Bankitalia rivede la stima sulla crescita, e la dimezza

Per la Banca d’Italia quest’anno il Pil si fermerà a +0,3%, contro il +0,6% stimato nel mese di gennaio. Le stime di crescita dell’Italia per quest’anno vengono quindi dimezzate. Le nuove proiezioni macro diffuse da Palazzo Koch nel quadro dell’esercizio coordinato con l’Eurosistema, di fatto prevedono un rallentamento del prodotto interno lordo anche per il 2020 e 2021, rispettivamente, a +0,7% dal precedente +0,9%, e a +0,9 rispetto al precedente 1%. Secondo Bankitalia l’economia italiana potrebbe tornare a crescere a ritmi moderati nella seconda parte dell’anno in corso. Ma a pesare sul ribasso delle previsioni, è la maggior debolezza della domanda estera osservata negli ultimi mesi, e il protrarsi di condizioni di elevata incertezza rilevate nei sondaggi presso le imprese.

Rischi elevati per le perduranti tensioni sulle politiche commerciali internazionali

Inoltre, l’Istituto mette in guardia contro rischi elevati per le “perduranti tensioni sulle politiche commerciali internazionali, che potrebbero accentuare la debolezza dell’economia globale e ripercuotersi sulle esportazioni e sulla propensione all’investimento”.

Sul piano interno, l’andamento dei mercati finanziari potrebbe poi risentire di un aumento dell’incertezza sulle prospettive della politica di bilancio. E comportare per le imprese condizioni di finanziamento meno favorevoli.

Consumi delle famiglie ed esportazioni sostengono il Pil

Alla crescita del Pil contribuirebbero prevalentemente i consumi delle famiglie, che beneficerebbero delle misure di politica di bilancio a sostegno del reddito disponibile, e le esportazioni, che crescerebbero in linea con la domanda estera. Debole invece la dinamica degli investimenti privati, “frenata dall’incertezza sulle prospettive della domanda e da un graduale aumento dei costi di finanziamento”.

In particolare, rileva la Banca d’Italia, l’accumulazione di capitale produttivo si contrarrebbe nel biennio 2019-20 e sarebbe pressoché stagnante nel 2021, riporta Adnkronos. L’occupazione invece si espanderebbe in misura contenuta, soprattutto nei primi due anni, riflettendo maggiori fuoriuscite dal mercato del lavoro per effetto dell’introduzione di nuove forme di pensionamento anticipato, solo in parte rimpiazzate da nuove assunzioni.

Rallenta anche l’inflazione

A rallentare però è anche l’inflazione. I prezzi al consumo aumenterebbero dello 0,8% nella media di quest’anno, dell’1,0% nel 2020 e dell’1,5% nel 2021. La componente di fondo dell’inflazione, ancora debole nell’anno in corso, accelererebbe progressivamente nel prossimo biennio, sospinta da un graduale rafforzamento della dinamica retributiva.

Rispetto alle precedenti proiezioni pubblicate a gennaio, l’inflazione è stata rivista al ribasso di 0,2 punti percentuali quest’anno, 0,3 il prossimo e 0,1 nel 2021, riflettendo una più prolungata debolezza della componente di fondo e condizioni di domanda meno favorevoli.

Per gli italiani la sostenibilità migliora la qualità della vita

Il 96% degli italiani è convinto che un mondo più sostenibile sia sinonimo di migliore qualità della vita. Ma come ottenerla? Soprattutto costruendo città smart e sviluppando una mobilità intelligente: per il 62% degli italiani una migliore qualità della vita si traduce nel vivere in città meno inquinate, per il 51%, nel contribuire al risparmio di risorse come energia e acqua, e per il 42% in migliori servizi di trasporto pubblico. Inoltre, se più della metà dei cittadini (55%) ritiene che ognuno possa impegnarsi per un mondo migliore, senza l’intervento delle istituzioni e senza un’informazione adeguata si fa poca strada.

Un ruolo importante lo ricopre la mobilità sostenibile

Si tratta dei risultati della ricerca Sostenibilità, smart city e smart mobility, condotta su un campione di 1.500 italiani, e realizzata dal Corporate Vehicle Observatory di Arval Italia, la piattaforma di ricerca dell’azienda del noleggio a lungo termine, in collaborazione con Doxa. Un ruolo importante per migliorare la qualità della vita lo ricopre quindi la mobilità, smart e sostenibile. L’81% degli intervistati dichiara infatti di muoversi a piedi o in bicicletta per percorsi brevi, il 59% si informa su come guidare in modo sempre più sicuro, e il 57% su come farlo in modo più pulito. E ancora, il 41% degli intervistati usa più mezzi quando si sposta, combinando ad esempio auto e bici o auto e mezzi pubblici.

