L’8,2% degli italiani è vegetariano o vegano

Nel 2021 a scegliere di adottare un’alimentazione vegetariana o vegana è l’8,2% degli italiani. In particolare, il 5,8% è vegetariano e il 2,4% aderisce a uno stile alimentare in linea con i precetti vegani. E ancora, se a scegliere un’alimentazione vegetariana sono in misura maggiore le donne (6,9% contro il 4,7% degli uomini) tra chi sceglie un regime vegano a essere in misura leggermente maggiore sono i maschi: 2,7% contro il 2% delle donne. È quanto rileva il Rapporto Italia 2021 di Eurispes nel capitolo dedicato all’alimentazione.

Una più ampia filosofia di vita

Per il 23,1% di quanti si sono dichiarati vegetariani o vegani questa scelta si inserisce in una più ampia filosofia di vita, che non si esaurisce nell’amore verso gli animali, ma abbraccia una volontà più ampia di prendersi cura del mondo in cui viviamo. Per il 21,3% la decisione si configura come salutista, tendente al benessere dell’essere umano, e per il 20,7% come rispettosa nei confronti degli animali. Le altre motivazioni alla base della pratica vegetariana riguardano la tutela dell’ambiente (11,2%), la voglia di sperimentare nuovi stili alimentari (9,5%) e la convinzione di sacrificare quantità di cibo in favore della qualità, mangiando meno e meglio (5,9%).

Le motivazioni alla base della scelta veg

Gli uomini, in misura maggiore rispetto alle donne, affermano di essere vegetariani/vegani per filosofia di vita e perché fa bene alla salute.

Entrambe le risposte sono state indicate come prescelte da un quarto del campione maschile, contro il 21,5% delle donne, e dal 18,3% delle donne che vedono nei regimi alimentari privi di carni o derivati animali la chiave del benessere. Le donne hanno accordato, invece, maggiori favori alle altre risposte circa la ragione alla base di questa scelta: il 22,6% (contro il 18,4% degli uomini) sceglie la dieta in base al rispetto che nutre per gli animali, l’11,8% (contro il 10,5% degli uomini) lo fa aderendo a ideali vicini alla tutela dell’ambiente, il 6,5% (contro il 5,3% dei maschi) conta di mangiare meno e meglio e il 9,7% (vicino al 9,2% degli uomini) è incuriosito da questa pratica alimentare, vista come nuova frontiera da sperimentare.

La Top 10 dei cibi veg più acquistati

Secondo un’indagine realizzata da Everli nella Top 10 dei cibi vegan più acquistati nei supermercati italiani il tofu si aggiudica il primo posto, seguito da hummus e burger vegetali. All’ultimo posto si posiziona il tempeh, un alimento asiatico che caratterizza questa alimentazione. Inversione di tendenza per i vegetariani dello Stivale, che inseriscono in classifica prevalentemente primi e secondi piatti e considerano i burger vegetali un must have irrinunciabile. Completano il podio le cotolette vegetariane, e i libanesi falafel, mentre la Top 5 si chiude con un primo piatto italianissimo, le lasagne vegetariane al ragù, riferisce Andkronos.

 

Aste online, gli oggetti più strani acquistati nel 2020

Negli ultimi anni le aste sul web sono divenute un vero e proprio fenomeno in espansione, e nel periodo della pandemia è stato registrato un boom di acquisti inusuali e compravendite stravaganti. Catawiki, la piattaforma di aste online per oggetti speciali, ha stilato una lista degli oggetti più eccentrici acquistati nell’ultimo anno. Qualche esempio? Scheletri, capelli “imperiali” e uova di uccelli estinti da secoli. Più in particolare, si tratta degi uccelli elefante, una famiglia di volatili estinta nel XVII secolo che viveva in Madagascar. Questi uccelli potevano raggiungere un’altezza di 3 m e un peso di 500g, le loro uova misuravano 30 cm di altezza e 70 cm di circonferenza. Un venditore ha unito vari frammenti appartenenti allo stesso uovo ricostruendone uno per intero, e lo ha messo all’asta su Catawiki.

