di conseguenza, cambiamenti nei comportamenti d’acquisto — come la riduzione di spese discrezionali e la ricerca di alternative più economiche — stanno rimodellando interi settori retail e servizi. Al contrario, segmenti ad alto reddito mostrano una maggiore resilienza, sostenendo la domanda per servizi e beni di lusso.

Le implicazioni future richiedono di guardare oltre l’orizzonte di breve periodo. Primo, la possibilità che l’inflazione si stabilizzi su livelli più alti rispetto al passato recente impone una normalizzazione dei tassi d’interesse che potrebbe rendere più costoso il capitale per imprese e Stati, con implicazioni su investimenti e debito pubblico. Secondo, la ristrutturazione delle catene del valore verso maggiore resilienza potrebbe aumentare i costi unitari e portare a una nuova fase di “onshoring” o “nearshoring”, con benefici per l’occupazione locale ma effetti sui prezzi finali. Terzo, il differenziale inflazionistico tra aree geografiche influenzerà i flussi di capitale: rendimenti reali più alti nei paesi meglio gestiti attireranno investimenti, mentre economie con inflazione persistente rischiano l’esodo di capitali.

In sintesi, l’inflazione globale non è un problema monolitico ma un mosaico dalle tinte diverse a seconda di paese e settore. Governare questa fase richiede politiche monetarie credibili, riforme strutturali nei paesi emergenti e strategie aziendali che puntino su resilienza e innovazione. Per famiglie e imprese, l’adattamento diventa una priorità: non solo per sopravvivere all’aumento dei prezzi, ma per cogliere opportunità in un mondo economico dove la capacità di anticipare e gestire il rischio diventa un vantaggio competitivo permanente.

Satispay: come una fintech italiana ha trasformato i pagamenti quotidiani

Negli ultimi dieci anni il panorama dei pagamenti in Italia si è trasformato molto più rapidamente di quanto molti osservatori avessero previsto. Al centro di questa evoluzione c’è un gruppo di startup fintech che hanno saputo interpretare le esigenze dei consumatori e dei commercianti locali. Tra queste, Satispay rappresenta un caso emblematico: nata con l’obiettivo di rendere i pagamenti digitali semplici, economici e diffusi anche tra le piccole attività, la sua traiettoria offre lezioni utili su modello di business, adozione di massa e sostenibilità economica.

Contestualizzazione: Satispay è stata fondata alcuni anni fa da un team italiano con esperienza nel digitale e nella consulenza. L’idea di fondo era chiara fin dall’inizio: creare una rete di pagamento alternativa alle carte tradizionali, immediata per l’utente e meno costosa per il commerciante. Il timing si è rivelato favorevole: la crescente penetrazione degli smartphone, la domanda di soluzioni contactless e lo spostamento verso il digitale accelerato dalla pandemia hanno fornito la spinta propulsiva necessaria.

Analisi: modello di business e vantaggi competitivi
Satispay ha puntato su un modello semplice e riconoscibile. Per l’utente l’esperienza è quella di un wallet mobile che permette trasferimenti P2P e pagamenti nei negozi senza costi diretti. Per il commerciante, il vantaggio consiste in commissioni più basse rispetto agli schemi tradizionali con carta, procedure d’installazione snelle e integrazione con sistemi di cassa. Questo doppio binario—user experience semplificata e proposizione di valore chiara per i merchant—ha favorito la diffusione nelle micro e piccole imprese, segmento spesso trascurato dalle grandi soluzioni internazionali.

Dal punto di vista operativo, la startup ha lavorato su tre leve fondamentali: scaling della base utenti, incentivi per l’adozione commerciale e partnership strategiche. Le campagne di referral e le promozioni mirate hanno aumentato l’attivazione degli account; parallelamente, proposte commerciali dedicate ai piccoli commercianti (ad esempio canoni annui o tariffe fisse contenute) hanno spezzato le barriere di prezzo che tradizionalmente frenano l’adozione. Infine, accordi con operatori locali e integrazioni tecniche con POS e software per la gestione del punto vendita hanno ridotto la frizione tecnologica all’ingresso.