Maggior chiarezza su come scegliere i diversi tipi di alimentazione dell’auto

Il 91% degli intervistati chiede poi maggiore chiarezza sui vantaggi e gli svantaggi dei diversi tipi di veicoli, e quali le situazioni in cui è meglio scegliere i diversi tipi di alimentazione dell’auto (93%). E sul fronte sicurezza, c’è chi è disposto a rinunciare in parte alla privacy, ad esempio accettando di trasmettere i dati raccolti dalla propria auto a polizia (33%), al proprio comune di residenza (32%), o alle società produttrici di dispositivi di tracciamento dati (28%). In cambio, appunto, di ottenere una maggior sicurezza quando si è alla guida (38%), riferisce Adnkronos.

Tra 5 anni il mondo sarà migliore? Dipende dalle istituzioni

Se il bisogno di vivere in un mondo sostenibile è condiviso all’unanimità (per l’81% è importante per ogni persona, per il 18% per i propri figli e nipoti), meno condivisa è la fiducia nel futuro: solo il 50% pensa che tra 5 anni il mondo sarà davvero migliore. Tra gli elementi di ottimismo, l’attenzione al bene dei propri figli (56%) che potrà spingere a comportamenti più virtuosi, e l’informazione (54%), ritenuta utile per far comprendere i benefici che derivano da un mondo sostenibile. Gli interessi economici (68%) e l’egoismo delle persone (55%) frenano invece la fiducia in un futuro più sostenibile. Il 55% inoltre attribuisce al singolo cittadino il ruolo di principale promotore di un mondo sostenibile, ma la quasi totalità (94%) chiede alle istituzioni formazione nelle scuole e più informazione.

 

Mortadella Bologna Igp, all’estero vendite +8,6% nel 2018

Un prodotto tipico da sempre sulla tavola degli italiani, ma apprezzato anche a livello internazionale. Dei 33 milioni di chilogrammi venduti nel 2018 l’84% è stato consumato in Italia, e il 16% all’estero, per un valore totale di 320 milioni di euro. La Mortadella Bologna a marchio IGP vola perciò anche all’estero, e nel 2018 segna un aumento delle vendite rispetto al 2017, cresciute dell’8,6% rispetto al 2017. Un aumento dovuto non solo alla propensione sempre maggiore dei consumatori esteri verso i cibi italiani genuini, ma anche alle attività che il Consorzio Mortadella Bologna sta portando avanti sia in Europa, in particolare in Paesi come Germania e Belgio, sia nei mercati extra UE in forte espansione, come Giappone e Hong Kong.

Francia e Germania i principali Paesi consumatori europei

I principali Paesi consumatori, per quanto riguarda l’Unione Europea, si confermano Francia e Germania. In quest’ultimo Paese nel 2018 il consumo è aumentato del 33% rispetto all’anno precedente, ma si confermano grandi consumatori di Mortadella Bologna anche la Spagna e la Gran Bretagna.

Per quanto riguarda invece l’export extra UE, per ora rappresenta ancora il 6% del totale, anche se i margini di crescita tendono a essere ampi. Fra i Paesi extra UE la Mortadella Bologna IGP viene acquistata principalmente in Svizzera (39%) e nell’est asiatico, in particolare, in Giappone (13%).

Uno dei simboli gastronomici del Made in Italy

Il 2018 è stato un anno importante per la Mortadella Bologna IGP, che si impone sempre di più non solo sul mercato italiano, ma anche su quello estero, grazie al grande lavoro che il Consorzio sta svolgendo in alcuni Paesi del mondo. Paesi che stanno dimostrando buona ricettività verso la Mortadella Bologna IGP, uno dei simboli gastronomici del Made in Italy nel mondo. “Il nostro obiettivo – spiega il presidente del Consorzio Mortadella Bologna Corradino Marconi – è quello di continuare a lavorare con costanza per riuscire a ottenere anche quest’anno ottimi risultati, ed avere sempre qualcosa per cui valga la pena festeggiare”.