Uno scheletro di Mammuth e un capello di Napoleone

Tra gli oggetti più particolari e antichi venduti sulla piattaforma c’è anche uno scheletro completo di Mammut lanoso, lungo 5,5m e alto 5,2 m, venduto per oltre 120.000 euro. Un oggetto raro e sicuramente inaspettato poi è l’autentica papalina indossata da Papa Francesco, venduta all’asta per 16.000 euro. Ma sicuramente singolare è anche un capello del valore di 2.000 euro di Napoleone Bonaparte, che è stato ritrovato tra il suo armamentario e venduto all’asta come il “capello più costoso del mondo”.

Dalla Ferrari da 300.00 euro alla bottiglia di whisky di Carlo e Diana

Non solo reperti archeologici: è stata venduta all’asta sul web anche una Ferrari 300 GT del 1966, che appartiene all’ultima serie in produzione ed è una delle 100 unità mai realizzate. Posseduta originariamente in Europa, la Ferrari 300 GT fu esportata e restaurata negli Stati Uniti, e infine riportata in Spagna. Si tratta dell’oggetto più costoso venduto su Catawiki. Il suo valore è pari infatti a 300.000 euro. È stata venduta poi anche una bottiglia di Whisky Macallan. Questa rara bottiglia di whisky irlandese è stata imbottigliata nel 1981 in occasione del Royal Wedding del principe Carlo d’Inghilterra e Diana Spencer, ed è stata venduta per 4.000 euro. Tra gli altri cimeli regali, è stata venduta anche una moneta da 10 cent del 1944, raffigurante Wilhelmina, la Regina dei Paesi Bassi. Si tratta di un pezzo estremamente raro, basti pensare che la maggior parte di queste monete sono state fuse.

Le scarpe dell’uomo più veloce del mondo e la borsa di coccodrillo

Sul sito è stato messo all’asta anche il più grande modellino di auto, ovvero in scala 1:12, con una lunghezza di 47,5 cm e un’altezza di 11 cm,. Si tratta dell’automobile Cadillac Eldorado Maisto 1995-1999 color rosa barbie. Per l’impressionante cifra di 16.000 euro sono poi state acquistate all’asta le scarpe da corsa utilizzate da Usain Bolt, l’uomo più veloce del mondo, durante i Campionati del Mondo 2015 a Pechino. Ma non solo, riporta Adnkronos, all’asta online è stata messa anche una rarissima borsa Kelly 32 di Hermès in pelle di coccodrillo rossa, impossibile da trovare altrove, venduta sul portale per 45.000 euro.

 

Come arredare un loft

I loft sono degli ambienti caratterizzati dal fatto di non avere alcuna parete divisoria tra i vari ambienti di casa, e per questo vengono considerati degli interni veramente belli con un unico grande ambiente. Se ti accingi a vivere in un loft o se ci vivi già e hai necessità di rivedere parte o tutto l’arredamento presente, qui ti daremo alcuni consigli per aiutarti a sfruttare al meglio gli spazi e la luce.

I problemi tipici nell’arredare un loft

Tipicamente, chi vive in un loft, a prescindere delle sue dimensioni, ha il problema di non riuscire a sfruttare bene tutti gli spazi a disposizione e inserire i mobili più azzeccati. In effetti la scelta in questo caso non è semplice in quanto bisogna creare una sorta di uniformità tra i vari ambienti che sono tutti comunque a vista, e dunque diventa necessario creare una sorta di continuità visiva. In particolare, se il loft è particolarmente piccolo, il consiglio è quello di optare per colori neutri i quali contribuiscono a dare una maggiore sensazione di ampiezza e luminosità.

Idee per arredare con gusto un loft

Uno dei vantaggi che si ha nel vivere all’interno di un loft è che è possibile lasciare a vista quelli che sono i vari elementi costruttivi come ad esempio le colonne. Nel caso in cui il loft si trovi al piano terra è da valutare l’idea di collegare gli spazi interni, mediante apposita vetrate, all’eventuale giardino per dare maggiore luce e un senso di continuità con l’esterno.

Per quel che riguarda il soggiorno, è possibile optare per mobili alti posizionati in prossimità degli angoli e lasciare invece che il centro della stanza venga occupato ad esempio da divani, tavoli, sedie e poltrone. Nel caso in cui il tuo loft non goda di particolare luce, o nel caso in cui ci siano degli specifici angoli piuttosto bui rispetto il resto dell’ambiente, considera che puoi optare per delle bellissime sculture luminose che oltre a garantire una resa estetica veramente gradevole, svolgono egregiamente anche il compito illuminare un angolo che altrimenti sarebbe rimasto buio.