Esempi e risultati tangibili
Sul piano pratico, l’impatto si misura in termini di penetrazione nelle categorie tradizionalmente più lente all’innovazione: bar, ristoranti, negozi di quartiere e servizi locali. Numerosi esercenti hanno segnalato un aumento della rapidità delle transazioni, una riduzione delle spese operative legate alla gestione del contante e una maggiore attrattività verso una clientela giovane e digitale. Per gli utenti finali, la possibilità di pagare con grande semplicità e di scambiarsi denaro tra amici ha cambiato abitudini consolidate, promuovendo micro-transazioni che prima non venivano effettuate con strumenti digitali.

Rischi, limiti e considerazioni regolamentari
Nessun caso di successo è senza sfide. Il primo tema è l’economia di lungo periodo: la sostenibilità del modello dipende dalla capacità di monetizzare senza erodere la base utenti. Questo porta a esplorare nuove fonti di ricavo come servizi finanziari accessori, prestiti e soluzioni per la gestione della tesoreria dei merchant. Il secondo tema è la concorrenza: banche tradizionali, operatori di carte e nuovi attori internazionali stanno aumentando gli investimenti nel mobile payment, elevando la necessità di differenziazione. Infine, l’ambito regolamentare e la compliance con normative anti-riciclaggio e di tutela dei consumatori richiedono investimenti costanti in governance e tecnologia.

Implicazioni future
Cosa può imparare l’ecosistema italiano da questa storia? Primo, che l’adattamento ai bisogni locali è un asset competitivo: soluzioni costruite sulle caratteristiche della domanda e dell’offerta nazionale trovano terreno fertile. Secondo, che la sostenibilità richiede diversificazione dei ricavi e discipline di costo rigorose. Terzo, che la partnership con attori esistenti (banche, associazioni di categoria, fornitori di POS) è spesso più efficace dell’isolamento tecnologico.

Per il sistema paese, la crescita di realtà come Satispay ha effetti moltiplicatori: digitalizzazione dei pagamenti, riduzione dell’economia in nero e migliore tracciabilità dei flussi commerciali sono benefici che toccano produttività e gettito fiscale. Guardando avanti, la vera sfida sarà trasformare la diffusione commerciale in servizi finanziari a valore aggiunto senza ridurre l’accessibilità che ha reso il modello vincente. In un contesto europeo sempre più competitivo, le startup fintech italiane dovranno bilanciare rapidità di espansione e rigore operativo per consolidare il ruolo che oggi ricoprono nel quotidiano degli italiani.

Il mercato del lavoro italiano dopo il PNRR: opportunità, squilibri e la sfida della produttività

L’economia italiana sta attraversando una fase di trasformazione che mescola opportunità provenienti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) con sfide strutturali di lungo periodo: bassa produttività, divario Nord-Sud e un mercato del lavoro che fatica a modernizzarsi. Questo articolo analizza lo stato attuale dell’occupazione in Italia, mette in luce dati ed esempi concreti e valuta le implicazioni future per imprese e policy maker.

Negli ultimi due anni la ripresa post-pandemia ha ridotto il tasso di disoccupazione complessivo, seppure a velocità differenti tra fasce d’età e territori. L’occupazione è aumentata soprattutto nelle regioni del Nord e in alcuni settori a maggior contenuto tecnologico, mentre il Centro-Sud continua a scontare ritardi strutturali. Particolarmente critica rimane la condizione dei giovani: il tasso di disoccupazione giovanile resta superiore alla media UE e un’ampia percentuale di under35 è ancora NEET (not in education, employment or training). Allo stesso tempo, imprese manifatturiere e del terziario avanzato segnalano difficoltà a reperire figure specializzate, un paradosso che evidenzia mismatch tra domanda e offerta di competenze.