Dal Consorzio Mortadella Bologna arriva il Disciplinare di produzione

Quello del 2018 è un successo, riporta Askanews, che arriva in un momento importante per il Consorzio Mortadella Bologna. L’anno scorso il Cosorzio ha infatti festeggiato il suo diciottesimo compleanno. E il regalo per questo traguardo non poteva che essere un altro passo verso la qualità. Arriva infatti un Disciplinare di produzione, che per la produzione della Mortadella Bologna prevede l’eliminazione del glutammato, e l’utilizzo di soli aromi naturali.

 

Il Parlamento Europeo dà l’ok alla riforma del copyright: cosa cambia

Il Parlamento Europeo ha dato l’ok alla nuova direttiva Ue sul dritto d’autore, la cosiddetta legge sul copyright. “La riforma del copyright è passata alla presenza di 658 europarlamentari, con 348 voti a favore, 274 contrari e 36 astenuti. In precedenza l’Aula ha respinto la proposta di 38 eurodeputati di riaprire il testo, votando gli emendamenti che erano stati depositati” riporta una nota dell’AdnKronos.

“Basta al Far West Digitale”

Appena saputo il verdetto da parte del parlamento di Strasburgo, il presidente Antonio Tajani ha così commentato la riforma Ue sottolineando che: “ha scelto di mettere fine all’attuale Far West digitale, stabilendo regole moderne e al passo con lo sviluppo delle tecnologie”.  “Le industrie culturali e creative – continua il presidente del Parlamento europeo – sono uno dei settori più dinamici dell’economia europea, da cui dipende il 9% del Pil e 12 milioni di posti di lavoro. Senza norme adeguate per proteggere i contenuti europei e garantire un’adeguata remunerazione per il loro utilizzo online, molti di questi posti sarebbero stati a rischio, così come l’indotto”. “Queste regole permetteranno di proteggere efficacemente i nostri autori, giornalisti, designer, e tutti gli artisti europei, dai musicisti ai commediografi, dagli scrittori agli stilisti. Fino ad oggi i giganti del web hanno potuto beneficiare dei contenuti creati in Europa pagando tasse irrisorie, trasferendo ingenti guadagni negli Usa o in Cina” specifica ancora il presidente del Parlamento Ue.

“Con questa direttiva abbiamo riportato equità e fatto chiarezza, sottoponendo i giganti del web a regole analoghe a quelle a cui devono sottostare tutti gli altri attori economici – aggiunge -. Abbiamo fornito ai detentori dei diritti d’autore gli strumenti per concludere accordi con le piattaforme digitali in modo da poter vedere riconosciuti i propri diritti sull’utilizzo del frutto della loro creatività”.

Cosa accade sul web (e fuori)

In sintesi, la nuova direttiva sul copyright online riguarda in particolare i giganti della rete (come Youtube, Facebook, Google nonché gli aggregatori di notizie e i servizi di monitoraggio dei media), al pagamento dei diritti d’autore per i loro contenuti video, audio, articoli distribuiti e condivisi sulle loro piattaforme. La direttiva, inoltre, vuole che le piattaforme digitali negozino accordi di licenza con gli editori in modo da remunerare i creatori dei contenuti online. Sono esclusi da questo obbligo  i “collegamenti ipertestuali” agli articoli di notizie e “singole parole o estratti molto brevi”, le enciclopedie online senza scopo di lucro come Wikipedia, e le piattaforme di sviluppo e condivisione “open source”.

Centri per l’impiego disertati dai disoccupati. Meglio parenti e amici

Diminuisce il numero dei disoccupati che per trovare lavoro si rivolge a un centro per l’impiego, mente aumenta la percentuale di coloro che si orientano a parenti e amici, salita all’85%. I disoccupati italiani che nel quarto trimestre del 2018 si sono rivolti a un centro pubblico nella speranza di trovare impiego infatti sono stati appena il 20,8% del totale, pari a 585.000 persone, con un calo di 4,5 punti rispetto allo stesso periodo del 2017. Si tratta del dato più basso dall’inizio delle nuove serie storiche (2004) dell’Istat sul tema. Anche se saranno proprio i centri per l’impiego lo snodo per il reinserimento dei beneficiari del reddito di cittadinanza nel mercato del lavoro.