Calano le vendite, ma l’e-commerce cresce del +50,2%

Le vendite nei negozi calano del 14,3% mentre il commercio elettronico aumenta del +50,2%. Rispetto a novembre 2019, nel corso di novembre 2020 il valore delle vendite al dettaglio diminuisce sia per la grande distribuzione (-8,3%) sia per le imprese operanti su piccole superfici (-12,5%). Lo rileva l’Istat, sottolineando la marcata diminuzione registrata nel comparto dei beni non alimentari che ha investito la grande distribuzione (-25,7%), e in misura inferiore, le imprese operanti su piccole superfici (-16,9%). A novembre 2020 per le vendite al dettaglio l’Istat stima un calo del 6,9% in valore rispetto a ottobre, e del 7,4% in volume. In crescita però le vendite dei beni alimentari (+1,0% in valore e in volume), mentre quelle dei beni non alimentari diminuiscono sia in valore sia in volume, rispettivamente del 13,2% e del 13,5%.

Diminuzione delle vendite al dettaglio determinata dal comparto dei beni non alimentari

Su base tendenziale, a novembre, le vendite al dettaglio diminuiscono dell’8,1% in valore e dell’8,4% in volume. A pesare, le vendite dei beni non alimentari, in deciso calo (-15,1% in valore e in volume), mentre le vendite dei beni alimentari sono in aumento del +2,2% in valore e dello +0,7% in volume. L’Istat osserva che a novembre 2020 la diminuzione delle vendite al dettaglio, sia rispetto al mese precedente sia su base annua, “è determinata dal comparto dei beni non alimentari, settore fortemente colpito dall’applicazione delle nuove misure di chiusura legate all’emergenza sanitaria”.

Variazioni tendenziali negative per quasi tutti i gruppi di prodotti

Nel trimestre settembre-novembre 2020, le vendite al dettaglio registrano un aumento congiunturale dello 0,5% in valore e dell’1,5% in volume. Crescono le vendite dei beni alimentari (+2,0% in valore e in volume), mentre quelle dei beni non alimentari calano in valore (-0,6%) e aumentano in volume (+1,1%). Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali negative per quasi tutti i gruppi di prodotti, eccetto dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+28,7%) e utensileria per la casa e ferramenta (+2,0%). Le flessioni più marcate si evidenziano per calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-45,8%) e abbigliamento e pellicceria (-37,7%).

L’allarme di Confcommercio

“Il nuovo e profondo acuirsi della crisi rende più concreto il rischio di una depauperazione del sistema imprenditoriale, con molte aziende che in presenza di un prolungato vuoto di domanda a cui non corrispondono sostegni adeguati, sono già uscite o usciranno dal mercato – commenta l’Ufficio Studi di Confcommercio -. Per le piccole imprese di alcuni settori come l’abbigliamento e le calzature, i danni inflitti dalla pandemia si sono trasformati in disastri a causa dello spostamento della domanda verso il commercio elettronico, che a questo punto rappresenta una strada obbligata per il completamento dell’offerta e delle strategie anche dei negozi di prossimità”.

I beni di lusso si desiderano per timore reverenziale

Perché si desiderano i beni di lusso? Qualità, fattura, preziosità dell’oggetto, raffinatezza, affidabilità, e in questo periodo di pandemia mondiale, forse, anche sicurezza. Ma l’elemento chiave che rende un bene di alta gamma irresistibile è la soggezione che è in grado di provocare, la stessa soggezione reverenziale che si prova ammirando, ad esempio, un panorama mozzafiato. Si dice che le emozioni siano più efficaci di qualsiasi altra leva d’acquisto, e un’analisi a cura dei ricercatori della University of Georgia, pubblicato su The Journal of Social Psychology, ha scoperto come le sensazioni provate di fronte a prodotti premium siano le stesse provocate alla vista di meraviglie naturali. Le stesse emozioni che hanno provato le oltre quattrocento persone coinvolte nello studio guardando spot pubblicitari di molti beni di lusso, come le Rolls Royce, i profumi Chanel o gli orologi Cartier.