Analisi con dati ed esempi
L’investimento pubblico legato al PNRR ha accelerato progetti di digitalizzazione, transizione verde e infrastrutture, generando domanda di professionisti ICT, tecnici per l’efficienza energetica e project manager per opere pubbliche. Alcune regioni hanno saputo attrarre maggiori flussi d’investimento pubblico-privato: esempi virtuosi includono distretti industriali del Nord che hanno riconvertito catene produttive verso l’economia circolare e poli universitari che potenziano corsi STEM con tirocini mirati. Dall’altra parte, molte piccole imprese del Sud restano ancorate a modelli tradizionali con scarsa propensione all’innovazione, limitando così la diffusione degli effetti positivi del PNRR.

Sul fronte occupazionale, il settore dei servizi continua a creare posti di lavoro, ma spesso si tratta di impieghi a bassa produttività o con contratti flessibili di breve durata. Il manifatturiero, seppure in ripresa in termini di ordini, rischia di subire pressioni dall’automazione: robotica e digitalizzazione aumentano la produttività ma riducono la domanda di lavori manuali non specializzati. Aziende come imprese produttrici di macchinari ad alto valore aggiunto mostrano come l’upgrade tecnologico possa creare nuove professionalità tecniche e manageriali, ma richiede forti investimenti in formazione continua.

Un altro elemento cruciale è la demografia: l’Italia invecchia rapidamente, con impatti diretti su spesa pensionistica, domanda di servizi sanitari e disponibilità di forza lavoro. Questo trend accentua la necessità di politiche che favoriscano maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, forme di conciliazione efficaci e percorsi di riqualificazione per i lavoratori over50.

Implicazioni future
Le scelte politiche e imprenditoriali nei prossimi anni determineranno se il PNRR sarà un punto di svolta per il mercato del lavoro o un impulso temporaneo. Tre linee di intervento appaiono decisive: 1) formazione e riqualificazione mirata: programmi che allineino l’offerta formativa alle esigenze del mercato locale e digitale; 2) rafforzamento delle filiere produttive del Sud: incentivi a investimenti privati e hub tecnologici che possano ridurre il divario territoriale; 3) promozione della partecipazione femminile e delle soluzioni per conciliare lavoro e famiglia, fondamentali per aumentare il tasso di occupazione.

Per le imprese, la priorità sarà gestire la transizione tecnologica come opportunità di crescita: investire in formazione interna, collaborare con centri di ricerca e adottare modelli di lavoro più flessibili. Per i policy maker, invece, l’urgenza è assicurare che gli investimenti pubblici siano accompagnati da percorsi certi di formazione e governance territoriale efficace, misurando risultati oltre la mera spesa finanziata.

Nel complesso, il mercato del lavoro italiano si trova a un bivio: può sfruttare gli investimenti in infrastrutture digitali e green per rilanciare la produttività e ridurre gli squilibri regionali, oppure rischia di accentuare disuguaglianze interne se le azioni non saranno coordinate e orientate alle competenze. Il successo dipenderà dalla capacità di trasformare risorse pubbliche in capitale umano e capacità produttive sostenibili.

Giovani: aumentano i contratti di lavoro, ma la stabilità resta un miraggio

Le statistiche sono sicuramente positive per quanto riguarda i dati del lavoro giovanile.  L’occupazione è ai massimi storici e i numeri, presi così come sono, farebbero pensare a un mercato finalmente in salute. Poi però si passa dai grafici alla vita vera e la situazione cambia, e anche di molto.

Il focus dedicato agli under 35 dell’Osservatorio Generationship 2025, promosso da Changes Unipol e realizzato da Kkienn connecting people and companies, racconta proprio questa distanza tra percezione e realtà.

Contratti brevi, poche certezze

Il punto non è tanto quanti giovani lavorano, ma come lavorano. Tra i dipendenti sotto i 35 anni, più di uno su tre ha un contratto non standard. È una quota più che doppia rispetto agli adulti, dove la percentuale si ferma al 15%.

Tradotto in parole semplici: molti ragazzi entrano nel mercato, ma ci restano con il fiato corto, sospesi tra scadenze, rinnovi e formule contrattuali che non permettono di programmare il futuro con tranquillità.