Solo uno su cinque spera nell’aiuto pubblico

In pratica, su 2,8 milioni di disoccupati registrati nel quarto trimestre del 2018 sono 585.000 coloro che hanno varcato la porta di un ufficio per l’impiego pubblico (il 20,8%), mentre 2,38 milioni hanno tentato la carta degli amici e conoscenti, ovvero ben l’85% del totale, in crescita sull’83,3% di un anno prima, e sul 75,8 del quarto trimestre del 2004. Quindi, guardando alla totalità dei canali per la ricerca di lavoro, quasi tutti preferiscono “spargere la voce” tra i propri conoscenti, mentre solo uno su cinque spera nell’aiuto pubblico.

Crolla la percentuale di chi guarda le offerte di lavoro sui giornali

É crollata anche la percentuale di coloro che guardano le offerte di lavoro sui giornali, passata dal 31,5% del quarto trimestre del 2017 al 26,1% del quarto trimestre del 2018, mentre era il 56% nel 2004. Al contempo, sale al 59% quella di coloro che cercano lavoro attraverso gli annunci su internet. In questo caso, era pari al 56,9% nel quarto trimestre del 2017, ma appena il 20,4% nel quarto trimestre del 2004. Circa due su tre disoccupati inviano curriculum: il 66,7% nel 2018 contro il 49,1% del 2004. Perdono smalto anche le agenzie private per il lavoro: solo l’11,2% vi si è rivolto nell’ultimo trimestre del 2018 rispetto al 14,8% di un anno prima, mentre solo il 2,3% ha affrontato prove per un concorso (era il 2,4% l’anno prima).

Il contatto con amici e parenti è considerato il canale più proficuo

Lo scarso utilizzo del canale pubblico per la ricerca dell’impiego, riferisce una notizia della Redazione Ansa, probabilmente è collegato anche al risultato che i diversi canali hanno avuto nel tempo per la ricerca di lavoro. Secondo la rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat riferita al 2017 il canale di ricerca più proficuo per trovare l’occupazione è stato il contatto con amici e parenti (40,7%, e 50,3% per le persone che hanno al massimo la licenza media). Il ricorso ai centri per l’impiego è stato ritenuto utile invece solo dal 2,4% degli intervistati, distribuiti per l’1,8% nelle regioni del Nord, e per il 2,8% nel Mezzogiorno.

L’inflazione rallenta a gennaio. Scendono i prezzi, ma non per la verdura

Il 2019 si apre con un’inflazione in rallentamento, che accentua i segnali di debolezza dell’ultima parte del 2018 scendendo sotto il punto percentuale. Secondo i dati Istat a gennaio l’inflazione si ferma infatti allo 0,9% rispetto all’1,1% di dicembre, un  rallentamento imputabile prevalentemente al calo dei prezzi dei beni energetici, sia nella componente regolamentata (da +10,7% di dicembre a +7,9%) sia in quella non regolamentata (da +2,6% a +0,3%).

Frena anche il carrello della spesa, ma per la verdura fresca l’Istat segnala un aumento del 6,4%. Che secondo Coldiretti è colpa del clima pazzo di gennaio.

Il carrello della spesa

I prezzi del cosiddetto carrello della spesa con i beni alimentari, per la cura della casa e della persona, a gennaio passano a +0,6% (da +0,7% di dicembre), con aumenti inferiori all’indice generale. In particolare, dallo +0,5% di dicembre a gennaio per i beni alimentari l’inflazione scende a zero.

Rincari doppi rispetto alla media dei prezzi, invece, per gli alimentari non lavorati (+1,7%), sulla spinta dei vegetali freschi o refrigerati i cui prezzi aumentano del 6,4% su anno (sette volte di più del tasso generale). L’aumento dei prezzi delle verdure secondo la Coldiretti è conseguenza del clima pazzo che ha sconvolto i raccolti e ridotto le disponibilità sui mercati.

Bilanci familiari messi a dura prova

Secondo Federconsumatori l’inflazione a un tasso dello 0,9% comporta aumenti per le famiglie di circa 266,40 euro annui, riporta Ansa. “Nella fase attuale di recessione, importi come questo mettono a dura prova i bilanci familiari e, di conseguenza, l’intero sistema economico a causa dell’ulteriore contrazione della domanda interna”, si legge in una nota. Il reddito non cresce abbastanza rispetto all’andamento dei prezzi: dal 2013 al 2018 la crescita del reddito medio è stata del +4,4% (3,8% al netto dell’inflazione), mentre l’incremento della spesa del +6,4%. L’associazione indica poi due “gravi minacce” che potrebbero aggravare questa situazione: l’aumento della pressione fiscale, con le addizionali regionali e comunali, e l’incremento dell’Iva, che si prospetta a causa delle clausole di salvaguardia della manovra.