Un misto di esperienze emotive costituite da euforia, entusiasmo e vastità

“Lo stupore rispettoso è fra le prime connessioni emotive che si attivano di fronte a tali prodotti”, spiegano gli autori, che descrivono questo timore reverenziale nei confronti dei marchi di lusso come un misto di esperienze emotive costituite da euforia, entusiasmo e vastità, seguite dal desiderio di poter condividere queste sensazioni con gli altri. Nello studio sono state mostrate ai partecipanti immagini e descrizioni di 11 prodotti di lusso, come automobili e orologi da polso, e prodotti di lusso più edonistici, come capi di moda e cosmetici di diversi livelli, ed è stato chiesto ai partecipanti di compilare questionari di tipo psicologico.

Dal desiderio allo shopping il passo è breve (se si ha un ottimo conto in banca)

Insomma, un orologio, un profumo o un’automobile di altissima gamma agiscono con gli stessi procedimenti emotivi che si innescano guardando un panorama unico come il Grand Canyon. Il timore referenziale è infatti un misto fra euforia, entusiasmo e vastità verso ciò che abbiamo di fronte, e ci mette in soggezione. A ciò si associa il desiderio di condividere tali sensazioni con i propri conoscenti, ed è proprio questo a far scattare il meccanismo del desiderio. Ma solo se si dispone di un ottimo conto in banca si può procedere con lo shopping, riporta Ansa.

I marchi di lusso dovrebbero puntare sul timore reverenziale piuttosto che sul prestigio

Dopo la soggezione, concordano gli studiosi, sopraggiungono altri fattori già noti come il prestigio, il concetto stesso di lusso, la qualità e l’innovazione, elementi già sfruttati dalle pubblicità di questo genere di prodotti.

“Gli inserzionisti di marchi di lusso in genere si concentrano su esperienze di consumo materialistiche per rendere il marchio desiderabile – aggiungono gli studiosi – ma dovrebbero invece considerare questa reazione di ‘timore reverenziale’ che si sperimenta nei confronti del marchio, traendone ulteriore vantaggio”. In pratica, secondo gli autori dello studio, i brand di lusso per vendere dovrebbero puntare sul timore reverenziale piuttosto che sul prestigio del marchio.

 

L’e-commerce cresce anche dopo il lockdown. Le imprese si devono attrezzare

Anche dopo il lockdown l’accelerazione dell’ecommerce impressa dalle misure di contrasto alla diffusione del Covid-19 non si è arrestata. Anzi, il periodo successivo alla quarantena ha visto crescere del 79% la frequenza all’acquisto online da parte dei consumatori, e la consegna contactless, a casa come in ufficio, resta ancora la modalità preferita da oltre il 93% degli utenti.

Appare più improbabile invece una ripresa nel breve termine della frequenza del ritiro dei prodotti fuori casa, escluso l’e-grocery. Si tratta delle evidenze principali emerse dall’edizione speciale di Netcomm Forum Live il format interamente digitale, organizzato in collaborazione con NetStyle e Tuttofood Milano.

La richiesta di prodotto è aumentata del 10%

Negli ultimi 12 mesi complessivamente i volumi di transazioni online sono cresciuti del 15,4%, il 7% solo durante il periodo del lockdown, con la richiesta di prodotto aumentata del 10%. Uno scenario che ha visto alcuni servizi di e-commerce gestire una domanda 10 volte superiore nella fase acuta della pandemia da Covid, generando nel 25% dei casi problemi nella logistica, nel 26% dei casi una carenza di prodotti disponibili, e nel 18% di casi non è stato possibile recapitare la merce, riporta Askanews.

Le imprese italiane e l’implementazione delle tecnologie necessarie

“Il consolidamento di abitudini di consumo sempre più ibride tra canali fisici e digitali, e la tendenza a preferire modalità di acquisto e di pagamento contactless, mette di fronte le imprese italiane alla necessaria implementazione di tecnologie – commenta Roberto Liscia, presidente di Netcomm -. Tra gli ostacoli principali legati allo sviluppo dell’e-commerce da parte di retailer medio-piccoli ci sono i problemi legati ai costi troppo elevati di gestione (32%), la difficoltà nel gestire gli aspetti inerenti la logistica (28%), e la mancanza di competenze in materia di e-commerce (28%)”.