La questione aperta del divario di genere 

La situazione diventa ancora più delicata quando si guarda alle giovani lavoratrici. Il 56% guadagna meno di 1.500 euro netti al mese, mentre tra i coetanei uomini la stessa condizione riguarda il 35%.

Non solo stipendi più bassi, ma anche contesti lavorativi diversi: quasi la metà delle ragazze lavora in piccole imprese, contro un terzo degli uomini. Ambienti spesso dinamici, certo, ma anche meno strutturati sul piano delle tutele e delle prospettive di carriera.

Quanto guadagnano davvero gli under 35?

Nel complesso, il 44% dei giovani occupati percepisce meno di 1.500 euro netti al mese e solo poco più di uno su quattro supera i 2.000. Numeri che spiegano perché l’autonomia economica resti un traguardo difficile: un giovane su quattro non riesce a mantenersi da solo e continua a fare affidamento sulla famiglia. Non è mancanza di voglia, è matematica.

La ricerca di lavoro non finisce con un’assunzione

C’è poi un dato che dice molto sul clima generale: il 46% dei giovani lavoratori sta cercando un altro impiego. Tra gli adulti la quota scende al 36%. Non si tratta solo di ambizione o di voglia di cambiare aria. Spesso è il segnale di un rapporto con il lavoro meno solido, più incerto, dove anche chi è occupato non si sente davvero arrivato.

Alla fine la fotografia che emerge è quella di una generazione presente nel mercato, ma ancora in cerca di equilibrio. I posti ci sono, è vero. Quello che manca, per molti, è la sensazione che quel posto possa durare abbastanza da costruirci sopra qualcosa

Olimpiadi Milano-Cortina 2026: un volano per gli agriturismi montani

Emerge dalle stime di Coldiretti e Campagna Amica, diffuse in occasione dell’apertura della Bit, la Borsa del Turismo a Milano: l’effetto della vetrina olimpica porterà oltre 5 milioni di presenze negli agriturismi montani, intercettando una quota rilevante di visitatori alla ricerca di autenticità, paesaggi, produzioni locali e attività all’aria aperta. 
Questa di Milano-Cortina è la prima edizione dei Giochi Olimpici Invernali pienamente aperta al pubblico dopo la pandemia, con una visibilità globale che proietta i territori olimpici sotto i riflettori internazionali.

Del resto, l’impatto delle Olimpiadi si inserisce in un trend già strutturale di crescita turistica per l’Italia. Ovvero, soggiorni medi più lunghi, una spesa giornaliera più elevata e una domanda sempre più orientata alla qualità dell’esperienza, alla natura e al cibo di origine certa.

Una vetrina mondiale sui piccoli comuni della montagna italiana

Gli agriturismi montani rappresentano un modello che coinvolge migliaia di aziende agricole, rafforza i piccoli comuni e valorizza i territori dove nasce gran parte delle produzioni Dop e Igp del Paese. E da anni l’agriturismo rappresenta un componente fondamentale del turismo delle zone montane.

Una struttura agrituristica su tre, infatti, è localizzata in montagna e la presidia, e oltre 13.000 agriturismi offrono attività di trekking, equitazione, ciclismo, escursionismo, realizzando ogni giorno quel binomio tra sport e cibo sano che le Olimpiadi portano alla ribalta mondiale.

Tante iniziative per valorizzare il legame sport e cibo sano 

In questo contesto, sono protagoniste Coldiretti e Campagna Amica, con una presenza diffusa nelle principali sedi di gara, trasformando l’appuntamento sportivo in un’esperienza completa che unisce sport, agricoltura e identità territoriale.

A Bormio, ad esempio, il Villaggio Coldiretti Valtellina accompagna per tutta la durata delle Olimpiadi atleti e visitatori con mercati a chilometro zero, ristorazione contadina e attività di animazione dedicate alle eccellenze agroalimentari locali.
E a Cortina d’Ampezzo l’Italia del cibo e delle filiere agricole trova spazio nelle iniziative promosse dalle due associazioni all’interno dei luoghi simbolo dell’accoglienza olimpica, valorizzando i prodotti del territorio e il legame tra alimentazione, benessere e sport.