Nord-Est, tasso superiore alla media nazionale

Bolzano e Reggio Emilia a gennaio sono le città capoluogo con il maggiore tasso di inflazione (entrambe con +1,7%), seguite da Verona, con +1,4%. Perugia (+0,5%), Firenze (+0,4%) e Potenza (+0,2%) sono invece quelle con la crescita più contenuta.

Il Nord-Est, che passa da +1,2% a +1,1%, è l’unica area del Paese che mostra un tasso superiore alla media nazionale. Il Nord-Ovest invece passa da +1,2% a +0,9%, e le Isole da +1,0% a +0,9%. Il Centro, dove l’inflazione scende da +1,1% a +0,8%, e il Sud (da +1,0% a +0,8%) si collocano al di sotto dell’indice nazionale.

Dipendenza da smartphone? La cura è il dumb-phone

Nuova tendenza in arrivo per il 2019: per guarire dalla dipendenza da smartphone e iperconnessione ci vuole un secondo cellulare, ma che sia “dumb”. Un cellulare “muto”, o “stupido”, ovvero privo di connessione internet, antenna wi-fi e chip per il collegamento online. Niente social network, email, app, iconcine animate, e qualsiasi attività che passa su browser. Uno dei principali trend del 2019 sarà, infatti, il minimalismo digitale. I dumb-phone si stanno diffondendo in Corea, dove sono acquistati soprattutto per far passare gli esami senza distrazioni agli studenti. Con, in cambio, lo sconto per l’acquisto di un vero smartphone, ma solo dopo la promozione.

Il minimalismo digitale che piace ai manager della City

A Londra i dumb-phone stanno avendo un successo inaspettato, dove incarnano una nuova forma di status symbol fra gli adulti. Il minimalismo digitale piace moltissimo ai manager (magari con assistenti che gestiscono le telefonate di lavoro) e, nonostante questo tipo di telefoni abbia prezzi più che abbordabili, anche ai miliardari della City, per i quali il vero lusso è il tempo libero perché rarissimo.

“Chi può permetterselo ritorna ai vecchi cellulari. Si sta online solo alla scrivania, – commenta Andrea Carraro, smart home architect nel cuore della City -. In giro per la città le persone sono sempre connesse e camminano a testa bassa senza mai guardarsi intorno. Nel metrò sono tutti chini a consultare internet, ancora più che in Italia. Così molti miei clienti mi mostrano il loro nuovo telefono dump che usano quando sono fuori dallo studio”.

I vantaggi? Occupare le pause con la lettura o le chiacchiere

“I love my dumb-phone. Ho abbandonato il mio I Phone e comprato un telefono vecchio stile – precsia la giornalista Alice O’Keeffe su The Guardian – un dumb-phone senza internet, detto anche feature-phone”. Moltissimi i pregi elencati da chi ha fatto il passo di gettare alle ortiche lo smartphone per dotarsi di un piccolo telefonino, perfino muto. Si va dal recupero delle pause fra un impegno e l’altro da occupare di nuovo con la lettura o semplicemente guardando nuovamente la città dal finestrino degli autobus, oppure chiacchierando con altre persone. Oppure riprendere a fare a maglia, come testimonia O’Keeffe.

Per poco denaro si riconquista il proprio cervello

Restare senza connessione mentre ci si sposta a piedi o in macchina significa però non accedere più alle mappe parlanti online, riporta Ansa.”Bisogna ricominciare a fermare le persone in strada per chiedere informazioni – aggiunge O’Keeffe. – Senza internet inoltre niente accesso al conto bancario quando si vuole, ma ci si sente di sicuro più ‘centrati’, meno distratti. Per poche sterline si riconquista il proprio cervello e ciò è impagabile”.

Intanto qualcuno ha già pensato di denunciare i danni da connettività costante per proporre una soluzione drastica per liberarsi dello smartphone. È infatti in imminente uscita il manuale di auto-aiuto, Digital Minimalism, Choosing a Focused Life in a Noisy World, scritto dall’americano Cal Newport, docente di computer science.