Obiettivo, contrastare il digital divide

Per quanto riguarda invece il ricorso ai marketplace, secondo Netcomm, gli elementi critici vedono al 34% la non convenienza rispetto al posizionamento del prezzo, oltre a problemi legati alla gestione della logistica e le commissioni sulle tassazioni molto elevate. “L’integrazione delle tecnologie digitali da parte delle imprese italiane è ancora lontana dalla media europea – continua Roberto Liscia -. È necessario sfruttare e dare valore allo sforzo che il Sistema Italia dovrà fare a livello di investimenti orientati alle infrastrutture digitali, con l’obiettivo di contrastare il digital divide e fornire alle imprese quelle condizioni necessarie per proseguire lungo la loro necessaria conversione tecnologica”.

I dazi esteri danneggiano otto imprese su dieci del settore food

I dazi esteri sono un danno per otto imprese italiane su dieci nel settore food. Sette imprese su dieci restano comunque ottimiste sul futuro dell’export nel settore, e guardano all’Europa come mercato trainante. Gli alimentari, con un export verso gli Stati Uniti oltre un miliardo in sei mesi, pesano il 5% sull’export nazionale, e crescono quasi del 13%. Secondo un’indagine realizzata il 3 e 4 ottobre da Promos Italia, la struttura nazionale del sistema camerale a supporto dell’internazionalizzazione delle imprese, fra Italia e Usa in sei mesi l’export è arrivato a 22 miliardi, ed è cresciuto dell’8% in un anno.

“Per il Made in Italy si tratta di un forte contraccolpo”

“Condivido e comprendo la preoccupazione delle imprese – commenta Giovanni Da Pozzo, Presidente di Promos Italia – nonostante i dazi non colpiscano tutti i prodotti agroalimentari Made in Italy si tratta comunque di un forte contraccolpo per l’export di settore verso gli Stati Uniti, che da anni, tra l’altro, già sconta il gravoso, e irrisolto, problema dell’italian sounding. È necessario – continua Da Pozzo – avviare al più presto una trattativa a livello comunitario sia per tutelare le imprese del settore sia perché il rischio che Italia e Europa vadano incontro a una fase di recessione, dovuta a un ulteriore rallentamento dei mercati internazionali, è concreto”.

Un export da 22 miliardi in sei mesi

L’Italia nei primi sei mesi del 2019 ha esportato negli USA prodotti per 22 miliardi, pari a oltre un miliardo e mezzo in più rispetto allo stesso periodo del 2018. L’aumento è del +7,7%. Prime in classifica Milano, che supera i 2 miliardi e mezzo di euro (+12,4%), Latina, in forte crescita, con 1,6 miliardi (dai 115 milioni del 2018), e Torino, con 1,1 miliardi (+14,5%). Superano gli 800 milioni anche Bologna, Modena, e Firenze. Seguono Vicenza (+4,2%) e Bergamo (+20,9%). Tra le prime 20 anche le lombarde Brescia, con 553 milioni, Monza Brianza, con 324 milioni, e Varese, con 295 milioni (+16,5%).

I prodotti alimentari esportati negli Usa crescono del 12,9%

Ma quali sono i prodotti italiani più esportati negli Usa? Principalmente macchinari, prodotti farmaceutici, e autoveicoli. In particolare, i macchinari superano i 4 miliardi (+13,8%), i prodotti farmaceutici 3 miliardi (+95,8%), e gli autoveicoli 2 miliardi.

Seguono gli altri mezzi di trasporto, i prodotti delle altre industrie manifatturiere (+14,2%), i prodotti alimentari (+12,9%), e le bevande (+9,3%).

 

Per gli italiani la sostenibilità migliora la qualità della vita

Il 96% degli italiani è convinto che un mondo più sostenibile sia sinonimo di migliore qualità della vita. Ma come ottenerla? Soprattutto costruendo città smart e sviluppando una mobilità intelligente: per il 62% degli italiani una migliore qualità della vita si traduce nel vivere in città meno inquinate, per il 51%, nel contribuire al risparmio di risorse come energia e acqua, e per il 42% in migliori servizi di trasporto pubblico. Inoltre, se più della metà dei cittadini (55%) ritiene che ognuno possa impegnarsi per un mondo migliore, senza l’intervento delle istituzioni e senza un’informazione adeguata si fa poca strada.