Il turismo enogastronomico si conferma un asset strategico

E ancora, a Predazzo, nel cuore della Val di Fiemme, la presenza di Coldiretti anima le serate olimpiche con eventi e degustazioni che raccontano la montagna trentina, le sue produzioni e la cultura agricola che la presidia ogni giorno.

Le stime di Coldiretti e Campagna Amica indicano così che Milano-Cortina 2026 non è solo un grande evento sportivo, ma un acceleratore di sviluppo duraturo per la montagna italiana, capace di consolidare il turismo rurale ed enogastronomico come asset strategico ben oltre i giorni delle competizioni.

Contratti collettivi: la fotografia del lavoro a fine 2025

Dagli ultimi dati Istat è possibile tracciare una fotografia dei contratti collettivi italiani, quelli danno un po’ il polso dell’intro sistema Paese. A fine dicembre 2025, questo spaccato parla di situazioni molto diverse fra loro. I contratti in vigore per la parte economica sono 48 e coprono circa 7,6 milioni di lavoratori, poco meno del 58% dei dipendenti complessivi. Ciò significa che quattro lavoratori su dieci attendono ancora un rinnovo.

È una media che nasce da realtà diversificate: nel settore privato la copertura sale al 73,8%, con l’agricoltura che risulta tutelata, i servizi seguono e l’industria più indietro. Nel pubblico, invece, il contatore è fermo a zero: tutti i contratti risultano scaduti.

Un trimestre senza scosse

Negli ultimi tre mesi del 2025 sono stati recepiti nove contratti, senza che nessuno arrivasse a scadenza. Un dato che segnala una certa stabilità, ma che non basta a smuovere l’arretrato maturato.

A fine anno i contratti in attesa di rinnovo sono 27 e coinvolgono circa 5,5 milioni di lavoratori. Di questi, 2,7 milioni operano nel settore privato, mentre 2,8 milioni appartengono alla pubblica amministrazione, dove la trattativa resta il nodo più difficile da sciogliere.

Attese ancora lunghe, ma in lieve miglioramento

C’è però un segnale incoraggiante. Il tempo medio di attesa per il rinnovo di un contratto scaduto scende sotto i 19 mesi. Per essere più precisi: a dicembre 2025 era di 18,9 mesi, decisamente meno rispetto a gennaio dello stesso anno ( 19,7).

Non è una svolta, ma è un passo nella direzione giusta, soprattutto per chi vive il rinnovo come una questione concreta, che pesa sul bilancio familiare mese dopo mese.

Retribuzioni: crescita moderata, ma sopra l’inflazione

Ci sono notizie positive anche per quanto riguarda le retribuzioni. Il 2025 chiude con un aumento medio del 3,1% delle retribuzioni orarie contrattuali, in linea con l’anno precedente. Nel settore privato la crescita è leggermente più alta (+3,2%), spinta dall’agricoltura e dall’industria, mentre i servizi avanzano più lentamente. La pubblica amministrazione si ferma al +2,7%, grazie ai rinnovi riferiti al triennio 2022-2024.

A dicembre l’indice mensile segna un +0,2% rispetto a novembre e un +2,9% su base annua. Spiccano gli aumenti nei ministeri, nelle forze armate e nei vigili del fuoco. Altri comparti, come farmacie private e telecomunicazioni, sono invece fermi.

Audiolibri sempre più ascoltati: in Italia più di 3 al mese

In Italia in media si ascoltano 3,2 audiolibri al mese. L’audiolibro più ascoltato? “L’anniversario” di Andrea Bajani, vincitore del Premio Strega. I generi preferiti’ Thriller e mistero.
Emerge dai dati della ricerca Audible Compass: nel 2025 il 73% degli intervistati in Italia, Francia, Germania e Spagna ha ascoltato contenuti audio, e quasi 6 su 10 hanno aumentato la frequenza di ascolto rispetto al 2024.