Pensioni: Quota 100, la misura prevista dal DL

La misura pensionistica nota come Quota 100 partirà ad aprile 2019. Si tratta della sperimentazione triennale prevista nella bozza del Decreto legge, e contenente disposizioni relative all’introduzione del reddito di cittadinanza e a interventi in materia pensionistica. Per il triennio 2019-2021 quindi si potrà andare in pensione anticipata a 62 anni e 38 di contributi. Il requisito relativo all’età anagrafica, si legge nella bozza, sarà “successivamente adeguato agli incrementi della speranza di vita”. E per maturare il diritto all’accesso sarà possibile cumulare eventuali contributi maturati in altre gestioni.

Finestre temporali di decorrenza

Quota 100, riporta Adnkronos, non è cumulabile con i redditi da lavoro dipendente o autonomo. Un limite cui fanno eccezione i redditi da lavoro autonomo occasionale, per un massimo di 5mila euro lordi annui, valido fino “alla maturazione dei requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia”. Secondo la bozza del Dl i lavoratori privati che abbiano maturato i requisiti di 62 anni di età e 38 di contributi entro il 31 dicembre 2018 possano conseguire il diritto alla pensione con decorrenza a tre mesi, a partire quindi dal 1° aprile prossimo. Per i lavoratori pubblici la decorrenza è pari a sei mesi e la prima finestra di uscita prevista è per luglio prossimo. Sempre per i lavoratori pubblici è previsto un preavviso alle amministrazioni di almeno sei mesi.

Pensione anticipata con 42 anni di contributi

L’accesso alla pensione anticipata è consentita “se risulta maturata un’anzianità contributiva di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e di 41 anni e 10 mesi per le donne”. In questo caso il diritto alla decorrenza delle pensione una volta maturati i requisiti è trimestrale.

L’abrogazione degli incrementi di età legati all’aumento della speranza di vita è riservata ai lavoratori precoci che a partire dal 1° gennaio, e trascorsi 3 mesi dalla maturazione dei requisiti stessi, conseguiranno il diritto alla decorrenza del trattamento pensionistico. Fino al 31 dicembre 2019 è poi prorogata, ma solo per un anno, l’Ape sociale per particolari categorie di lavoratori disagiati.

Opzione donna e convenzioni fra banche e PA

Il diritto al trattamento pensionistico anticipato ricalcolato con il metodo contributivo è riconosciuto per le donne nate entro il 31 dicembre 1959 che abbiano maturato un’anzianità contributiva pari o superiore ai 35 anni. Le Pubbliche amministrazioni potranno stipulare convenzioni con le banche per far fronte all’erogazione anticipata dell’indennità di fine servizio per i lavoratori che accederanno al pensionamento anticipato. Le convenzioni, si legge ancora nella bozza, “fisseranno preventivamente i limiti dei tassi di interesse che potranno essere applicati dagli istituti di credito medesimi”.

Per dare piena attuazione alle disposizioni contenute nel decreto è stata autorizzata una spesa di 50 milioni di euro per l’assunzione di personale da assegnare alle strutture dell’Inps.

Rivoluzione modem

Da fine dicembre 2018 diventa effettivo il diritto a utilizzare un modem diverso da quello fornito dall’operatore per accedere a Internet da linea fissa. La norma vale già per tutti i nuovi contratti stipulati, mentre per quelli in essere la regola varrà dal 1 gennaio 2019. In estrema sintesi, con modem libero significa che ognuno – dal 31 dicembre 2018 – poterà scegliere il router che preferisce senza l’obbligo di utilizzare quello messo a disposizione dal proprio operatore. A stabilirlo è la delibera 348/18/CONS dell’Agcom con la quale l’Italia si uniforma alla direttiva europea n. 2015/2120 che stabilisce misure riguardanti l’accesso a una rete aperta, con specifico riferimento alla libertà di scelta delle apparecchiature terminali.

Il testo della delibera

Come riporta Adnkronos, con questa delibera l’Autorità garante per le comunicazioni sancisce il diritto degli utenti di scegliere liberamente il proprio terminale (modem o router) per accedere a Internet dalla linea fissa, usando quindi un apparecchio diverso da quello fornito dall’operatore. Gli operatori non possono né “rifiutare di collegare apparecchiature terminali alla rete se l’apparecchiatura scelta dall’utente soddisfa i requisiti di base previsti dalla normativa europea e nazionale, né imporre all’utente finale oneri aggiuntivi o ritardi ingiustificati, ovvero inibire l’utilizzo o discriminare la qualità dei singoli servizi inclusi nell’offerta, in caso di collegamento a un modem di propria scelta”. Gli operatori sono inoltre tenuti ad assicurare la diffusione, anche sui propri siti, di informazioni utili sulle specifiche e tutti i parametri necessari per l’accesso e la configurazione del servizio. Installazione e manutenzione spettano al cliente. Quanto all’assistenza, l’Agcom spiega che “i fornitori di accesso alla rete forniscono ai propri clienti, attraverso i canali di assistenza, informazioni per la corretta e semplificata attestazione delle funzionalità di connessione e configurazione degli apparati terminali”.