Un ruolo importante lo ricopre la mobilità sostenibile

Si tratta dei risultati della ricerca Sostenibilità, smart city e smart mobility, condotta su un campione di 1.500 italiani, e realizzata dal Corporate Vehicle Observatory di Arval Italia, la piattaforma di ricerca dell’azienda del noleggio a lungo termine, in collaborazione con Doxa. Un ruolo importante per migliorare la qualità della vita lo ricopre quindi la mobilità, smart e sostenibile. L’81% degli intervistati dichiara infatti di muoversi a piedi o in bicicletta per percorsi brevi, il 59% si informa su come guidare in modo sempre più sicuro, e il 57% su come farlo in modo più pulito. E ancora, il 41% degli intervistati usa più mezzi quando si sposta, combinando ad esempio auto e bici o auto e mezzi pubblici.

Maggior chiarezza su come scegliere i diversi tipi di alimentazione dell’auto

Il 91% degli intervistati chiede poi maggiore chiarezza sui vantaggi e gli svantaggi dei diversi tipi di veicoli, e quali le situazioni in cui è meglio scegliere i diversi tipi di alimentazione dell’auto (93%). E sul fronte sicurezza, c’è chi è disposto a rinunciare in parte alla privacy, ad esempio accettando di trasmettere i dati raccolti dalla propria auto a polizia (33%), al proprio comune di residenza (32%), o alle società produttrici di dispositivi di tracciamento dati (28%). In cambio, appunto, di ottenere una maggior sicurezza quando si è alla guida (38%), riferisce Adnkronos.

Tra 5 anni il mondo sarà migliore? Dipende dalle istituzioni

Se il bisogno di vivere in un mondo sostenibile è condiviso all’unanimità (per l’81% è importante per ogni persona, per il 18% per i propri figli e nipoti), meno condivisa è la fiducia nel futuro: solo il 50% pensa che tra 5 anni il mondo sarà davvero migliore. Tra gli elementi di ottimismo, l’attenzione al bene dei propri figli (56%) che potrà spingere a comportamenti più virtuosi, e l’informazione (54%), ritenuta utile per far comprendere i benefici che derivano da un mondo sostenibile. Gli interessi economici (68%) e l’egoismo delle persone (55%) frenano invece la fiducia in un futuro più sostenibile. Il 55% inoltre attribuisce al singolo cittadino il ruolo di principale promotore di un mondo sostenibile, ma la quasi totalità (94%) chiede alle istituzioni formazione nelle scuole e più informazione.

 

Mortadella Bologna Igp, all’estero vendite +8,6% nel 2018

Un prodotto tipico da sempre sulla tavola degli italiani, ma apprezzato anche a livello internazionale. Dei 33 milioni di chilogrammi venduti nel 2018 l’84% è stato consumato in Italia, e il 16% all’estero, per un valore totale di 320 milioni di euro. La Mortadella Bologna a marchio IGP vola perciò anche all’estero, e nel 2018 segna un aumento delle vendite rispetto al 2017, cresciute dell’8,6% rispetto al 2017. Un aumento dovuto non solo alla propensione sempre maggiore dei consumatori esteri verso i cibi italiani genuini, ma anche alle attività che il Consorzio Mortadella Bologna sta portando avanti sia in Europa, in particolare in Paesi come Germania e Belgio, sia nei mercati extra UE in forte espansione, come Giappone e Hong Kong.

Francia e Germania i principali Paesi consumatori europei

I principali Paesi consumatori, per quanto riguarda l’Unione Europea, si confermano Francia e Germania. In quest’ultimo Paese nel 2018 il consumo è aumentato del 33% rispetto all’anno precedente, ma si confermano grandi consumatori di Mortadella Bologna anche la Spagna e la Gran Bretagna.

Per quanto riguarda invece l’export extra UE, per ora rappresenta ancora il 6% del totale, anche se i margini di crescita tendono a essere ampi. Fra i Paesi extra UE la Mortadella Bologna IGP viene acquistata principalmente in Svizzera (39%) e nell’est asiatico, in particolare, in Giappone (13%).