Il motivo? Ascoltare audiolibri rilassa (70%) e aiuta a non pensare alle preoccupazioni quotidiane (68%) contribuendo a migliorare la salute mentale (60%).
Insomma, si preme play e ci si lascia trasportare dalle storie in cuffia in base al genere (86%), al tema (83%) e alla voce narrante (82%).

Intrattenimento e conoscenza di cose nuove

Le preferenze generali si concentrano sui titoli di mistero e thriller (44%), seguiti da fantasy e fantascienza (40%), crime e romance (entrambi al 37%) e commedia (36%).
L’Italia è l’unico Paese dove l’ascolto di narrativa letteraria è pari a quello di thriller e mistero (entrambi 46%).

Per oltre il 90% degli intervistati gli audiolibri sono una forma di intrattenimento di qualità e un buon alleato del relax quotidiano. Ancora, il 90% ritiene che siano un buon modo per imparare cose nuove.
In generale, si ascolta per lo più a casa (72% vs 45% fuori casa). In Germania e Spagna lo si fa per addormentarsi (34%, 25%), in Francia perché è un valido intrattenimento lontano dagli schermi (24%) e in Italia l’ascolto accompagna tutta la giornata (25%).

Più audio più libri: l’ascolto alimenta la lettura

In Italia più che altrove chi ha ascoltato un audiolibro negli ultimi dodici mesi ha letto anche almeno un libro (86%, Spagna 85%, Germania 78%, Francia 72%).
E non solo chi ascolta legge, ma spesso legge di più. Per 7  intervistati su 10 gli audiolibri incrementano la lettura dei libri, sia cartacei sia digitali.

Dopo aver ascoltato un audiolibro, la maggior parte degli intervistati (66%) si reca infatti in libreria per acquistare la versione cartacea del titolo. Tanto che per l’87% (Spagna 94%) l’ascolto è finalizzato a conoscere titoli e generi altrimenti non letti.

Affezionarsi alla voce narrante

Parallelamente, chi ascolta audiolibri si dimostra attivo anche su altri formati culturali. L’84% guarda film e serie tv in streaming, l’81% fruisce di social network in video, il 70% ascolta podcast e il 43% serie audio.
Il 79% poi dichiara di aver ascoltato un contenuto audio perché lo aveva apprezzato precedentemente in un altro formato: serie tv, film o graphic novel.

Quasi 1 su 2 afferma, inoltre, di provare un senso di amicizia nei confronti dei narratori o degli host preferiti. E tra i genitori italiani con figli sotto i 18 anni, l’ascolto viene percepito come un supporto prezioso per l’intrattenimento (44%), l’educazione (38%), il tempo lontano dallo schermo (36%) e l’arricchimento del vocabolario (35%).

Famiglie in treno: il 37% comunica e dialoga più che nella quotidianità

Viaggiare in treno si traduce in un’esperienza estremamente positiva per le famiglie in viaggio. Il treno si è ormai trasformato in uno dei pochi luoghi dove le famiglie italiane riescono a trovare calma, rallentare e riconnettersi davvero.

Tra le famiglie italiane che negli ultimi due anni hanno viaggiato “sui binari” insieme ai bambini il 35% afferma che i propri figli a bordo sono visibilmente più calmi, mentre per il 37% in treno si comunica di più rispetto alla quotidianità. E ancora, l’82% delle famiglie descrive il viaggio come piacevole e il 59% dichiara che viaggiare in treno è più rilassante rispetto ad altri mezzi di trasporto.
Lo ha scoperto una nuova ricerca condotta da Trainline in collaborazione con Doxa.

È un modo di viaggiare che migliora l’umore

Le famiglie attribuiscono questo senso di benessere alla unicità dell’atmosfera che si ‘respira’ sul treno.
Il 49% degli intervistati afferma infatti che ai bambini piace soprattutto guardare il paesaggio, spesso descritto come un ‘cinema in movimento’, mentre il 28% ritiene che l’ambiente tranquillo migliori l’umore di tutta la famiglia.