“Pacchetti completi”

Quando gli operatori forniscono servizi integrati di accesso a Internet e/o di connessione alla rete tramite offerte in abbinamento con l’apparecchiatura, devono evidenziare separatamente modalità e condizioni di offerta. Gli operatori devono quindi separare – anche nei documenti di fatturazione – il costo dell’apparecchio da quello di installazione e manutenzione e assistenza. I fornitori di servizi di accesso a Internet devono inoltre mettere a disposizione un’offerta alternativa che non includa la fornitura dell’apparecchio.

I vantaggi per gli utenti

In sostanza, gli utenti avranno più libertà di scelta. Gli operatori dovranno garantire a chi sottoscrive un nuovo contratto l’uso della linea Internet con il modem che il cliente vorrà. I clienti che hanno già contratti in essere, entro il 31 dicembre, di vedranno offrire dagli operatori la possibilità di cambiare offerta, scegliendone una che preveda l’utilizzo gratuito dell’apparecchio oppure, in alternativa, la rescissione gratuita del contratto, senza penali per il modem, che dovrà essere restituito.

E’ sempre più smartPos-mania

Classiche carte di credito e “soliti” bancomat addio? Pare proprio di sì. Anche nel mondo dei pagamenti la tecnologia si evolve a favore di nuove soluzioni tecnologiche sempre più smart ed efficienti, sia per l’esercente sia per il cliente. E’ infatti sempre più diffuso il pagamento in forma digitale tramite smartphone e contactless card al posto dei vecchi pos: lo confermano i dati dell’Osservatorio Mobile Payment del Politecnico di Milano. Lo scorso anno il valore delle transazioni effettuate con carta ha raggiunto quota 220 miliardi di euro. E di queste transazioni, il 21% sono state effettuate tramite eCommerce, ePayment, mobile payment, contactless payment, mobile pos. Si tratta di un fenomeno in crescita del 6% rispetto al 2016, guidato in particolari modo da pagamenti con carte contactless (+150%) e mobile (+60%).

La rivoluzione parte dalla novità NexiSmartpos

Tra le principali novità dell’ultimo periodo spicca Nexi Smartpos. Non si tratta di un semplice pos, ma tanto di più: si caratterizza per design innovativo, doppio schermo touch (per cliente e per esercente); accettazione di tutti i pagamenti digitali carte tradizionali, contactless, smartphone, buoni pasto e QRcode. Ed è uno strumento altamente personalizzabile, con app scaricabili per le diverse esigente dell’esercente. Funziona con i pagamenti contactless di ultima generazione come Apple Pay, Samsung Pay e Google Pay e garantisce una ‘rivoluzione di servizi’ per l’esercente: schermo touch 7 pollici per una migliore esperienza di utilizzo e con la possibilità dell’archiviazione digitale delle ricevute di pagamento, rintracciabile poi nella lista delle transazioni. E ancora fotocamera per lettura QR Code, unico lettore carta ‘multi reader’, porte Usb per collegare dispositivi esterni e wi-fi e 4g per la velocità massima delle transazioni. Nexi Smartpos permette all’esercente di gestire automaticamente promozioni, sconti od omaggi.

Tanti device di ultima generazione per pagamenti smart

Nel panorama degli strumenti innovativi dei pagamenti ci sono diverse altre novità. Come Pos Axerve di Banca Sella, che essendo portatile consente di accettare pagamenti ovunque l’esercente si trovi. E il device è abilitato anche a dialogare con Apple Pay e Samsung Pay. Axerve dà la possibilità all’esercente di vedersi notificato ogni mese il totale delle transazioni effettuate dal POS. Altro device nuovo è Axium D7, che è il nuovo Smart-Pos di Ingenico, basato sulla tecnologia Android: permette di eseguire, su un unico device ,i servizi correlati al business del negozio, i Vas (value added services) e i pagamenti cashless in qualsiasi modalità (carta, NFC, wallet, APM).