Uno dei simboli gastronomici del Made in Italy

Il 2018 è stato un anno importante per la Mortadella Bologna IGP, che si impone sempre di più non solo sul mercato italiano, ma anche su quello estero, grazie al grande lavoro che il Consorzio sta svolgendo in alcuni Paesi del mondo. Paesi che stanno dimostrando buona ricettività verso la Mortadella Bologna IGP, uno dei simboli gastronomici del Made in Italy nel mondo. “Il nostro obiettivo – spiega il presidente del Consorzio Mortadella Bologna Corradino Marconi – è quello di continuare a lavorare con costanza per riuscire a ottenere anche quest’anno ottimi risultati, ed avere sempre qualcosa per cui valga la pena festeggiare”.

Dal Consorzio Mortadella Bologna arriva il Disciplinare di produzione

Quello del 2018 è un successo, riporta Askanews, che arriva in un momento importante per il Consorzio Mortadella Bologna. L’anno scorso il Cosorzio ha infatti festeggiato il suo diciottesimo compleanno. E il regalo per questo traguardo non poteva che essere un altro passo verso la qualità. Arriva infatti un Disciplinare di produzione, che per la produzione della Mortadella Bologna prevede l’eliminazione del glutammato, e l’utilizzo di soli aromi naturali.

 

Dipendenza da smartphone? La cura è il dumb-phone

Nuova tendenza in arrivo per il 2019: per guarire dalla dipendenza da smartphone e iperconnessione ci vuole un secondo cellulare, ma che sia “dumb”. Un cellulare “muto”, o “stupido”, ovvero privo di connessione internet, antenna wi-fi e chip per il collegamento online. Niente social network, email, app, iconcine animate, e qualsiasi attività che passa su browser. Uno dei principali trend del 2019 sarà, infatti, il minimalismo digitale. I dumb-phone si stanno diffondendo in Corea, dove sono acquistati soprattutto per far passare gli esami senza distrazioni agli studenti. Con, in cambio, lo sconto per l’acquisto di un vero smartphone, ma solo dopo la promozione.

Il minimalismo digitale che piace ai manager della City

A Londra i dumb-phone stanno avendo un successo inaspettato, dove incarnano una nuova forma di status symbol fra gli adulti. Il minimalismo digitale piace moltissimo ai manager (magari con assistenti che gestiscono le telefonate di lavoro) e, nonostante questo tipo di telefoni abbia prezzi più che abbordabili, anche ai miliardari della City, per i quali il vero lusso è il tempo libero perché rarissimo.

“Chi può permetterselo ritorna ai vecchi cellulari. Si sta online solo alla scrivania, – commenta Andrea Carraro, smart home architect nel cuore della City -. In giro per la città le persone sono sempre connesse e camminano a testa bassa senza mai guardarsi intorno. Nel metrò sono tutti chini a consultare internet, ancora più che in Italia. Così molti miei clienti mi mostrano il loro nuovo telefono dump che usano quando sono fuori dallo studio”.

I vantaggi? Occupare le pause con la lettura o le chiacchiere

“I love my dumb-phone. Ho abbandonato il mio I Phone e comprato un telefono vecchio stile – precsia la giornalista Alice O’Keeffe su The Guardian – un dumb-phone senza internet, detto anche feature-phone”. Moltissimi i pregi elencati da chi ha fatto il passo di gettare alle ortiche lo smartphone per dotarsi di un piccolo telefonino, perfino muto. Si va dal recupero delle pause fra un impegno e l’altro da occupare di nuovo con la lettura o semplicemente guardando nuovamente la città dal finestrino degli autobus, oppure chiacchierando con altre persone. Oppure riprendere a fare a maglia, come testimonia O’Keeffe.

Per poco denaro si riconquista il proprio cervello

Restare senza connessione mentre ci si sposta a piedi o in macchina significa però non accedere più alle mappe parlanti online, riporta Ansa.”Bisogna ricominciare a fermare le persone in strada per chiedere informazioni – aggiunge O’Keeffe. – Senza internet inoltre niente accesso al conto bancario quando si vuole, ma ci si sente di sicuro più ‘centrati’, meno distratti. Per poche sterline si riconquista il proprio cervello e ciò è impagabile”.

Intanto qualcuno ha già pensato di denunciare i danni da connettività costante per proporre una soluzione drastica per liberarsi dello smartphone. È infatti in imminente uscita il manuale di auto-aiuto, Digital Minimalism, Choosing a Focused Life in a Noisy World, scritto dall’americano Cal Newport, docente di computer science.