Accanto ai benefici emotivi, le famiglie riscontrano anche vantaggi pratici.
I vantaggi più apprezzati di viaggiare in treno? La libertà di non dover guidare (52%) e l’accesso diretto ai centro città (38%).

.. ma anche uno spazio dove il tempo rallenta

Per molte famiglie il treno diventa uno spazio dove il tempo rallenta. Il 37% afferma di parlare di più con i propri figli, il 23% nota una naturale riduzione nell’uso degli schermi, e il 34% considera il viaggio stesso come una piccola avventura che i bambini non vedono l’ora di vivere.

“I bambini ricordano la connessione, non la perfezione, e il viaggio diventa un momento educativo inestimabile – spiega Elena Cortinovis, pedagogista esperta in genitorialità -. Coinvolgere i bambini in piccole decisioni, creare rituali di partenza o semplicemente accogliere i momenti di noia sono strategie che aiutano a ridurre l’agitazione e a rafforzare il legame familiare. Non servono giochi elaborati o tecnologie avanzate: la vostra presenza, l’ascolto e la capacità di meravigliarvi insieme a loro possono trasformare anche un viaggio in un ricordo felice e un’opportunità di crescita”.

Destinazioni per le Festività: mercatini natalizi, visite a parenti e città d’arte

Durante queste ultime festività natalizie, molte famiglie hanno scelto il treno per i loro viaggi, soprattutto con l’obiettivo di visitare i mercatini di Natale (46%), andare a trovare i parenti (36%) ed esplorare le città d’arte (31%).

“Ciò che le famiglie raccontano è quanto apprezzano il tempo trascorso insieme – aggiunge Andrea Saviane, Country Manager di Trainline Italia -. Siamo felici di vedere che le famiglie considerano il viaggio in treno come un momento per riconnettersi, qualcosa di sempre più raro nella vita quotidiana”.

Bollettino Cybersecurity 2025: mezzo milione di file dannosi al giorno

Secondo i dati rilasciati dal Kaspersky Security Bulletin, che analizza le principali tendenze della cybersicurezza dell’anno che sta terminando,la media di file dannosi rilevati ogni giorno è stata pari a 500.000, in aumento del 7% rispetto al 2024.

A livello globale, Windows è rimasto l’obiettivo principale dei cyberattacchi. Nel corso del 2025, il 48% degli utenti Windows è stato vittima di diversi tipi di minacce. Per gli utenti Mac, questa percentuale si aggira intorno al 29%.
Rispetto al 2024, in Italia hanno mostrato una crescita alcuni tipi di minacce, sia web sia on-device.

Il malware si diffonde via web, tramite USB o programmi

In Italia circa il 27% degli utenti è stato vittima di minacce web, ovvero malware che prendono di mira gli utenti quando sono online. Le minacce web non si limitano alle attività online, ma coinvolgono comunque Internet per causare danni.
Ad esempio, nelle rilevazioni di password stealer l’aumento è stato del 65%, nelle rilevazioni di backdoor del 73% e nelle rilevazioni di spyware del 148%. 

Inoltre, il 25% degli utenti italiani è stato vittima di attacchi on-device, che includono malware diffusi tramite unità USB rimovibili, supporti esterni, o che inizialmente si insinuano nel computer in forma ‘non aperta’. Ad esempio, programmi in installer complessi, file crittografati, ecc..

Torna Hacking Team con lo spyware commerciale Dante

In Italia, i trend dal 2024 al 2025 per il rilevamento malware segnano +9% di minacce on-device, +73% backdoor. +23% exploit, +65% password stealer, +148 spyware.
Per quanto riguarda l’Europa, i dati evidenziano +1% di minacce on-device, +50% backdoor, +5% exploit, +48% password stealer, +64% spyware. 

“L’attuale panorama delle minacce informatiche è caratterizzato da attacchi sempre più sofisticati contro organizzazioni e individui in tutto il mondo – commenta Alexander Liskin, Head of Threat Research di Kaspersky -. Una delle scoperte più significative fatte da Kaspersky quest’anno è stata la ricomparsa di Hacking Team dopo il rebranding del 2019, con il suo spyware commerciale Dante utilizzato nella campagna APT ForumTroll, che integrava exploit zero-day nei browser Chrome e Firefox”.

Si diffonde il primo worm NPM Shai-Hulud

“Le vulnerabilità rimangono il modo più diffuso utilizzato dagli aggressori per introdursi nelle reti aziendali, seguito dall’uso di credenziali rubate, da cui deriva l’aumento di password stealer e spyware registrati quest’anno – continua Alexander Liskin -. Sono comuni anche gli attacchi alla supply chain, compresi quelli ai software open source. Quest’anno il numero di questi attacchi è aumentato in modo significativo e abbiamo persino assistito alla diffusione del primo worm NPM Shai-Hulud”.

Smartphone: troppo swipe favorisce il declino cognitivo

Quante volte al giorno facciamo swipe, ovvero, controlliamo il cellulare? Troppe. E questo può compromettere le capacità cognitive.
I ricercatori della Nottingham Trent University nel Regno Unito e della Keimyung University in Corea del Sud si sono soffermati sulle conseguenze dell’accesso continuo, o quasi, allo smartphone, confermando che può determinare l’inizio della compromissione delle capacità cognitive.

E come riporta il Washington Post, il professor Larry Rosen, della California State University di Dominguez Hills, in oltre otto anni di ricerca su adolescenti e Millennial ha osservato che i ragazzi controllavano o sbloccavano i loro smartphone tra le 50 e le 100 volte al giorno, in media ogni 10-20 minuti.

In tasca o sul cuscino c’è chi non se ne separa mai

Anche tra i meno giovani però controllare il telefono è un gesto diventato ormai abituale che viene ripetuto decine di volte nel corso della giornata. Ma è anche un automatismo che rischia di diventare una pericolosa routine.
Il Washington Post cita anche un sondaggio condotto da YouGov a maggio: 8 americani su 10 durante la notte tengono il cellulare in camera da letto, spesso a pochi centimetri dal cuscino.

Ma controllare il telefono circa 110 volte al giorno può segnalare un utilizzo ad alto rischio o problematico. A questo risultato, si aggiunge quello a cui è arrivata la Singapore Management University, che ha evidenziato come le frequenti interruzioni di attività per controllare i dispositivi portino a maggiori vuoti di attenzione e memoria.

Un’attività nemica della concentrazione

A differenza del tempo totale trascorso davanti allo schermo, la frequenza con cui si controlla lo smartphone è un indicatore molto più forte di deficit cognitivi quotidiani. In sintesi, sbloccare continuamente il telefono costringe il cervello a passare rapidamente da un’attività all’altra compromettendo la capacità di concentrarsi su una sola azione.

Secondo la professoressa Gloria Mark, ricercatrice alla University of California at Irvine, in media, durante una riunione di mezz’ora, una persona su 4 controlla il telefono almeno una volta. Dopo ogni interruzione, possono servire anche 25 minuti per ritrovare la piena concentrazione.

Bastano 3 giorni senza cellulare per sviluppare astinenza

“Gli smartphone attivano lo stesso sistema di ‘ricompensa’ di droghe e alcol. I telefoni creano un circolo vizioso compulsivo, controlliamo il cellulare senza pensarci e sperimentiamo l’astinenza quando non controlliamo o non abbiamo accesso al nostro telefono”, spiega Anna Lembke, professoressa di psichiatria e medicina delle dipendenze presso la Stanford University School of Medicine.

A integrare il quadro, riporta Adnkronos, ci sono i dati dei ricercatori tedeschi dell’Università di Heidelberg. Dopo sole 72 ore senza utilizzare lo smartphone, l’attività cerebrale si sviluppa secondo i modelli tipici dell’astinenza da sostanze.
La ricerca suggerisce che brevi pause dall’uso dello smartphone possono aiutare a ridurre le abitudini problematiche. E, magari, anche lasciarlo a casa ogni tanto.